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Tic Tac.

Sono le 23:29.

Non riesco a scrivere più. Sono bloccato. Non mi vengono le parole. La mia camera è illuminata solo dal computer e da un filo di luce che filtra tra le tende. L’unico rumore che si sente sono delle macchine che passano ogni tanto e il ticchettio della sveglia, quella che mi avevano regalato i miei genitori per il mio decimo compleanno. Un braccino dell’alieno fermo a metà tra l’undici e il dodici, l’altro che si muove a segnare i secondi. Quella sveglia mi aveva fatto scoprire il mondo della scienza, degli alieni e delle criptozoologia e, dopo poco più di sette anni, è ancora lì a svegliarmi ogni mattina. I cantanti dei poster sui muri mi fissano, aspettando che torni a scrivere.

Tic Tac.


Sono le 23:30.


Dopo aver fatto numerose ricerche su internet ho trovato abbastanza dati. Io lo chiamo L’Uomo. L’ho visto in molte foto vecchie nella biblioteca comunale. Anche in foto scattate a distanza di anni è sempre lui. Sempre i capelli spettinati sotto il cappuccio di una felpa nera. Sempre che fissa la fotocamera. Sempre in disparte, sullo sfondo o ai margini dell’immagine. Una persona che non lo cerca non lo noterebbe neanche. Io l’ho notato per caso in una foto del 1924. E poi in un’altra foto del 1956. E anche in una del 1999 e altri anni. Anche a distanza di anni, era sempre lo stesso. Felpa nera, capelli spettinati, pelle chiara.


Tic Tac.


Sono le 23:31.


Avevo iniziato bene l’articolo sul mio sito internet. Avevo una teoria. Una possibile verità su L’Uomo, che nessuno aveva notato, stava per venire a galla. Grazie a me. L’articolo cominciava in modo deciso. “Ho scoperto la verità su L’Uomo.”, così cominciava.


“Vi starete chiedendo, chi è L’Uomo? Be', ve lo dirò dopo, ora vi racconterò come ho scoperto la sua esistenza. Circa tre anni fa stavo facendo una ricerca per la scuola. La solita roba. Ero andato in biblioteca e stavo cercando dei libri di storia quando ne trovai uno aperto su uno dei tavoli. S’intitolava “Fondazione e Storia di Mozeville”. Lo presi per darlo alla bibliotecaria, ma cadde una foto. Avete presente quelle foto vecchie? Quelle in bianco e nero? Ecco, una di quelle. La guardai attentamente e dietro tutti gli uomini di un ufficio in giacca e cravatta, c’era un ragazzo giovane con una felpa nera. Sembrava straordinariamente fuori posto, ma in quel momento non diedi al fatto molta importanza. Un’altra volta, passai davanti ad un negozio di antiquariato. Su una delle vetrine c’era una grande fotografia. Una festa di compleanno. Sullo sfondo c’era quell’Uomo. Guardai la data e diceva 1999. Il giorno dopo tornai in biblioteca e chiesi alla bibliotecaria per il libro “Fondazione e Storia di Mozeville”. Trovata la fotografia, controllai la data. 1956.”


Sono arrivato fino a quel punto. Non so come continuare il racconto. Mi mancavano le parole. Ci penso e ci ripenso, ma non mi viene in mente nulla. La mia mente si svuota, tutto diventa buio…


Driiiiiiiiin!


Mi sveglio di colpo.


Sono le 00:26.


Il telefono squilla. Mi alzo dal letto quasi facendo cadere il computer e mi metto a cercare il telefono. Lo squillare proveniva da uno dei pantaloni ammassati in una delle sedie. Lo trovo e sto per rispondere ma “Chiamata persa alle 00:27 da: Numero privato”. Chi è che chiama a quest’ora? Cerco di tornare a scrivere. Non ci riesco. Esco sul balcone. L’aria mi rinfresca, la strada è deserta. La casa difronte alla mia, aldilà della strada, è identica a tutte le altre. I prati ben curati, la aiuole in perfetto ordine.


Driiiiiiiiin! Il telefono squilla nella mia mano. Numero privato.


-Pronto…?


Silenzio.


-Hey, pronto? Chi è?


Nulla. Solo un debole ansimare. La chiamata finisce. Forse è Luca. Ultimamente è in vena di scherzi idioti.


Driiiiiiiiiin! Numero privato.


-Luca, smettila.


Silenzio, soltanto il debole ansimare.


-Ti diverti con poco, eh? Seh, vabbé. Ciao.


Stavo per chiudere la chiamata quando ricevo una risposta.


-Aspetta…


È una voce bassa, quasi un sussurro.


-Che ora è?


-Ma che…? Luca, mi chiami a notte fonda per chiedermi l’ora?!


-Non sono Luca…


-Bene, non mi interessa chi sei, ciao.


-Dimmi che ora è! Per favore…

Non so perché ma decido di dirgli l’ora, chiunque sia. Entro e guardo l’orologio. Poi esco di nuovo sul balcone.

-Sono le 00:40. Ciao.- e chiudo la chiamata.

Proprio mentre stavo per tornare dentro vedo qualcuno in fondo alla strada. Socchiudo gli occhi per vedere meglio. Il flash di una macchina fotografica mi acceca per un momento. Sento una botta alla nuca. Mi giro appena in tempo per vedere una felpa nera, poi ricevo un pugno sul naso. Col sangue che cola e barcollando all’indietro sento una voce.

-Grazie per l’ora…

Vengo spinto e finisco oltre la ringhiera. L’ultima cosa che ricordo è il sangue che esce a fiotti dal naso e mi sporca le mani e il prato di casa mia che si avvicina ad una velocità fatale. Mi sveglio ma non apro subito gli occhi. Sono sudato. Ho fatto quel sogno per l’ennesima volta. Rivivo sempre quel momento, non ce la faccio più. Sento una goccia che cade nel secchio dell’acqua. Apro gli occhi. Sono in questa stanza da non so quanto tempo: quattro muri grigi, una lampadina, una porta blindata e un secchio pieno d’acqua sotto un rubinetto. Ormai passo le giornate a pensare dove mi trovo. Chissà se mi stanno cercando. Ogni tanto si sentono dei passi oltre la porta. Ogni tanto si sente sbattere una porta, segno che qualcun altro è stato portato in questo posto. L’unico oggetto in questa stanza oltre al secchio d’acqua, è una foto attaccata al muro di fronte alla porta. La guardo ogni volta che mi sveglio come se temessi che sparisse e ogni volta mi dà i brividi. Una casa bianca con i prati ben curati e un balcone. Un ragazzo in pantaloncini sta parlando al telefono, dietro di lui una figura con una felpa nera…


Scritta da Nikelaus


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