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C'è un immenso cortile delimitato da siepi nel retro della scuola. Circonda un ridente prato fiorito, dove un altalena arancio fiammeggiante, dei dondoli a forma di cavalluccio marino, una barca dei pirati dotata di scivolo e scale di corda fanno divertire i bambini. L'edificio e i giochi non occupano che un quarto del perimetro, sicché quando gli alunni decidono di allontanarsi da essi, difficilmente vengono sorvegliati attentamente.

È quello che fa ogni giorno Giulia, una tenera ragazzina di otto anni, saltellando allegramente verso i cespugli con le sue scarpine nuove, facendo svolazzare i fiocchetti rosa delle trecce bionde, fischiettando un motivetto allegro. Si avvicina al limite del parco, si guarda attorno assicurandosi di non essere osservata né dalle maestre né dai suoi compagni. Si accovaccia, con la divisa scolastica blu che segue la piega delle sue gambe, sbircia fra le foglie, e aspetta. Aspetta che i due occhietti rossi compaiano nelle poche ombre create dalla folta vegetazione.

Quasi sempre arrivano: prima sbattono le palpebre ripetutamente, come quando ci si sveglia; poi si fermano aperti, fissi, ipnotici. Il porpora passa dalle siepi verdi alle iridi azzurre della bimba, si insinua nel suo essere, la riscalda, la riempie di gioia.

Solo allora una vocina fievole, gorgogliante, le dice cosa fare. Non sono mai cose complicate, non sono mai cose pericolose. Ogni tanto portare via un semplice oggetto da un banco di un compagno o dall'armadietto che il bidello lascia sempre aperto, e farlo ricomparire da un'altra parte. Ogni tanto piccole faccende che neppure comprende.

Le conseguenze di ciò che fa non le interessano minimamente.

Le liti fra i suoi compagni di scuola si fanno sempre più frequenti per le accuse di furto, oggi due di quinta sono arrivati addirittura a picchiarsi (uno dei due litiganti, spinto dall'altro, ha perso un occhio sbattendo sullo spigolo della cattedra) ma a lei non interessa. L'altro giorno la maestra Marta, inciampando su uno straccio bagnato lasciato avventatamente sui gradini, è caduta dalle scale fratturandosi la colonna vertebrale, ma a lei non interessa. Anche il giardiniere ha avuto un incidente con la potatrice, non ricorda nemmeno quando ed esattamente cosa è successo, una mano mozzata o qualcosa del genere le sembra, ma non le interessa.

A lei preme solo rivedere quegli occhi ed essere felice.

Oggi la vocina le ha detto di nascondersi dietro un cassonetto quando fa buio, aspettare di vedere delle luci blu aleggiare sulla strada, sentire la sirena farsi sempre più potente, attendere che sia sempre più vicina, le luci sempre più intense, e poi sbucare in strada all'improvviso. Non c'è dubbio che lo farà, se non lo facesse la felicità svanirebbe. E lei non vuole essere triste, vuole tornare alla siepe ancora e ancora, e sentire quel calore entusiastico pervaderla, colmarla, saziarla. Torna in classe tutta allegra e saltellante, con i fiocchi rosa che presto saranno rossi, e si prepara per agire dopo cena.

Stefano è sempre stato un ragazzino riflessivo, poco incline alla risata e a rapportarsi coi compagni. Viene preso in giro per gli occhiali, per l'eccessiva altezza e magrezza, e qualche volta i bulletti di quarta lo spingono e malmenano quando le maestre non guardano.

Ma ultimamente si sente meglio, riesce a sopportare di dover andare a scuola ogni giorno, nonostante gli scherzi e le botte. Anzi quasi non vede l'ora di andarci.

Perché ha scoperto che nello sgabuzzino del secondo piano, dove a parte l'aula di musica e quella di proiezione le altre stanze sono tutte dismesse, se aspetti un po' al buio, in silenzio, chiudendoti la porta alle spalle, attendendo con pazienza durante la ricreazione, prima o poi appaiono due occhietti rossi.

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