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Non ero in me quando lo facevo: c'era come un'altra persona che prendeva il sopravvento e mi allontanava, mi convinceva e mi manipolava. Era colpa del mio inconscio, credo... o dei miei ricordi, forse. Non riuscii a capire che quella parte di me mi avrebbe portato alla rovina, facendomi diventare come chi non volevo essere.


Sono sempre stato un tipo solitario. Amavo la gente ma a volte la detestavo; ero una di quelle persone a cui piace viaggiare in treno da sole, ascoltando musica e guardando fuori.
Fuggii da casa nel periodo adolescenziale.
Prima di scappare mia madre mi dette la sua cravatta rosa, che indossava sempre al lavoro, molto maschile a dire la verità. La presi per ricordarmi di lei e del suo profumo, salendo sul primo pullman che mi capitò. Lei rimase, dovette.
Quando andavo a scuola, da piccolo, mio padre non veniva mai a prendermi. Solo a volte, in ritardo tra l'altro e, quando non si presentava, tornavo a casa da solo per trovarlo steso sul divano, la bottiglia in mano, ubriaco. Insinuava che sarei dovuto tornare prima, che ero la vergogna della famiglia, che ero pigro, cose senza senso e mi picchiava. Mia madre mi difendeva sempre, così picchiava anche lei, oltre me ovviamente, per poi violentarla.
Io restavo fermo, seduto in terra, zitto a guardare, impaurito da lui e dal suo sguardo.
Mia madre urlava e piangeva, lui godeva e sbavava.
Avevo 12 anni, ero piccolo e non riuscii a difendere l'unica persona che veramente mi amava: mia madre. La trovarono morta pochi mesi dopo, sgozzata. Dicevano che era incinta, forse una femmina, ma abortì, così lui la uccise, per poi impiccarsi.
Aveva sempre sognato di avere una figlia.
Venni accolto da una famiglia, finii gli studi e iniziai a lavorare, trasferendomi altrove.
Mi piaceva spesso fantasticare sulle persone che passavano, sulle loro vite, sulle coppie che si amavano e sulle loro storie insieme.
Poi cambiò qualcosa.
Iniziai ad immaginare loro che morivano, uccisi da me, loro che soffrivano, torturati da me, loro che piangevano, terrorizzati da me.
Solo uomini, però.
Fu così che iniziai. La prima volta capitò per caso, in un bar, un tizio mi offese, era ubriaco, così uscii dal locale e lo aspettai fuori. Quando sbronzo come pochi mi raggiunse mi feci seguire sul retro e gli dissi:
-Fottiti- alzando il dito medio e sparandogli, con l'altra mano, prima a una gamba, poi all'altra, poi allo stomaco e poi alla testa.
Odiavo gli ubriachi.
Nessuno mi vide quel giorno, ma capii che il rischio poteva essere alto e mi promisi di non farlo più.
Durai un mese: al lavoro uno stronzo del reparto di sopra mi dette del "frocio" perché indossavo una cravatta rosa, e a me quella cravatta piaceva. Fu così per una settimana intera quando un giorno arrivai preparato. Mi vide entrare in bagno e mi seguì dicendo: -O-M-O-S-E-S-S-U-A-L-E che fai? Pisci da seduto?- per poi ridere mentre si lavava le sue "delicate" mani, perché il finocchio ero io. Non sapeva però che in bagno,si, mi ero seduto, ma solamente per caricare il mio fucile.
-Lucash?!- esclamai aprendo la porta, lui si girò, mi guardò e... "bye bye" sussurrai. Il sangue schizzò ovunque, sporcandomi. Si ritrovò steso in terra con pezzi di viso sparsi per il bagno, morto. Il rumore dello sparo creò scompiglio, la segretaria Rosy entrò per prima ma io intanto me l'ero già squagliata, non semplicemente dal lavoro ma dalla città stessa. Da quel giorno in poi, quando uccidevo, mi promisi di indossare la mia cravatta rosa, sempre.
Cambiai vita, fui costretto, ancora una volta mi ero fatto trascinare da quella parte omicida che piano piano prendeva sempre più il controllo di me.
Volai in Svizzera, con documenti falsi, iniziai come cameriere quando poi dovetti trasferirmi in Cina.
Odiavo i ritardatari o per lo meno capii di odiarli. Non sopportavo di vivere in un paese come la Svizzera e ritrovami a dover aspettare persone per più di 20 minuti, 20 minuti cazzo e, cosa peggiore, non avvisavano, neanche un messaggio. Quando non mi veniva a prendere e tornavo tardi mio padre mi picchiava, ingiustamente, quindi non ci vedevo nulla di male nell'uccidere chi, per più di una volta, tardava ad un appuntamento, giustificandosi con: dovevo scopare scusa o mia figlia piangeva, vuole un pony, bha. Uccisi tre persone, tre amici, anche se io non ho amici, tre colleghi, sono più un tipo solitario, ma già lo sapete.
In Cina non riuscii a trovare un lavoro decente per colpa della lingua e, avendo finito i soldi, fui costretto ad uccidere e a rubare.
Ormai non ero più io, ormai ero quasi diventato come chi non volevo essere.
Mi feci una nomina, le persone mi contattavano per uccidere e la paga era ottima. Stavo alla grande, veramente alla grande, bastava essere solo un po' cauti.
Passarono gli anni.
Un giorno stavo tornando verso casa, dopo il lavoro. Avevo appena segato un vecchio muso giallo, un pezzo grosso di un'azienda concorrente del mandante, un uomo ovviamente perché non uccidevo donne, quando sentii delle grida. La zona era deserta e solo la luna illuminava quella strada che in pochi secondi si sarebbe colorata di rosso. Un uomo grosso, pelato, d'impatto mi parve un rumeno o un polacco, stava tentando di stuprare una ragazza. Le vedevo le bianche cosce nude e le mani di lui sul collo di lei, mentre tentava di soffocarla, sbattendola contro il cassonetto della spazzatura.
Presi il fucile dalla valigetta e lo caricai.
Lei urlava ma lui le tappava la bocca, poi la spingeva e la soffocava, nello stesso momento.
Ripensai al passato, per un istante.
Salì la rabbia.
Indossavo ancora la mia cravatta, mi avvicinai, lo toccai, lui si girò, si fermò a guardarmi e mi ringhiò qualcosa con la sua voce strana, schifosa, la bava che calava. Continuò a montarla, come se nulla fosse, come un animale. Lo ritoccai e questa volta sbuffò, si fermò e tirò fuori gli attrezzi, il suo pene e la sua pistola. Me la puntò alla testa, la pistola, io sorrisi e poi gli dissi:
-Scusa- guardando verso il basso - ma ti batto in lunghezza - e sparai, mirando al suo pene. Si accascio a terrà, il sangue che usciva come l'acqua da una fontana. Iniziò a piovere, il sangue si mischiò all'acqua e la strada si dipinse di rosso. Presi lei, lasciai lui steso a terra, me la caricai sulle spalle e la portai via.
Divenne la mia ragazza, la mia guida, la mia mentore. Grazie a lei mi ritrovai, la sua dolcezza e il suo dolore mi
colpirono, mi cambiarono.
Io salvai lei e lei salvò me.
Fu così che smisi di indossarla, la nascosi, non ne avevo più bisogno adesso.
Mi insegnò perfettamente il cinese, lei, lo imparai velocemente e grazie alle sue conoscenze trovai un lavoro serio, come impiegato in un ufficio; iniziammo a vivere, comprammo anche un cane, passò un anno, la vita sembrava diversa adesso, migliore. E fu così che ebbi un figlio da lei, un maschio, e 5 anni dopo era incinta di nuovo. Ero la persona più felice del mondo, ma lei no. Mi disse che avrebbe abortito, che la legislazione cinese non consentiva più di un figlio. Io gli dissi di partire ma lei non ne volle sapere.
Tutto poteva tranne lasciare definitivamente la sua nazione, una tradizione che si tramandava da secoli nella sua famiglia e che lei non avrebbe disonorato.
Fottuti cinesi.
Il mio sogno era avere una bambina, una dolce bimba. Più volte le parlai riguardo questa faccenda, sentivo il bisogno di avere una figlia, di un fiocco rosa appeso alla porta, mai lei niente.
Senza neanche accorgermene precipitai, di nuovo, nel buio più totale.
E fu così che quando mi svegliai, il giorno dopo, feci una doccia, mi asciugai e andai in camera, mi vestii, frugai nel dimenticatoio e come un tempo indossai la mia cravatta, quella rosa.
Andai in cucina, lei era di spalle, non mi vide neanche mentre aprivo il cassetto e afferravo il coltello. Mi vide mio figlio, però, e vide i miei occhi.
E non li riconobbe.
-Papà?- mi chiamò, spaventato forse, mentre mia moglie si girava. Io le sorrisi e le andai in contro, il coltello dietro la schiena, per abbracciarla, poi la vide, rosa, la riconobbe e capì, sgranò gli occhi ma non fece neanche in tempo ad urlare.
-Fottiti- e le tagliai la gola, più volte, in più parti. Il corpo cadde a terra, immobile, lo fissai, poi mi tolsi la cravatta impregnata di sangue e la porsi a mio figlio come ricordo della sua infanzia.
Impaurito e silenzioso, proprio come me dinnanzi a mio padre, l'afferrò.
-Scappa- gli dissi guardandolo.
E mentre lui correva verso la prima fermata del pullman, io tornavo in camera per guardarmi allo specchio.
E li riconobbi, li ricordai, ora su di me, gli occhi di mio padre.
Adesso, non facevano più paura.
Presi una corda e lo imitai.

Così, mentre muoio, capisco di essere diventato come colui da cui io stesso sono scappato, anche se una parte di me è riuscita a salvarsi... forse... mio figlio.

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