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C’è qualcosa di strano nell’aria.

È pesante, pesante…

Mi muovo avanti indietro in uno stato di trance, trascinandomi appresso il corpo come se fosse un’inutile zavorra.

Tutto è così pesante, pesante…

Inspiro, faccio fatica a far penetrare l’aria fino ai polmoni, e l’odore di fiori marci e terra bagnata mi nausea.

C’è qualcosa di strano oggi, non riesco a capire perché..

Il cielo è plumbeo, non riesco ad udire alcun rumore, nemmeno in lontananza; il campo santo sembra essere stato sigillato sotto una cupola di vetro, un vasetto ermetico.

Mi trascino sul ciottolato, la testa rivolta verso il basso, le braccia che ciondolano lungo i fianchi.

Perché non sento neanche un suono?

Vengo investita da un’improvvisa ansia, credo che dovrei andarmene di qui.

Lo scalpitio di due piedini veloci mi ridesta dai miei pensieri; un bambino con indossa una maglietta (oserei dire vintage) di Ufo Robot sta correndo nella direzione opposta, riesco a coglierne solo la sagoma mentre si nasconde dietro un cipresso.

Il cuore sta accelerando i battiti.

La bocca sa di ferro.

Nelle mie orecchie, un fischio acuto.

Qualcuno mi sta osservando.

Qualcuno mi sta osservando?

Sto diventando paranoica.

Il fatto è che non capisco, che ci faccio io qui?

Le lapidi sono grigie, ricoperte di edera, cadono a pezzi.

Il tempo è stato crudele e una morsa mi stringe al petto a questo pensiero.

Non voglio essere mai seppellita qui, non voglio mai pensare a restare chiusa dentro un cubicolo di cemento, senza aria.

Certo, i morti non respirano.

I morti non sentono più nulla.

Però io non voglio finire qui.

Dalle foto delle lapidi noto guizzi nei loro occhi, forse ascoltano i miei pensieri, magari se la ridono: dopo tutto, loro hanno completato il ciclo, hanno portato a termine il loro compito, qualsiasi esso fosse.

Sono come a uno stadio superiore, nulla può più turbarli ora; nessuno potrà fare loro del male.

Passo accanto a una signora attempata, che sta pulendo con uno strofinaccio logoro un vecchio loculo; porta il lutto, un po’ alla moda vecchia.

I capelli grigi, legati in un semi raccolto spettinato, emanano un odore dolciastro, di crisantemi morenti e ruggine; noto le unghie delle mani completamente rotte e sanguinanti, anche se il sangue è già raffermo e scuro.

Vorrei fermarmi, chiederle se è tutto a posto, ma non lo faccio.

Ho paura, il suo volto segnato dal tempo mi inquieta: così indifferente, così vuoto.

Privo di vita.

Si è alzata dell’aria, comincio a sentire dei brividi lungo la schiena, forse è il caso che mi avvii verso i cancelli.

Non avevo notato tutte queste persone.

Fino a pochi minuti fa, questo posto era praticamente desertico; tutti stanno pulendo i loculi con uno strofinaccio.

Una donna di appena vent'anni, vestita con un vecchio abito che sembra uscito dall’armadio della mia bisnonna, singhiozza sommessamente; un uomo maturo si toglie il basco e se lo poggia sul petto in segno di rispetto, quando passa di fronte una lapide a forma di angelo.

All’improvviso, sono circondata da almeno quindici persone.

Non so perché, ma continuo a pensare che dovrei uscire immediatamente.

Noto che il cancello che da a est è sempre rimasto chiuso, perciò giro i tacchi e mi incammino a passo spedito verso la parte da cui sono entrata. </P> <P>Ora gli ospiti sembrano aumentati, almeno trenta/trentacinque persone vagano per il cimitero, chi canticchiando, chi piangendo.

Alcuni di loro lanciano verso di me degli sguardi neutri.

Mi colpisce soprattutto un signore attempato, con i vestiti zuppi e alcune alghe attaccate alla giacca impermeabile che indossa.

Ma cosa?

Sono confusa, vorrei mettermi a correre ma mi ripeto che sono una stupida, che devo mantenere l’autocontrollo e che mi sto semplicemente lasciando condizionare dal luogo lugubre.

Mi ritrovo di nuovo nella corsia dove si trova la donna con le unghie spezzate e , mentre le passo accanto, mi blocco all’istante: voglio essere sicura che la mia fottuta mente mi stia solo giocando uno scherzo di cattivo gusto.

Mi avvicino, lentamente, incapace di deglutire, per osservare meglio la fotografia posta sul loculo: la pettinatura scompigliata, il volto magro e appuntito, gli occhi tristi e lo stesso identico vestito del lutto.

La donna si volta a fissarmi, con tranquillità.

Pare mi stia chiedendo: hai capito ora?

Dietro di me, all’inizio della corsia, i defunti mi stanno fissando con un’espressione calma.

Velatamente benevola, oserei dire; e questo mi fa accapponare ancora di più la pelle.

Adesso sto correndo più veloce che posso, inciampando di tanto in tanto su quegli odiosi sassolini, graffiandomi i polpacci sui rovi dei cespugli.

Lentamente, con passo deciso, più di una cinquantina di persone, alcuni vestiti addirittura con abiti di inizio secolo, mi stanno seguendo, capeggiati dalla donna dalle unghie rotte.

Riesco a vedere il portone del cimitero, il custode lo sta chiudendo: “ Aspetti!”, gli urlo, con tutto il fiato che ho nei polmoni, le lacrime che mi entrano nella bocca e nelle narici.

Quell’idiota sembra non sentirmi, ma com’è possibile?

L’orda di morti continua a starmi dietro, sono vicinissimi nonostante io stia correndo come una pazza mentre loro muovono appena i piedi.

C’è qualcosa nella mia testa che mi dice che se riuscirò ad uscire da quel cancello, mi sveglierò da questo incubo, i morti non potranno mettere piede fuori.

Per un soffio, proprio prima che le porte si richiudano, riesco a gettarmi fuori dal cimitero.

Cado sulle mie ginocchia, un tonfo sordo mi fa temere il peggio per le mie povere rotule; invece, quando mi rialzo da terra, è come se non fosse successo nulla. <P>Non un dolore, non un livido, niente di niente.

Non sento niente.

Sono sicura ora che io stia dormendo, che presto il rumore della radiosveglia mi catapulterà di nuovo nel mio monotono, piatto mondo.

Donne, uomini, bambini, anziani: sono tutti al di là del cancello, che mi osservano con occhi tristi; vorrebbero uscire, vorrebbero tornare a sentire il sole sulla loro pelle, questo è ciò che suppongo.

Rimango alcuni secondi a fissarli, volti bianchi senza tempo, malinconici e rassegnati; una vecchietta dalla schiena ricurva ha gli occhi gonfi di lacrime.

È il momento che io me ne vada, ma le mie gambe sono bloccate a terra, impossibili da sollevare, come se fossero di pietra.

La donna a capo della folla mi fa cenno di guardare la bacheca delle epigrafi dietro di me.

Confusa, volgo la testa al di la delle mie spalle.

No, non è reale.

Devo svegliarmi, diamine perché non riesco a svegliarmi.

Cosa? No, io volevo solo dormire.

Volevo solo dormire, non ne ho prese troppe di quelle pillole.

Conosco persone che se le mangiano a colazione, non può essere successo.

Chiunque sia il coglione che ha messo la mia foto su quella bacheca, beh non è divertente, ok?

Non è divertente, io non sarò chiusa dentro un cubo di cemento.

Mi prendo la testa tra le mani e, quando la risollevo, il cancello è sparito; non c’è nulla a dividermi da tutte quelle persone che mi sorridono meste.

È buio e fa freddo ora.



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