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Da dove potrei incominciare?

Ah sì: dalla stupidità umana, rappresentata in questo particolare caso dal classico stereotipo del bulletto "Patrick Anderson" o come lo chiamavano i suoi "coetanei bonobò", "Pat"; stereotipo perché rispecchiava le tipiche caratteristiche di un bullo da film pieno di cliché: robusto, cannaiolo, con problemi in famiglia e con un attitudine comune e banale di prendersela sempre col più debole.

"Filiph Jackson" (o più comunemente, Fil) in questo caso invece è una vittima non da tipico cliché, anche se molte delle sue caratteristiche potrebbero ricondurlo al classico nerd: non viene notato da nessuno, ha pochi (ma buoni) amici, è magro e non cura molto il suo aspetto (non che a lui interessi tanto); quello che lo contraddistingue però dalla massa di stereotipi che oggi giorno si trovano come le merde di cane sopra i marciapiedi è la sua profondità, la sua fragilità e il fatto che sembra sempre come se stesse nascondendo qualcosa, come una porta della sua mente che riesce difficilmente a tener chiusa.

Per quanto riguarda la mia persona preferirei non descrivermi, sono solo un semplice spettatore e mi limiterò a descrivere e commentare questa tragicomica vicenda.

Fil passava le sue giornate tra libri, videogame e partite a DnD interminabili. Insomma: si faceva i cazzi suoi. Ovviamente Pat era l'esatto opposto: di fatti si divertiva a vedere soffrire gli altri soltanto per cercare di colmare quel triste e monotono vuoto che aveva dentro.

Fil ovviamente era una vittima.

Pat inceve uno schifoso carnefice, carnefice dell'autostima di un ragazzo innocente, silenzioso, intelligente e timido, carnefice della dignità di Fil.

Fil piangeva, e come se piangeva.

Ogni singola volta che passavo per i bagni all'intervallo per accendermi una sigaretta (dato che non mi piace stare molto fuori con la gente) sentivo singhiozzare, piangere, lo sentivo auto-maledirsi per essere così nerd, secchione, timido... Era come un concerto dove i violini interpretano la sua fragilità, le trombe i singhiozzi e le percussioni fanno da parole.

Quanti lividi portava a casa insieme allo zaino Fil.

Quante crepature nella sua mente formavano piano piano una spaccatura.

Ogni singola volta percepivo qualcosa in lui che cambiava, una porta che stava per aprirsi, un concerto totalmente diverso dietro al tendone del palcoscenico della sua mente, che aspettava soltanto l'aprirsi di quest'ultimo per suonare.

Poi accadde.

Quel giorno Fil non aveva uno zaino.

Quel giorno Fil aveva aperto qualcosa.

Quel giorno non era come al suo solito in bagno a singhiozzare.

Quel giorno Fil era ancora calmo, come un chirurgo prima di un'operazione.

Quel giorno aveva qualcosa con sé, nascosto accuratamente nella tasca.

Mi fumavo una sigaretta, nel solito bagno, guardando il cortile dalla mia solita finestra.

Pat si fumava una sigaretta.

Pat rideva quando vide Fil avvicinarsi.

Nessuno oltre a lui e i suoi schifosi amici lo stava guardando.

Fil guardava Pat. 

Fil fece uno scatto.

La sigaretta di Pat, cadde.

Tutti improvvisamente notarono la sua flebile esistenza.

Il sipario si era aperto e il violino aveva appena toccato la sua nota più alta.

La porta, ormai, aperta.

Ma chi ballò quella tragica melodia?

Il suo coltello, che danzò velocemente nell'aria prima di toccare la sua trachea, colorando di rosso il suolo.

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