Creepypasta Italia Wiki
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Conosciuta anche come “Consider Me Gone – Pt.2”

I[]

Vi ricordate dei LaserDisc? No, neanche io. Ne avevo sentito parlare, ma non ne avevo mai visto uno, poiché il formato era estremamente raro in Europa; questo fino a quando non sono andato in Giappone circa cinque anni fa. Il Giappone ha la reputazione di essere un paese futuristico, e in effetti la tecnologia, in alcuni casi all’avanguardia, è presente ovunque. Tuttavia, è altrettanto probabile trovarvi fax, forni tostapane, schede perforate, floppy disk e LaserDisc.


A Osaka, la seconda città più grande del Giappone, una gigantesca megalopoli di cavalcavia epici e luci al neon, i LaserDisc sono ancora oggi facilmente reperibili, mentre a Den Den Town, il paradiso dell'elettronica e degli otaku della città, i LaserDisc sono allineati sugli scaffali insieme a VHS e DVD. Mi trovavo lì per lavorare come insegnante di inglese, anche se nel tempo libero mi aggiravo per i numerosi vicoli, le metropolitane e le strade principali. Esploravo e passeggiavo, bevevo sakè One One e mangiavo takowasa o gyoza a ogni ora.


Nel quartiere di Den Den Town, noto anche come Nipponbashi, c'era molto di interessante per il turista occidentale. Ad esempio Maid café con giovani donne in costume da soubrette che servono il tè da teiere di porcellana d'osso, rispondendo ai delicati campanellini posti su ogni tavolo, e negozi di manga e anime a più piani, con Gundam alti due metri a guardia delle porte. Ricordo una porta in particolare, strana e non contrassegnata; l'unica informazione sull'insegna esterna era un disegno colorato di una carota arrabbiata con braccia muscolose che indossava tacchi alti e calze. Non ne ho mai varcato la soglia e probabilmente non lo farò mai.


Un'altra cosa da sapere sul Giappone nel suo complesso, e su Osaka in particolare, è che ha un problema, per quanto riguarda i senzatetto. Sembra che non ci sia alcuna struttura di supporto per le persone con problemi sociali, disoccupazione, povertà, tossicodipendenza; nemmeno un tentativo di nasconderli alla vista. Lungo molte strade, sotto i ponti, sulle isole spartitraffico e nei parchi cittadini vivono persone in tende, bivacchi, baracche o capannoni semipermanenti.


Alcune di queste sono in condizioni terribili - una volta ho visto un vecchio uscire dalla sua baracca sul ciglio della strada a piedi nudi, con le dita dei piedi e le unghie così distrutte da sembrare ossa rotte che spuntavano da carne cruda e tozza - altre sono abbastanza ben vestite, come i salaryman che hanno perso la loro fortuna. Persino Osakajo-koen, il parco del famoso castello di Osaka (dove Tokugawa sconfisse i Toyotomi nel 1615 stabilendo il dominio dello shogunato Tokugawa per 250 anni), ha baracche abitate e teloni appesi tra i ciliegi in fiore.

Nonostante il grande numero di persone che vivono senza fissa dimora, è estremamente raro vedere qualcuno che chiede l'elemosina, o che offre anche solo servizi in cambio di qualche spicciolo. Per questo motivo quando, una sera, passeggiando a Nakanoshima-koen (“koen” significa parco), ho visto quello che sembrava essere un negozio rudimentale, questo ha attirato la mia attenzione. Fuori da una minuscola capanna di legno e metallo, non abbastanza grande da permettere a una persona di sdraiarsi, sedeva un uomo anziano e barbuto, vestito in modo disgustoso. Ai piedi portava sacchetti di plastica da 7-Eleven e di fronte a lui, appoggiata a terra su un quadrato di telone, c'era una serie non ordinata di vecchi oggetti scroccati. Ho dato un'occhiata di sfuggita mentre continuavo a camminare.

Era passata la mezzanotte, ma in un posto come Osaka questo significa poco. Ristoranti e negozi erano ancora aperti e il parco era pieno di vita. Oltre ai senzatetto, c'erano anche i salarymen ubriachi che smaltivano dormendo il sakè, i giovani innamorati e i musicisti in attività. A causa della natura fragile dei muri negli appartamenti giapponesi, una coppia che vuole stare da sola può trovare più privacy in un parco pubblico che a casa propria.

Mentre continuavo a camminare, vidi un giovane che si esercitava con la batteria: aveva preparato un kit completo con grancassa, rullante, tom, hi-hat, tutto quanto, e stava tamburellando sull'erba sotto i rami appesantiti dei ciliegi in fiore.

Gironzolai qua e là per il sentiero, e infine tornai indietro per la strada da cui ero venuto. Ero stanco e dovevo alzarmi presto, ma mi godevo il panorama e la luce della luna.

Mentre passavo davanti al vecchio senzatetto per la seconda volta, ci siamo accidentalmente guardati negli occhi, solo per un secondo, ed entrambi abbiamo abbassato lo sguardo sulla sua composizione di oggetti. Mi avvicinai a dove era seduto e mi misi di fronte a lui. Il mio giapponese era scarso, quindi quando parlava non riuscivo a capire. In parte ciò era dovuto alla mia mancanza di scioltezza nella lingua, ma in realtà anche al gracchiare stridulo con cui parlava, uno staccato veloce simile a quello di un contatore Geiger iper-stimolato. Provai a farfugliare qualche parola in giapponese, ma presto mi accontentai di un "Mi dispiace, non capisco".

“Vendita, eto-o-o-o, economica” mi disse, indicando un oggetto che sembrava essere un fascio di corti cavi elettrici con le spine a due poli ancora attaccate. Gli apparecchi cui un tempo erano attaccati non si vedevano da nessuna parte. “Gyohaku-en”.

Ho ipotizzato che intendesse “cinquecento yen”, circa cinque dollari americani, due sterline e cinquanta centesimi inglesi.

Indicò un altro oggetto, una testa in gomma, che doveva essere appartenuta ad un pupazzo di Anpanman. Sembrava che fosse stata investita da un'auto. "Gyohaku-en".

Una rivista porno soft-core macchiata e stropicciata, con in copertina una signorina giapponese, giovanissima, con le labbra truccate e un bikini nero. "Gyohaku-en".

La coppa ruota di una Toyota. "Gyohaku-en".

Un sacchetto da 7-Eleven, contenente un mucchietto di sigarette in parte già fumate. “Gyohaku-en”.

Un uccellino morto. “Gyohaku-en”.

Un paio di pantaloni zuppi che sembravano essere stati recentemente ripescati da uno dei tanti fiumi di Osaka. "Gyohaku-en".

Una custodia di cartone quadrata, di trenta centimetri per trenta, con un disco all'interno. "Gyohaku-en".

Mi chinai per dare un'occhiata più da vicino. Il cartone doveva essere stato bianco, ma evidentemente era stato bagnato e asciugato una o due volte e conservato in condizioni di umidità. Era rugoso, scrostato e sporco. In un angolo si intravedeva l'immagine di tre uova allineate, con le iniziali NHK, il logo dell'emittente pubblica giapponese.

Presi l’oggetto e lo girai.

Sul retro c'erano alcuni kanji sbiaditi scritti a mano che non avevo alcuna possibilità di decifrare e il katakana アルフ, A-le-fu.

Rovesciai la custodia di lato per far scivolare il disco nella mia mano. Fino a quel momento mi aspettavo di vedere il nero lucido del vinile. Invece vidi l'argento del LaserDisc che catturava la luce della strada, brillando con venature di blu elettrico, che sembrava olio di motore sull'acqua. Ciononostante, c'erano dei graffi significativi e uno strano punto in cui la superficie di alluminio si era staccata rivelando la plastica sottostante.

Non sapevo cosa fosse il disco e non ero affatto convinto che funzionasse, ma era decisamente curioso, e il vecchio aveva bisogno di soldi. Gli pagai una moneta da cinquecento yen e lo ringraziai un po’ troppo educatamente: "Grazie, domo arigato gosaimasu". Lui chinò un po' il capo e io ripresi a camminare, con il LaserDisc infilato sotto il braccio.

Una volta giunto a qualche centinaio di metri, lo sentii parlottare e strillacchiare; voltandomi indietro, vidi che stava guardando nella mia direzione. Non riuscivo a capire nulla di quello che diceva, e il vento soffiava dolcemente, portando via le sue parole verso le cime degli alberi, i grattacieli, e il cielo notturno pieno di luce artificiale.

II[]

Non possedevo un lettore di dischi, quindi dimenticai il disco per un paio di settimane. Passò un po' di tempo sul tavolino, sul pavimento sotto il divano, appoggiato accanto alla TV, ovunque non lo vedessi. Non avevo intenzione di farci nulla e di certo non potevo comprare un lettore solo per scoprire che il disco era danneggiato in modo irreparabile.

Un giorno un amico americano venne a trovarmi e notò il disco. Mi chiese informazioni e gli raccontai come l'avevo acquistato. Concordò che sembrava improbabile che potesse essere riprodotto, e inoltre non riusciva a leggere i kanji scritti a mano sulla custodia, ma disse di conoscere un tecnico giapponese con l'attrezzatura e il savoir-faire necessari per recuperarlo. Lo contattò e un paio di giorni dopo, quando era disponibile, andammo a trovarlo nel suo appartamento.

La maggior parte dei soggiorni giapponesi ha le solite cose, sedie, TV, tavolo da pranzo e così via, ma in questo appartamento il soggiorno era pieno di apparecchiature audio e video, computer, registratori digitali e analogici, cavi tesi e aggrovigliati dappertutto, schermi di monitor e altoparlanti l'uno sopra l'altro. Dopo aver dato un'occhiata al LaserDisc, il tecnico convenne che nel disco non ci sarebbero stati molti dati ancora fruibili, ma che i pochi presenti potevano essere recuperati.

Aveva un lettore di fascia alta chiamato MUSE Hi-Vision che, a suo dire, era in grado di riprodurre video nonostante i difetti, al contrario di un lettore normale. Questo passava attraverso un amplificatore di elaborazione nella scheda di acquisizione di uno dei suoi numerosi PC e nel software specialistico che conteneva. Ci disse che avrebbe avuto bisogno di tempo per ripulirlo e codificarlo e che avremmo dovuto lasciarlo fare perché stare a guardare sarebbe stato noioso.

Abbiamo accolto l'invito e siamo andati in un bar vicino per bere qualche birra e mangiare un paio di yakitori, spiedini grigliati di diverse parti di pollo: petto, collo, pelle croccante, polpette, cuore, fegato, cartilagini, un ottimo cibo da birra. Il nostro amico tecnico sapeva dove eravamo e ci disse che sarebbe passato a prenderci quando avrebbe finito. Un paio d'ore dopo, quando eravamo ben ubriachi e con la pancia piena, cominciammo a chiederci se sarebbe rimasto là dentro ancora a lungo. Proprio mentre il mio amico stava per chiamarlo al telefono, il nostro esperto era improvvisamente in piedi accanto al nostro tavolo. Il suo volto era bianco e smunto, più bianco e smunto di quanto ci si aspetterebbe da una persona così dedita alla tecnologia digitale, e posò sul tavolo il LaserDisc con la sua custodia, oltre a una scatola nera con un DVD. Senza dire nulla, si girò per andarsene. Io e il mio amico ci siamo guardati, e quest'ultimo ha afferrato la manica del tecnico, dicendogli "Aspetta!".

Nonostante la sua riluttanza, lo facemmo sedere con noi e gli facemmo portare da bere. Bevve velocemente, come se non vedesse l'ora di andarsene, e non volle rispondere a nessuna domanda su ciò che aveva trovato nel disco. Ha detto che era tutto in un file .avi memorizzato sul DVD e che avremmo dovuto prenderlo e andarcene. Ci ha ripetutamente sconsigliato di guardarlo. L'aveva cancellato dal suo computer e avremmo fatto bene a distruggere entrambi i dischi e a dimenticarcene.

Gli ho chiesto se fosse in grado di leggere il kanji scarabocchiato sulla custodia del LaserDisc. Non significa niente, ha detto, niente che potesse capire. Disse che si trattava di una serie di caratteri antichi, e paragonò la cosa al tentativo da parte mia di decifrare l'inglese antico scritto nella più fitta scrittura gotica.

Non voleva essere pagato per il suo lavoro, voleva solo dimenticarsene, ma riuscii a mettergli in mano tre banconote da 1.000 yen. Mi ringraziò ripetutamente, chinando gentilmente il capo, e chiese in maniera quasi disperata se poteva andarsene. Gli abbiamo detto di sì, così si è alzato, ed è corso fuori dalla porta senza dire un'altra parola.

A questo punto non riuscivamo a capire la sua reazione. O era un uomo normalmente molto eccentrico e nervoso, oppure aveva visto qualcosa di terribilmente inquietante con cui stava lottando per venire a patti. Noi, ovviamente, avevamo bevuto un po', e quindi lo abbiamo liquidato come un tipo strano ridendoci sopra.

Ma col senno di poi so che il suo comportamento era comprensibile; anzi, credo abbia retto bene la situazione solo per averci portato i dischi. Se fossi stato al suo posto, forse sarei sparito dai contatti, avrei spento il telefono e ignorato il campanello finché non fossimo andati via. Avrei potuto chiamare la polizia e denunciarci per sospetto di aver commesso crimini folli e terribili. Avrei potuto farfugliare e sbavare per entrare in un istituto psichiatrico protetto, dove sbattere la testa contro pareti morbide fino a morire vecchio e solo tranne che per gli insetti nella mia mente e sotto la mia pelle.


Presto lasciammo il bar, eccitati all'idea di tornare nel mio appartamento e guardare il disco, e con mio grande rammarico fu proprio quello che facemmo. Con qualche lattina di chuhai per mantenere l'atmosfera alcolica, infilai il DVD senza etichetta nel drive del mio portatile. Sul disco c'era un solo file, un .avi con un nome alfanumerico casuale, qualcosa come 000-a54h4.avi. Ho fatto doppio clic su di esso e ho visualizzato il video a schermo intero.

Mi turba ripensare a ciò che abbiamo visto, a quelle terribili immagini che ci hanno fatto passare la sbornia e ci hanno impedito di finire i nostri drink, che hanno tenuto il sonno lontano per la maggior parte degli ultimi cinque anni e hanno di fatto messo fine alla nostra amicizia, rovinando la notte e turbando le nostre vite. Comunque sia, cercherò di ricordare tutto ciò che ho visto di quel video, una disgustosa visione da incubo di quello che sembrava essere l'episodio finale perduto della sit-com americana per famiglie degli anni '80 ALF, la conclusione del cliffhanger che lo vedeva catturato dalla Task Force incaricata di acciuffare alieni…

Il video iniziò con un forte suono stridulo che ci attraversò le orecchie. Sullo schermo c'era un monoscopio, con bande verticali di colori brillanti nella metà superiore e blocchi di nero, bianco e grigio in quella inferiore. Questo è rimasto sullo schermo per circa un minuto, interrotto di tanto in tanto dalla distorsione digitale dei blocchi pixelati, il tutto accompagnato dal suono acuto.


All'improvviso il nulla. Schermo nero e silenzio. Dopo un'attesa che è sembrata di pochi minuti, ma che avrebbe potuto essere di pochi secondi, lo schermo ha cominciato a sfarfallare come una vecchia videocassetta, presumibilmente di un precedente trasferimento da analogico a digitale, sempre con le occasionali esplosioni di distorsione digitale del LaserDisc corrotto. Il logo della NHK iniziò a sfumarsi sullo sfondo nero, ma improvvisamente si dissolse, mentre lo schermo si spezzava in blocchi pixelati e un'esplosione di rumore bianco che scomparve con la stessa rapidità con cui era comparsa. Ciò che rimaneva sullo schermo tremolante era la vista di un corridoio sporco e scarsamente illuminato. Il pavimento e le pareti apparivano piastrellati come in una sorta di ospedale, ma erano ovunque sporchi e danneggiati come se fossero stati teatro di inondazioni e massacri. La maggior parte delle luci era spenta e quelle che funzionavano tremolavano a intermittenza. L'unico suono era l'occasionale ronzio elettronico delle luci, quasi troppo silenzioso per essere percepito. Lungo il corridoio, in lontananza, c'erano doppie porte di ospedale con piccole finestre ad altezza uomo.


Un patetico mugolio, o gemito di dolore e sofferenza, emergeva lentamente attraverso il ronzio elettronico, un singhiozzo lacerante di qualcuno ridotto all'impotenza dalla tortura e dall'umiliazione. Improvvisamente un'alterazione digitale ha squarciato l'immagine, per poi riportarla indietro. La telecamera si muoveva lungo il corridoio mentre si udivano urla gutturali. Qualcuno in una di quelle stanze era evidentemente sottoposto a un calvario atroce, che le parole non potevano esprimere, solo le urla causate da tagli e strappi fatti senza anestesia.


Fino a quel momento eravamo stati abbastanza tranquilli nella visione, ma qualcosa nelle urla e nei singhiozzi ci ha inquietati. Non erano prodotti da qualcuno che recitava, ma piuttosto da un'agonia reale; erano il verso di qualche persona o animale che veniva mutilato e massacrato da mani esperte nell'arte della crudeltà.

Mentre la telecamera proseguiva lungo il corridoio e le urla si facevano sempre più forti, altre voci si univano. Vari richiami e urla disperate in una gamma di tonalità e bizzarri linguaggi alieni si sprigionavano come da esseri imprigionati nelle stanze che si diramavano dal corridoio, ululando in risposta al dolore dei loro compagni di cella. Le urla aumentavano e aumentavano fino a raggiungere un crescendo, la distorsione video tremolante peggiorava fino a oscurare completamente l'immagine, e proprio quando il rumore era così forte che pensavo di urlare, un'altra distorsione digitale e un rumore bianco squarciarono tutto.


Lo schermo visualizzò qualcosa che ci sconvolse, ci fece gridare di orrore e sorpresa, quasi un insensato rantolo di risa. Il coro di urla fu messo a tacere.

L'immagine, il cui contrasto tra ciò che proveniva da un’infanzia familiare e quella ferocia così indicibile, era così inaspettata per noi da mandarci fuori di senno.


Sullo schermo c'era ALF, la forma di vita aliena dell'omonima serie televisiva. L'inquadratura era ravvicinata e mostrava la sua testa e le sue spalle dall'alto, mentre giaceva legato a un tavolo di dissezione in acciaio inossidabile. La luce bianca che si riversava su di lui dall'esterno dell'inquadratura rendeva l'immagine cruda, oltre che troppo luminosa, anche attraverso lo sfarfallio del video usurato.


Era sdraiato con la testa inclinata su un lato, la sua pelliccia era ricoperta di sangue scuro e vari fili ed elettrodi gli penetravano nella parte superiore della testa. Singhiozzava. Il suo dolore era insopportabile, una sofferenza autentica che ci faceva desiderare di raggiungerlo e aiutarlo. La sua espressione di dolore era sia umana che animale.


Ha iniziato a girare la testa, con il massimo dello sforzo, e dopo alcuni tentativi e mugolii stanchi si è rivolto alla telecamera con gli occhi chiusi.

Ancora distorsione digitale e rumore bianco, poi ALF aprì le palpebre. Aveva gli occhi pestati e iniettati di sangue, stranamente umani, come se una persona fosse intrappolata sotto la sua pelle. Cercò di parlare: "Vi prego... mi mancate", gracchiò. "Mi mancate". Le sue parole furono tradotte in sottotitoli giapponesi.

E quando il titolo, la parola "ALF" scritta nelle grandi lettere bianche di quel carattere familiare, e la sua traduzione sottotitolata in giapponese katakana アルフapparve sullo schermo, ALF emise un orrendo urlo che faceva accapponare la pelle, ansimando e urlando fino a che la sua voce non si spezzò; ma ancora, tra singhiozzi e disperati rantoli, continuò a gridare e gridare, mentre fissava la telecamera con quei suoi occhi supplichevoli e morenti. Fissava noi. Fissava me.

Deve essere andato avanti per almeno qualche minuto, e proprio quando pensavamo di non poterne più, proprio quando le urla ci stavano consumando l'anima, è partita quella terribile musica col sassofono. Non potevamo crederci. Insieme alle continue urla iniziò a suonare la sigla, guidata dal sassofono, della terza e quarta stagione di ALF. Era la stessa musica, ma in qualche modo più cruda, come se fosse stata esplosa da altoparlanti sovraccarichi e registrata di nuovo su un cilindro fonografico, per poi essere fatta di nuovo schizzare fuori a un volume da far saltare le orecchie.

E tra tagli intervallati di scene allegre del passato, inquadrature della famiglia Tanner, titoli di testa - "Interpretato da Max Wright... Anne Schedeen..." - e strappi casuali di distorsione analogica e digitale che aumentavano di volta in volta di gravità, c'erano immagini di terribili torture. Un primo piano di una mano che viene trapanata, una gamba che viene mutilata con un martello, e per tutto il tempo quelle urla orribili, respiri affannosi, grida e pianti. La qualità del filmato continuava a deteriorarsi e, man mano che i ricordi felici e le torture e i lamenti miserabili e la distorsione e la musica del sassofono e il rumore bianco si univano, cominciai a sentirmi male. Tutte quelle terribili esperienze si sono accumulate fino a diventare un ruggito e all'improvviso il video è saltato e si è bloccato in un loop, una frazione di secondo di Willie Tanner sorridente con la scritta "Starring Max Wright", un'inquadratura a corpo intero di ALF legato al piano del tavolo con il torso aperto a rivelare le viscere pulsanti e sanguinanti della sua anatomia aliena. Queste due orrende immagini saltano, vengono tagliate, si alternano a intervalli irregolari, mentre le urla, il rumore bianco, il sassofono distorto e grumoso rimangono bloccati. E giuro che sotto tutto il clamore potevo sentire la risata maniacale di ALF stesso.

Queste due immagini sono rimaste in loop per così tanto tempo che ho iniziato a pensare che fosse il file .avi a essersi corrotto in qualche modo, ma controllando ho visto che il cursore temporale di VLC si muoveva in modo naturale. Il loop è continuato fino a quando una distorsione più grave ha cancellato tutti i suoni e le immagini sostituendoli con blocchi di pixel e rumore indistinguibile. Quando l'immagine è tornata era ancora di qualità inferiore e la scena era cambiata. La telecamera, che ora riprendeva con la qualità di una videocamera, sembrava essere leggermente rovesciata da un lato su un tavolo dall'altra parte della stanza, rivolto verso quello dell'autopsia dove ALF giaceva legato. L'illuminazione era scarsa, e una sfumatura verde nell'immagine suggeriva che la telecamera fosse notturna.

La scena è stata oscurata da qualcuno che si è messo davanti alla telecamera, una persona con un camice da medico, guanti e grembiule pesantemente macchiati di sangue e feci. L'uomo ha regolato leggermente la telecamera e si è allontanato dall'inquadratura. ALF, che forse giaceva in stato di incoscienza, sembrò riprendersi e cominciò a mugugnare e a implorare "no, no, per favore, no", muovendo leggermente la testa da un lato all'altro. Sembrava delirante, angosciato e a malapena vivo.


Il medico rientrò nell'inquadratura e si posizionò con le spalle alla telecamera accanto ad ALF e al tavolo autoptico. Era coperto da un copricapo grigio da chirurgo e da una mascherina. Si trovava sopra ALF e lo guardava dall'alto verso il basso e sembrava che stesse parlando. Non riuscivamo a sentire una parola di quello che diceva, solo le occasionali consonanti calme che penetravano tra i singhiozzi e le suppliche di ALF e i leggeri movimenti della testa e delle spalle.

La scena è rimasta invariata, tranne che per la persistente interferenza casuale della distorsione, per circa cinque minuti. Cinque minuti di discorso calmo e impercettibile. Invariato, tranne che per occasionali e improvvisi salti sui volti sorridenti di Kate, Lynn e Brian Tanner, che sembravano guardare con curiosa allegria. Era come se il chirurgo, l'aguzzino, stesse spiegando in modo semplice cosa avrebbe fatto ad ALF. I singhiozzi e le suppliche continuarono per tutto il tempo, poi un breve lampo di distorsione e rumore bianco portò improvvisamente al buio.

Non so quanto sia durata l'oscurità. Potrebbe anche non essere stata nel video. Forse sono svenuto momentaneamente o lo shock ha lasciato un vuoto nella mia memoria. Qualunque cosa sia realmente accaduta, quando l'immagine è tornata, la scena è cambiata ancora una volta. La telecamera era in movimento, tenuta in mano da qualcuno che presumevo fosse il chirurgo, non era puntata su nulla ma oscillava selvaggiamente con i movimenti del braccio. Era vertiginosa e produceva effetti sfocati di pareti macchiate di sangue come sul pavimento di un mattatoio. Presto si stabilizzò e si spostò sul tavolo dell'autopsia dove giaceva il cadavere mutilato e senza testa di ALF, per poi saltare su Kate, Lynn e Brian che conversavano allegramente. La macchina da presa si spostò poi lungo il corpo e verso l'alto, in direzione del soffitto, verso la fonte di un gocciolio aritmico di liquido scuro.

Lì, appesa a cavi e fili, c'era la testa mozzata di ALF, con il cuoio capelluto rasato e le orecchie tagliate per consentire l'accesso ai numerosi elettrodi penetranti. Sotto il moncone del collo pendeva la colonna vertebrale staccata dal corpo e, anche se sul momento non ci feci caso, col senno di poi mi resi conto che c'era qualcosa che non andava. Beh, ovviamente nulla andava. Ma voglio dire che la colonna vertebrale non era come ci si aspetterebbe. Invece di essere una struttura ripetuta di piccole vertebre separate, iniziava dal collo con due lunghe e sottili ossa parallele che correvano per metà della lunghezza e terminavano con un'articolazione dove si collegavano a un unico osso più spesso che correva lungo il resto del percorso. Ripensandoci, col tempo mi sono convinto che la colonna vertebrale di ALF non fosse una colonna vertebrale, ma che le ossa che ho visto fossero il radio, l'ulna e l'omero di un braccio umano.

Mentre la telecamera si fermava per un attimo su questa scena e le parole "Creato da Paul Fusco" svanivano sullo schermo, gli occhi di ALF si aprirono e guardarono direttamente nella telecamera. La voce del cameraman risuonò, la voce del chirurgo, come la voce di Willie Tanner che diceva "Buongiorno, ALF".


ALF emise un urlo di angoscia gutturale e la sequenza dei crediti riprese. Immagini umoristiche di ALF che beve dal water, che prova gli occhiali, che sbircia attraverso le tende, che indossa le cuffie, tutte queste cose, ma al posto della sigla c'era solo quell'urlo, quell'ansimare disperato e quel pianto.

III[]

Subito dopo la fine del video mi sono girato e ho vomitato sul bracciolo del divano e sul muro. Vomitavo, ancora e ancora. Mi appoggiai cercando di recuperare le forze per un paio di minuti e alla fine guardai il mio amico. Era seduto immobile, con la bocca serrata e gli occhi spalancati e vuoti, le mani tese in quella che poteva essere un'alzata di spalle, o una supplica, o addirittura una preghiera. Lo chiamai per nome, ma non ottenni risposta. Lo scossi per il ginocchio, poi per la spalla e lo chiamai per nome ancora e ancora. Improvvisamente si riscosse e un po' di vita tornò nei suoi occhi, solo un po'. Guardò in giro per la stanza, come se si chiedesse dove fosse, e verso di me.


Ci guardammo, scioccati e increduli, e io sentii la nausea aumentare. Mi precipitai in bagno e mi misi a respirare, a sputare e a singhiozzare con la bocca e con il naso. Mentre tutto ciò accadeva, sentii la porta d'ingresso chiudersi. Quando uscii dal bagno il mio amico se n'era andato, così come il LaserDisc e il DVD del mio portatile. Il cassetto del disco era aperto e il VLC era aperto sul desktop, ma il file era sparito. Se avessi voluto riprodurlo, cosa che non volevo assolutamente fare, non sarei stato in grado di farlo.


Dopo aver ripulito il mio vomito e non essere riuscito a contattare il mio amico (non rispondeva al telefono), andai a letto senza riuscire a dormire. Rimasi per ore a fissare il soffitto con immagini terribili che mi passavano per la mente. A un certo punto mi sembrò di sentire una voce da qualche parte nell'appartamento e riuscii a trovare il coraggio di indagare, ma non trovai nessuno. Tornai a letto con le luci accese e mi addormentai in preda a terribili incubi indefinibili. Mi svegliai bagnato della mia stessa urina. Non ricordo di averlo mai fatto prima.


Non ho più visto né sentito il mio amico e con il tempo sono diventato sempre più restio a contattarlo. Ora, se lo vedessi per strada, credo che mi girerei e passerei dall'altra parte per paura di quello che potrebbe accadere se i nostri ricordi in comune si dovessero riallacciare. Da quando ho visto quel video ho sofferto di gravi disturbi del sonno e sono stato in terapia per cercare di placare la costante ripetizione ossessiva di immagini mentali estreme e indesiderate.


Pochi mesi dopo aver visto il video sono tornato a casa in Inghilterra e da allora non sono più stato in Giappone. Anche se è successo cinque anni fa e a seimila chilometri di distanza, non riesco ancora a staccarmene. Porto le immagini con me nella mia testa e sospetto che lo faccia anche il mio vecchio amico. Non so dove sia o come stia, ma la settimana scorsa ho ricevuto un'e-mail intitolata "ALF Autopsy" da uno di quegli account temporanei anonimi. Ho cancellato l'e-mail e ho spento il computer.


Traduzione dalla Wiki inglese

Link all'originale: https://creepypasta.fandom.com/wiki/ALF_Autopsy

Narrazioni[]

Alf_Autopsy_-_Creepypasta_ITA

Alf Autopsy - Creepypasta ITA

Narrazione di La Voce Dell'Alchimista

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