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NOTA: Questo racconto è il frutto di una collaborazione tra me e TomekITA; il testo, dunque, fa parte del suo universo narrativo, e in seguito Tomek pubblicherà una storia connessa a questa. Buona lettura.

Niente si crea e niente si distrugge.

Lo zero è il numero più potente che esista nell’universo. Dallo zero, ovvero la non-esistenza, può nascere l’esistenza, e con essa altri stadi di non-esistenza. Prima del Big Bang esisteva già l’universo; era semplicemente… vuoto. Poi dal vuoto si sono generate stelle, pianeti e galassie, e a loro volte questa materia si è evoluta nei buchi neri, nella vita e nella morte. Ma in principio non esisteva differenza tra vita e morte: si poteva essere in entrambi gli stati. Poi avvenne un terribile cataclisma che stravolse tutto. La sofferenza venne divisa dalla felicità; l’amore venne diviso dall’odio; il buio venne diviso dalla luce; perfino la realtà si divise da se stessa. Tuttavia, ancora oggi ogni cosa è connessa, grazie al principio di azione-reazione. Se decideste di suicidarvi, nasceranno varie linee temporali in cui potreste essere morti o vivi, e se mai le linee dovessero incontrarsi o coincidere, allora sareste come all’inizio, sia vivi che morti. Ma da una parte del multiverso, al centro delle dimensioni, vi è un punto tutto nero, rimasto intatto al cataclisma, in cui niente è diviso.

Nessuno sa cosa viva lì dentro.


In uno dei possibili futuri:

Che stesse sognando, Amanda l’aveva intuito fin da subito. Aveva sognato quel posto almeno dieci volte questo mese, e ogni volta era terrificante. Si trovava immersa in un nero cosmico; fluttuava verso un punto ignoto, ad una velocità inimmaginabile. Sentiva di essere incorporea, di trovarsi lì non con il corpo, ma con la mente. E quando urlava o alzava il braccio, muoveva non degli arti fisici, ma arti psichici. Sentiva dei sussurri provenire da tutte le direzioni:

“Lei ci salverà.”

“Il dolore vero non è mai stato provato…”

“Mamma! Dove sei?!”

Si mise le mani sulle orecchie e urlò. L’urlo fu così forte da zittire quelle voci, oltre che squarciare il tessuto stesso della realtà. Vedeva con la mente di star attraversando un districato tunnel interdimensionale, ai cui lati si stagliavano enormi lampioni(o qualsiasi cosa fossero) che emettevano una luce giallastra e che si spegnevano e accendevano e si spegnevano e accendevano. E così Amanda si sentì inondare di una luce giallastra, la stessa che aveva immaginato. Capì che se quel luogo era vuoto allora lei poteva riempirlo, e dunque immaginò di essere a tavola per il giorno del Ringraziamento, con un buon odore proveniente dalla cucina della mamma. Era l’immagine più rassicurante che le veniva in mente. E immaginò che il tacchino fosse un tacchino speciale, capace di non farti ingrassare. Amanda vide tutte queste cose formarsi dinanzi a lei.

Ora era a tavola. Tutti i parenti erano seduti con lei. Suo cugino Frank aveva messo della musica festiva, com’era tipico di lui. Frank era un gran festaiolo, sapete? Portava sempre bevande, scherzi e risate. In questo preciso istante stava raccontando una barzelletta divertente sui canguri. Amanda era seduta a capotavola, e rideva come tutti gli altri.

(smettila subito)

Il fuoco scoppiettava alacremente e un leggero venticello sbatteva contro le finestre. Il padre di Amanda si alzò in piedi e si mise a fare un discorsetto e

(smettila, ho detto!)

fu allora che l’illusione si ruppe. Amanda venne riportata con forza nel nero di poco prima. Sentiva di essere catapultata con un’energia inimmaginabile al centro di quel luogo. Provò a urlare, ma si accorse di non aver più l’energia mentale per farlo. Giunse alla fine. Come sempre, lì stava acquattata lei. Amanda non aveva mai capito chi fosse, ma di sicuro non era umana. Era una donna scheletrica dagli occhi vuoti e dalla bocca – o ciò che rimaneva di essa – allargata in maniera innaturale. La stava aspettando, lo sapeva.

“Oh, cara” sibilò la donna, e la sua voce sembrò giungere da lontano; si sentiva anche un’enorme quantità di energia sprigionarsi dal nulla. Una mano scheletrica toccò il viso di Amanda, la quale aveva già assistito a questa scena molte volte nei suoi sogni. L’unica differenza era che, di solito, a questo punto si svegliava sempre, ritrovandosi immersa nel suo sudore e con la sveglia che suonava le sette e mezzo e papà che preparava la colazione. Ora, per quanto tentasse, era intrappolata in quel luogo. La presa della donna si fece sempre più forte, e la ragazza sentì un dolore lancinante.

Provò a urlare, ma fu di nuovo inutile.

La donna sorrise.

(Come fa uno scheletro a sorridere?)

E il viaggio ricominciò.

In eoni, attraversarono astri e dimensioni. Una forza si sentiva su di loro. Eppure, Amanda riusciva a intravedere qualcos’altro al di là del nero. Qualcosa che era dalla sua parte e cercava di aiutarla. La presenza dell’essere non era ben delineata, ma c’era, e sorrise alla ragazza.

Urla.

Amanda provò a urlare, e le uscì un piccolo gemito dalla bocca mentale. Avvertì anche un leggero dolore, dovuto allo sforzo.

Ancora.

Stavolta riuscì quasi a liberarsi. Il volto della donna scheletrica che la teneva ferma iniziò a mutare: da un sorriso, passava ad una bizzarra neutralità, per poi finire in curiosità. L’ho sorpresa, pensò Amanda. Non se l’aspettava. Sorrise. Sapeva che adesso avrebbe potuto liberarsi, che bastava poco per svegliarsi; ma insieme a quella stupenda considerazione, vi era anche il terribile – e probabilmente veritiero – pensiero che quell’opportunità stesse lentamente scivolando via secondo dopo secondo, lì nel nero cosmico lontano da lei e dalla donna scheletrica e…

Usò tutta la forza che le era rimasta in corpo. Immaginò di muovere le braccia per liberarsi, e sentì che qualcosa si stava effettivamente muovendo. Ottimo. Adesso immaginava, con un’incredibile energia, di sferrare un pugno alla sua rapitrice. Avvertì qualcosa passarle davanti, e la donna scheletrica si ritrasse, un’aria di dolore sul suo viso. Ora! urlò Amanda con la mente. Chiuse gli occhi – non quelli fisici, ma mentali – e disse, procurandosi un gran dolore:

“LASCIAMI ANDARE!”

Un’onda li investì.

Le braccia dello scheletro si distrussero come una casa che viene colpita da un violento uragano.

Il corpo di Amanda vibrò.

Poi cadde, e fu come venire assorbiti da un buco nero senza fine. Ogni cosa sfrecciava davanti a lei, mentre nella mente riecheggiavano momenti della sua vita: il regalo di compleanno che aveva ricevuto a sei anni; il suo primo amore, un ragazzino delle medie di nome Scott Aiken; quella volta che aveva cavalcato un cavallo a dodici anni. Ma alla fine di tutti quei ricordi felici c’era una bara contenente vari scheletri, come la morte di sua nonna o la prima volta che aveva vomitato in bagno.

(grassa grassa grassa)

E prima che si svegliasse, prima di tornare all’interno del suo corpo, tutto imperlato di sudore e terrore, vide un’ultima, terrificante immagine. Era il volto della donna scheletrica, quella che la tormentava nei sogni. Solo che adesso c’era qualcosa di diverso in lei, un dettaglio minuscolo ma per nulla insignificante.

L’espressione sul suo viso era cambiata.

Adesso non rifletteva né felicità, né sorpresa né tantomeno neutralità.

Era solo collera.

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