Creepypasta Italia Wiki
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Dopo aver pubblicato un certo numero di racconti dell’orrore in vari luoghi in giro per l’internet, venni travolto dal gran numero di e-mail di supporto e di messaggi che ricevetti. Mi spronò a scrivere di più, a prendere seriamente le mie ambizioni, e a dedicare un quantitativo sempre maggiore di tempo nel tentativo di diventare un autore da pubblicazione.

Non potevo sapere che questo riconoscimento della mia scrittura mi avrebbe portato ad una serie di orribili e abominevoli eventi.

Per oltre un anno ricevetti numerosi messaggi ed e-mail, per lo più positivi e piacevoli, tuttavia ogni paio di giorni trovavo anche strane e frammentarie corrispondenze non correlate nella mia casella di posta in entrata. Ogni e-mail consisteva in una parola a caso come oggetto, con un messaggio esso stesso costituito da una semplice frase, di norma lunga solo due parole. L’indirizzo e-mail cambiava ogni volta, ma era chiaro dalla natura dei contenuti che l’autore fosse lo stesso.

Inizialmente liquidai come inutile prodotto di un lurker annoiato su internet, che cercava di dilettarsi con il pensiero di me leggere confusi, enigmatici, ma preoccupanti messaggi in codice. Man mano che i giorni passavano, tuttavia, le e-mail diventavano gradualmente sempre più contorte e profetiche, iniziai a sospettare avessero un’origine ben più sinistra.

Avevo pubblicato e contribuito in molti siti e forum negli anni, e non era insolito svegliarsi ogni mattina con venti o trenta nuove e-mail nella mia casella di posta. Passavo spesso la mia pausa pranzo rispondendo ad esse, e quella corrispondenza mi faceva genuinamente piacere. Tuttavia, il giorno dopo aver postato una storia intitolata “Il passeggero”, seguii la mia solita routine accedendo al mio account a mezzogiorno, solo per trovare un messaggio che risaltava per il disagio che mi provocò rispetto agli altri.

L’oggetto citava “Soffrire” e la e-mail in sé conteneva solo tre parole:

“Il Bambino Piange”.

Spostai il messaggio nel cestino e non ci pensai più, se non più tardi quella stessa notte. Era stata una lunga giornata ed ero rimasto a scrivere dall’alba fino al tramonto, stancandomi, e mi sentivo bello pronto per un buon, lungo riposo tardivo.

Erano circa le 11:30 di sera e, proprio quando iniziai a scivolare verso il mondo dei sogni, udii un rumore. Non sembrava fuori luogo, né mi provocò alcuna seria preoccupazione, visto che proveniva da oltre il muro, dalla casa del mio vicino. Era il tipo di comune suono a cui ogni residente è abituato.

Sorrisi tra me e me pensando a “il bambino piange”, e riscivolai nel sonno certo che la madre o il padre del piccolo lo avrebbero presto confortato, come si fa sempre.

Mi svegliai ancora, dando un’occhiata al mio cellulare, il quale diffondeva uno spettrale bagliore nella stanza. Vedendo che erano le tre di mattina passate, mi innervosii sapendo che avevo una lunga giornata davanti a me; il riposo non giunge facilmente in quelle notti nelle quali sappiamo di doverci svegliare presto. Il solo pensiero del bisogno di una buona notte di riposo prima del giorno di lavoro successivo preclude qualsiasi nozione di sonno.

Disteso lì ascoltai nell’oscurità il neonato della porta accanto piangere, che si struggeva, turbato ed inconsolabile. Di certo i genitori non lo avevano lasciato urlare per tutte quelle ore, da solo nel buio della notte, non sorvegliato. Dopo aver cercato di ignorare le grida del bambino per quelle che sembrarono ore, ammisi la mia sconfitta e mi spostai nella camera degli ospiti nella quale di solito stavano i miei famigliari e i miei amici, in quelle rare occasioni in cui venivano a farmi visita.

Alle 7:30 del mattino suonò la mia sveglia e, dopo aver fatto i conti con la realtà di dover affrontare un’altra giornata, mi alzai riluttante dal letto e mi avviai lentamente verso la cucina per preparare del caffè. Guardai fuori dalla finestra la strada sottostante. Ciò che vidi mi sconvolse: una macchina della polizia e due ambulanze parcheggiate fuori dalla casa del mio vicino.

Nonostante la mia mente annebbiata e pre-caffeina, il ricordo di quel disperato bambino piangere nella notte balzò in prima linea. Smisi immediatamente di fare ciò che stavo facendo, mi misi dei vestiti addosso e corsi fuori.

Non ero l’unica persona a star guardando, poiché i soliti residenti ficcanaso stavano sulla soglia delle loro porta, alcuni addirittura in strada, con ancora indosso le camicie da notte, spettegolando pigramente e sparando un assurdo numero di scandalose voci. Chiedendo a diversi spettatori cosa fosse accaduto, mi venne riferita una varietà di versioni, dal dire che un bambino era stato rapito dagli alieni al dire che qualcuno aveva avuto una crisi epilettica durante la notte.

Il silenzio piombò sulla strada quando la porta d’entrata dei miei vicini finalmente si aprì, lentamente. Tre ufficiali di polizia uscirono cupamente dalla casa, e un sussulto collettivo sembrò uscire dalle bocche di tutto il pubblico in strada. Subito dietro di loro, due uomini in abbigliamento bianco sterile trasportavano una barella, e su di essa una sacca per cadaveri contenente i resti di uno dei miei, ormai ex, vicini ormai morto.

Alcuni pianti risuonarono nella strada; coloro che lo conoscevano versarono lacrime, mentre coloro che non lo conoscevano parlavano tra loro. Poi, altro silenzio, seguito da una seconda barella e un'altra sacca per cadaveri. Questa volta non ci fu il benché minimo rumore. La strada era priva di suoni. Una tensione palpabile si diffuse nell’atmosfera, un incombente senso di timore mentre tutti noi attendavano, sperando oltre ogni speranza che non ci fossero altre morti.

Mi si ruppe il cuore.

L’ultima barella, che supportava un piccolo ed insignificante sudario, venne trasportata fuori alla luce del mattino solennemente, e con attenzione posata nel retro dell’ambulanza. Lacrime vennero versate, e si esigevano risposte da parte della polizia, ma non riuscivo a sostenere quella vista. Non riuscivo a sopportarla. Il suono di quel povero neonato urlare nella notte, gridando per la sua stessa vita, riverberava nelle mie orecchie. Il suono di un bambino ora per sempre messo a tacere. Il ricordo era assordante.

Come potevo saperlo? Il bambino aveva pianto più volte in passato, come molti fanno. Non potevo sapere!

Camminai, disorientato, per il mio giardino e rientrai nel vuoto santuario che era casa mia. Non mi vergogno a dire che ho pianto e pianto sapendo che forse, se avessi prestato attenzione o avessi avuto più riguardo anziché tornarmene a dormire, se avessi notato che qualcosa non andava, avrei potuto chiamare la polizia e loro sarebbero stati ancora vivi!

Diverse ore dopo, due ufficiali della polizia arrivarono alla mia porta per chiedermi se avessi visto o sentito nulla di insolito dalla notte precedente. Dissero di non avere la libertà di riferirmi cosa fosse accaduto, ma che qualsiasi informazione potessi fornire li avrebbe aiutati immensamente con le investigazioni.

Quando parlai loro dell’e-mail che avevo ricevuto si guardarono l’un l’altro con una palese nota di scetticismo. Quando la mostrai a loro, chiesero se potessi fornire le mie credenziali per cercare di rintracciare da dove essa provenisse. Ovviamente gliele diedi, dopodiché se ne andarono dicendo che saremmo rimasti in contatto.

Non appena se ne furono andati, tornai allo schermo del computer per spegnerlo. Indietreggiai dallo sgomento alla vista di un’altra e-mail enigmatica nella mia casella di posta. L’oggetto era intestato “Fan”, mentre l’e-mail conteneva per l’ennesima volta due brevi parole. Due parole che gettarono paura in ogni parte del mio essere.

Diceva semplicemente:

“Hai parlato.”

Non ero per nulla pronto per ciò che avvenne in seguito.

[Autore originale: Michael Whitehouse | Traduzione di Moka ]


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