Creepypasta Italia Wiki
Advertisement
Creepypasta Italia Wiki

Quando Jessica uscì dal bagno, dopo essersi accuratamente asciugata e aver aperto la finestra per far uscire il vapore che la doccia calda aveva prodotto, il telefono aveva smesso di squillare da due minuti. Era poggiato sul comodino in salotto, dove lo metteva sempre quando andava a farsi la doccia, accanto alla statuetta giapponese della ballerina vestita da geisha che il caro Harold le aveva regalato qualche anno fa a Natale, prima che iniziassero i litigi e i segreti. “Chissà chi è”, mormorò Jessica tra sé mentre attraversava il corridoio con gli asciugamani addosso. Arrivò al comodino, prese il telefono in mano e, dopo averlo sbloccato inserendo la password, vide il registro delle chiamate perse. Era Pamela. Sbuffò. Perché, tra tutti i suoi amici, doveva essere proprio quell’oca di Pamela a telefonare?

Comunque, Jessica richiamò l’amica, non prima di un attimo d’esitazione. Sentì subito la voce gracchiante, fastidiosa e piatta di Pamela farsi strada attraverso il cellulare per giungere alle sue povere orecchie. “Oh, finalmente hai risposto!” sbottò l’amica, con fare irritato. “Cosa stavi facendo?!”

Jessica avrebbe voluto risponderle che ogni individuo ha una sua vita e che non erano affari suoi, ma poiché non le sembrava il caso, disse che si era fatta una doccia e che adesso era in salotto. Shirley, il barboncino di Jessica, le si avvicinò alle gambe, chiedendo qualche grattatina. Non ora, Shir, pensò Jessica. Non ora.

“Ah. Beh, buon per te. In questi tempi farsi una doccia è ottimo, sai? Aiuta mente e corpo, ti libera dalle preoccupazioni e ti idrata la pelle; è scientificamente provato che, insieme al magnifico bagnoschiuma della Erik&Co…”

“Va bene Pam, molto interessante” La zittì Jessica, già stanca di quel discorso. “Ma perché mi hai chiamato?”

Pamela sembrò riflettere un attimo, come se si fosse scordata qualcosa, poi, dopo una risatina fastidiosa, disse: “Ti ho chiamata, caro bocconcino, perché domani, al Drinks and Drunks, ci sarà il concerto dei Breaks, che a quanto pare sono tornati in carreggiata, negli ultimi anni. Te li ricordi, vero?” Jessica annuì. Certo che se li ricordava. Erano una band locale che si esibiva a Rockmond e nelle cittadine limitrofi, composta da Luke Bowers (un grassone che, da quanto aveva sentito, era solito mangiare due hamburger al giorno e che portava una maglietta con su scritto HELLO, BABY), James Forge (un ragazzetto dai capelli rossicci che era parecchio bravo nel cantare) e Clive Finch (un tizio proveniente dalla Virginia che scriveva i testi). Nel 2012 andavano piuttosto di moda, a Rockmond, ma il 2012 era finito da sette anni e mai Jessica si sarebbe aspettata di partecipare di nuovo a un loro concerto.

“Ottimo!” esordì Pamela, ridestando Jessica dai suoi pensieri. “Quindi ci sarai?” Ci pensò su, poi disse “sì” con fare noncurante (d’altronde, era solo un innocuo concerto, e a Jessica sarebbe piaciuto assaporare di nuovo le sensazioni che aveva provato quando era lievemente più giovane), al che Pam ridacchiò di nuovo – quella risatina fastidiosa che nessuno avrebbe potuto sopportare - e propose di vedersi al locale l'indomani sera, alle 19:30, che era l’ora in cui iniziava il concerto. “Vedrai, Jess, ci divertiremo un mondo! Sarà come tornare giovani! Ciaone!”

“Ciao.” E la chiamata finì.

Shirley non la smetteva di accarezzarle le gambe. Jessica posò il telefono sul comodino e scalciò il cane con un piccolo calcio, sperando di non fargli male, e poi cercò di immaginare come sarebbe stata la prossima serata. Si vide seduta ad un tavolo, con addosso dei jeans, una t-shirt bianca – una di quelle che le piacevano tanto – e

(no no, gli occhiali da sole no di nuovo no)

una collana di perle. Un bell’uomo (sicuramente migliore di Harold) la fissava da un altro tavolo vicino a lei, ammiccandole e invitandola a ballare, mentre la musica dei Breaks aumentava d’intensità, inondando tutto il locale e sovrastando le voci delle persone. Era sicuramente una visione molto romantica e gratificante, ma, ahimè, pur sempre irrealistica. Certo, Jessica avrebbe potuto abbandonare Harold, proporre un divorzio che forse le sarebbe pure potuto andare bene, se lui non avesse smesso di bere o di tradirla (in realtà non era davvero sicura che la tradisse, anche se era molto probabile; questa convinzione era nata dal modo con cui Harold guardava Linda, la loro vicina di casa che da poco aveva finito l’università e che era un’attraente ragazza in fiore), ma…

Fissò il proprio riflesso all’interno dello schermo del cellulare. L’occhio nero era ancora leggermente visibile, nonostante fossero passati quattro giorni. Ma lui non mi ha mai picchiata, pensò. Certo, a volte era scontroso, eppure… Non riuscì più a trattenersi e pianse.

Quando era cominciata tutta questa storia? Sicuramente alcuni mesi prima, la prima volta che aveva visto Harold iniziare a darsi all’alcol. All’inizio erano stati solo alcuni bicchierini di vino, consumati principalmente dopo i pasti. Tuttavia, Jessica aveva notato come quei bicchierini aumentassero sempre più, prima due al massimo, poi tre, quattro e così via. Successivamente erano venute le uscite serali ai bar con gli amici, che, ad essere onesti, Jessica non aveva mai del tutto disapprovato (era bello stare sola a casa, giusto qualche sera, a leggere e a fare le coccole a Shirley), ma che ben presto divennero troppo frequenti. Harold aveva un amico, un certo Fred, che lo incitava costantemente a fare baldoria e che chiaramente non aveva una buona influenza su di lui. A Jessica Fred non piaceva, e non solo per lo strano rapporto che aveva col marito. Si diceva che riuscisse a malapena a tenersi un lavoro e che, a quarant’anni suonati, ci provasse con tutte le donne che gli capitavano di fronte (il che, in parte, era vero, e Jessica lo constatò dal modo con cui Fred la guardava la prima volta che si erano visti, tanto che, un giorno, disse all’amica Diana: “Quell’uomo sembra assetato di figa”, al che entrambe scoppiarono a ridere), nonostante fosse tutto fuorché attraente; aveva enormi occhiaie - segno che passava quasi tutte le serate ai bar – e i suoi vestiti erano trasandati. Viveva in un altro quartiere, un po’ lontano da lì.

E poi, dopo i bicchieri di vino, Fred e le uscite serali, Harold aveva iniziato a comprare quasi quotidianamente bottiglie di vodka e whisky e altri alcolici. Jessica aveva sentito puzza di guai fin dal principio, ovvero quando, tornata a casa dopo il lavoro, aveva trovato Harold steso sul divano con accanto sei bottiglie di birra. Ora, due bottiglie di birra per un uomo adulto e robusto vanno benissimo; anche quattro, se vogliamo. Ma sei, dannazione! Sei!

Jessica avrebbe voluto dire qualcosa, ma non ebbe la forza di farlo, e per un attimo provò un senso di repulsione verso se stessa: d’altronde, era in parte colpa sua, no? O almeno così credeva.

Era sicura che Harold avesse iniziato a bere per una mancanza di passione all’interno del loro matrimonio. Da tempo non si scambiavano più baci passionali e, vuoi per il lavoro, vuoi per altri motivi, si sentivano sempre meno in contatto. Era come se ci fosse una parete di vetro – sottile, ma al tempo stesso potente – che li separava. Ogni volta che si trovavano a tavola Jessica cercava di scrutare gli occhi di lui per leggervi qualcosa, esattamente come faceva in passato, agli inizi della loro relazione. Ma non riusciva a intravedervi niente. Ah, e da quando non facevano più sesso?

Jessica e Harold avevano anche smesso di parlarsi, quando erano a casa. Lui quasi mugugnava, e difficilmente pronunciava qualche parola particolarmente elaborata; lei, invece, si limitava a salutarlo e a chiedergli come stava. Non stupisce, dunque, che a Jessica fosse venuto il sospetto di essere tradita. Osservava costantemente il modo con cui Harold si poneva nei confronti delle altre donne, quelle belle e giovani, e scoprì che il marito coltivava un certo interesse verso Linda. Era una ragazza bionda, dagli occhi azzurri e con un culo niente male (la prima volta che ci aveva riflettuto su Jessica l’aveva quasi invidiata). Progettava di lasciare Rockmond per trasferirsi nel nord degli Stati Uniti, probabilmente a Detroit. Linda e Harold si scambiavano strane occhiate quando si incontravano, occhiate che lasciavano intuire qualcosa di intimo, di… segreto.

“Mi tradisci?” chiese Jessica al marito, una sera, dopo aver finito di cenare. Harold si voltò verso di lei e disse: “Ma che razza di pensieri sono?” Jessica non si scompose e ripeté: “Mi tradisci?” L’orologio digitale sul forno segnava le 20:32. Harold non rispose, si alzò e andò in bagno a pisciare. Jessica fissò il vuoto per qualche minuto e alla fine cercò di urlare dalla rabbia, urlare al marito che doveva dirle tutta la verità, ma l’unica cosa che riuscì a fare fu prepararsi un caffè.

Nei giorni successivi cominciarono a litigare. Jessica iniziò a sgridare Harold per le bevute che si faceva, spiegandogli che avrebbero dovuto cercare di rimettersi in sintonia, e lui non solo non la ascoltava, ma alzava addirittura la voce! Poi, come per ripicca, cercava di trovare un errore in ogni cosa che Jessica faceva. Lavava i piatti? Lo faceva male, anche se non si intravedeva mezza chiazza di sporco. Gli chiedeva di aiutarla a cucinare? Che lo facesse lei e non mostrasse pigrizia. Durante questi litigi Harold sembrava alzare le mani, ma non passava mai all’azione. Almeno, fino a quattro giorni prima.

Era sera e stavano discutendo a proposito del lavoro di Harold. A quanto pareva, aveva iniziato a bere anche in ufficio, e quando Jessica lo scoprì diede di matto. “Devi smetterla!” aveva urlato contro il marito, mentre alla televisione davano una puntata di Beautiful, programma che un tempo Jessica e Harold amavano guardare e che le fece venire in mente ricordi molto nostalgici.

“Stai zitta!” aveva replicato Harold, avvicinandosi alla moglie. Jessica lo vide negli occhi e stavolta riuscì a leggervi un’emozione: rabbia. “Credi che il mondo giri intorno a te?! Pensi che io non abbia i miei problemi?! Sono affari miei!” Il tono della voce si faceva sempre più intenso, gli occhi di Harold divenuti fuochi infernali. Poi Jessica si sentì prendere per un braccio.

“Lasciami!” urlò, non riconoscendo più l’uomo che aveva di fronte. La presa sul braccio le faceva male. Le unghie di Harold le penetravano nella carne, e vide uscire una goccia di sangue. Respirò e poi, con tutte le sue forze, spinse il marito lontano da lei.

Se fosse stato lucido ciò non avrebbe funzionato, ma Harold era mezzo ubriaco e finì contro una sedia. Per lui era troppo. Come un animale, ruggì e, urlando, si lanciò addosso alla moglie. La sbatté contro il camino, facendo cadere l’orso di argilla poggiato là sopra che Jessica aveva creato qualche anno prima, per un concorso locale di cui lei era risultata vincitrice. Poi, la mise contro il muro tenendola per i suoi capelli neri e cominciò a tempestarla di pugni. La sua mente era finita altrove, in un luogo buio da cui non riusciva a sentire le urla supplichevoli di Jessica. I suoi occhi erano iniettati di sangue e i suoi pugni erano mossi dalla pura rabbia. Dopo sette minuti tutto finì, Harold riprese controllo di sé e lasciò andare Jessica, spaesato.

Il viso della donna era ricoperto di lividi e rigato dalle lacrime. Dalla bocca le usciva sangue. Era ben visibile un enorme occhio nero e Jessica riuscì a dire solo: “Mi ucciderai, Harold. Mi ucciderai” E pianse.

Sì, ti ucciderà, disse una vocina nella testa di Jessica e lei tornò alla realtà, con un brivido che le percorse la schiena. Negli ultimi giorni Harold non aveva manifestato segni di violenza, ma lei era sempre allerta. A volte sognava di lasciare quel bastardo e trasferirsi in un’altra città, ma non aveva la forza di farlo.

Esattamente come tutte quelle donne uccise dai loro mariti, disse la vocina nella sua testa. Jessica la zittì di nuovo e poi ringraziò Dio che quella notte il suo caro maritino fosse, come al solito, in qualche bar con Fred e altri a scolarsi birra e guardare partite di football.

(Oppure si sta scopando Linda)

Zitta! pensò Jessica. Era un dubbio che le era sorto nelle ultime due settimane, ma, in verità, non le importava quasi più. Non le importava più nulla di Harold, ormai.

Improvvisamente si ritrovò a pensare a Pam. La odiava, quell’oca. La odiava perché spettegolava costantemente degli altri, e Jessica era sicura che avesse spettegolato anche di lei. La odiava perché sembrava uscita da una fottuta pubblicità, soprattutto in quei mesi, sempre pronta a pubblicizzare, chissà perché, dei prodotti di cui non fregava niente a nessuno. La odiava perché non sembrava mostrare altro che felicità.

(Oddio, certe volte era capace di mostrare altre emozioni, come prima, quando si era irritata perché la cara Jess non aveva risposto subito.)

Ma, soprattutto, la odiava perché aveva una vita perfetta. Lei e il suo maritino, Peter, sembravano non avere problemi. Niente alcol, niente problemi a lavoro, un bambino, Rick, che da grande sarebbe diventato – a detta loro – avvocato.

E sì, Jessica odiava Pam perché era indirettamente colpa sua se aveva avuto tutto questo flashback su lei e Harold.

Oh, al diavolo!, pensò, posando il telefono sul comodino, non prima di aver controllato che ora fosse: le 21:12. Era rimasta lì ben nove minuti a pensare a ciò che era successo. Si maledisse per tutto quel tempo sprecato – ogni secondo era importante, per Jessica – e si avviò verso il bagno, mentre Shirley intuiva che non avrebbe ricevuto alcuna coccola e dunque corse in corridoio per ritirarsi nella sua comoda cuccetta.

Estrasse l’asciugacapelli dal mobiletto e, davanti allo specchio, contemplò il getto di aria calda che si riversava sui suoi capelli (alcuni erano stati strappati da Harold, quella terribile notte di quattro giorni fa). Il bagno nel frattempo si era raffreddato e un venticello fresco entrava dalla finestra aperta. Jessica si mise a pensare. Leggerò un libro. Sì, mi metterò a letto con Shirley accanto a me e leggerò Delitto e Castigo, che ancora non ho finito. Stasera non penserò a me e ad Harold e poi…

In quel momento il telefono suonò di nuovo. Dalla sua cuccetta, Shirley abbaiò, come se avesse visto qualcosa di strano o inquietante. Jessica si bloccò, facendo restare l’asciugacapelli a mezz’aria. “E che cazzo!” Posò l’asciugacapelli e si incamminò di nuovo verso il salotto, mentre il telefono continuava a squillare.

Che fosse di nuovo Pam? Improbabile. La loro chiamata era finita da un bel pezzo, ed entrambe si erano accordate. Se Pamela avesse voluto richiamare, l’avrebbe fatto prima.

Mentre attraversava il corridoio, Jessica sentì una strana sensazione. Le sembrò che l’ambiente che la circondava fosse stranamente… vuoto, ecco. Si sentì sola. Le ombre degli oggetti erano serpenti neri che si stendevano sul pavimento, cercando di morderla. Avvertì qualcuno osservarla, e nello stesso istante il vento fischiò all’esterno, sbattendo con impeto la finestra precedentemente aperta del bagno. Jessica rabbrividì e alla fine raggiunse il telefono, che vibrava ancora.

Era un numero sconosciuto.

Jessica fissò lo schermo per qualche secondo. Di solito non rispondeva mai ai numeri sconosciuti, ma ora sentiva l’impellente bisogno di farlo. Shirley abbaiò di nuovo. Jessica rimase lì in piedi per qualche secondo, a indugiare su cosa fare, e alla fine, guardandosi attentamente intorno come se quello che stava facendo fosse illegale o pericoloso, rispose.

“Hai problemi in casa? Credi che la tua vita sia tutt’altro che perfetta? Beh, la Erik&Co ha quello che fa per te!” La voce uscì squillante dal telefono. Era una voce allegra, tenera e simpatica, quasi da cartone animato. A Jessica ricordò Bugs Bunny. Ma, sotto quell’apparente velo di felicità e innocenza, si nascondeva un tono cattivo, quasi… crudele. E poi c’era quel marchio, Erik&Co. Dove l’aveva già sentito nominare…?

“Siamo lieti di presentarvi, signori e signore, la crema Perfect. Si tratta di una crema speciale che, se spalmata sul tuo corpo, ti trasforma in una persona nuova, felice e soddisfatta!”

È una pubblicità, pensò Jessica, chiedendosi perché qualcuno avrebbe dovuto farle ascoltare l’audio di uno sketch pubblicitario tramite telefonata. Ebbe la tentazione di riattaccare, ma decise di ascoltare ancora un altro po’.

“Oh, ma non c’è solo la crema, come rimedio! Puoi anche fare trattative con la nostra azienda, a patto che tu faccia pubblicità a noi! Ti renderemo la tua vita magnifica e ci occuperemo dei tuoi problemi. Allontaneremo persone tossiche e mariti violenti. Tu ne sai qualcosa in merito a mariti violenti, vero, Jess?”

Trasalì. Quell’uomo aveva appena pronunciato il suo nome. Improvvisamente non aveva più voglia di essere lì, in salotto, al buio, col telefono in mano. Stette per chiudere la chiamata, ma…

“Non farlo, Jessie cara.”

La voce era diventata cavernosa, e stavolta si era rivolta direttamente a lei. E sapeva anche cosa stava facendo. La stava osservando!

“Certo che ti osservo, Jessie. Riesco a vederti. Ti vedo spaventata; perché tremi e sudi? Non siamo qui per farti del male.” Quelle parole, nonostante fossero scandite con un tono quasi aggressivo, riuscirono a calmarla. Ma solo un po’.

“Sappiamo che invidi molto la tua amica Pam e che desideri avere una vita normale. Ebbene, noi possiamo farlo. Possiamo levare di mezzo Harold, o comunque la sua parte aggressiva. Possiamo far tornare tutto come prima. Non avrai mai preoccupazioni, sarai felice, e sopravvivr…”

“Io vivrò!” ribatté Jessica, intuendo quello che l’uomo stava per dire. “Vivrò fino a cento anni, se è possibile! Me la so cavare da sola e…”

“Dai” disse la voce. Stavolta nel suo tono c’era qualcosa di sinistro, di strano. Qualcosa come rabbia. “Sappiamo entrambi come andrà a finire. Un bel giorno il tuo caro maritino, ubriaco marcio e stanco di te e di tutte le tue lamentele, prenderà un oggetto contundente e ti ammazzerà. E tu non potrai farci niente. Certo, potresti divorziare prima che la situazione degeneri, ma sai bene che sarebbe una fatica immane. Noi ti proponiamo qualcosa di semplice e veloce, Jessie. Ah, e comunque, se ti interessa, in questo preciso istante Harold si sta scopando Linda, se mi permetti il francesismo.” Rise, e la risata, sinistra, acuta e malvagia, si propagò per tutta la casa.

Jessica non sapeva cosa fare. L’uomo (o la cosa, perché non era tanto sicura di star parlando con un essere umano) le stava proponendo una grande offerta, sì, ma chi diceva che non stesse mentendo? Tuttavia, desiderava con tutta se stessa tornare indietro a quando Harold beveva raramente; quando non era costretta a portare degli occhiali da sole anche di notte affermando di farlo “per la moda”, quando in realtà era solo un trucchetto che serviva a nascondere i lividi. Forse non sarebbe stata una cattiva idea accettare, ma c’era qualcosa che non la convinceva.

“Dimostrami che sei davvero un’entità sovrannaturale o robe simili.”

“Cosa?” chiese la voce al telefono.

“Tu mi proponi un affare per migliorare la mia vita, ma chi mi dice che non sia tutto uno scherzo?”

Fuori iniziava a piovere e un fulmine squarciò il cielo e illuminando il salotto per un secondo.

“Dunque vuoi vedere se non ti sto prendendo in giro, eh? Bene, fai così: vai in una stanza senza finestre, dove nessuno potrebbe teoricamente vederti.” Si udì un’altra risatina.

Jessica non capiva, ma lo fece comunque. Si incamminò verso la stanza da letto, dove, l’ultima volta che era stata, aveva lasciato le tapparelle abbassate. Nessuno l’avrebbe potuta vedere.

Entrò, si chiuse la porta alle spalle e disse: “Sono dentro”. Non si sentiva bene, a stare lì da sola, ma allo stesso tempo non riusciva a chiudere quella bizzarra chiamata. C’era qualcosa che la tratteneva, qualcosa che la obbligava ad ascoltare le parole dello sconosciuto.

“Bene.” Ci fu qualche minuto di silenzio, poi la voce disse: “Certo che i tuoi gioielli sul comodino sono molto belli. Perché li stai toccando?” Inizialmente Jessica non capì, ma poi si rese conto. Se si trovava in una stanza con le tapparelle abbassate, come faceva il tizio a capire cosa stesse facendo? All’inizio aveva pensato che fosse tutto uno scherzo, che qualcuno la stesse osservando da una finestra per scoprire i suoi movimenti e far sembrare lo scherzo realistico, ma non era così.

Le luci si spensero di colpo. Jessica rimase al buio, frastornata e spaventata. Si fissò nello specchio sul comodino, e vide qualcosa dietro di lei, nel buio. Non riusciva a distinguerne bene i connotati, ma aveva di sicuro forma umanoide. E stava accarezzando Jessica con la sua mano pelosa.

“Dunque, Jessie? Accetti l’offerta?” disse la voce al telefono.

Jessica fece sì con la testa, in lacrime.

“Molto bene…” Si udì un suono simile allo strofinio di unghie su una lavagna, accompagnato da qualche sussurro.

“…e ricorda: la Erik&Co si prende cura del tuo benessere e di quello delle vostre famiglie.”


Se il mattino del 12 Aprile 2019 aveste voluto vedere una donna felice, nuova e rinata, beh, avreste dovuto recarvi a Rockmond, Arizona, presso High Street. Quella donna era Jessica Barrow, trentenne con un dolce marito di nome Harold. Il mattino accolse Jessica con l’oro in bocca. Si svegliò fresca, divertita e felice. Shirley, il suo barboncino, le leccava i piedi. Harold era steso accanto a lei, ancora dormiente.

Di soppiatto, e con un enorme sorriso sulle labbra, Jessie scese dal letto e si avviò in cucina con Shirley al seguito. La notte scorsa aveva avuto un orribile incubo, ma ora era tutto passato. Fece una piroetta e, tra mille canti e gioie, arrivò in cucina. Alla finestrella un uccello – una rondine? – canticchiava alacre. Era un uccello così bello e magnifico. Jessica allungò la mano e l’uccellino si posò su di essa, poi si vibrò in aria e uscì dalla finestra.

“Ciaone, caro!” gli urlò contro la signora Barrow. Poi Jess, sempre col sorriso sulle labbra, si voltò verso la cucina e capì che doveva cucinare qualcosa di buono per Harold. Prese un machete, osservò Shirley negli occhi e spaccò – letteralmente – il cane in due, senza che avesse tempo di reagire. Una macchia di sangue si allargò sul pavimento, ma venne subito ripulita. Jessica prese la carcassa del cane e iniziò a tagliuzzarla, prendendo dei fili di carne e mettendoli in una padella a mo’ di bacon, per poi metterli a friggere. Poi prese della uova dal frigorifero, le ruppe e le mise a friggere insieme al “bacon”. Passò così una buona mezz’ora, controllando le pentole e leggendo una rivista presa dal tavolino (che, chissà perché, il giorno prima non c’era).

Qualche minuto dopo Harold si svegliò. Sentiva il bisogno di pisciare. Si recò in bagno, fece quel che doveva fare e stette per andarsene, quando si controllò allo specchio. Sembrava una persona nuova. La sua barba era ben rasata; i suoi occhi riposati; il suo fisico in forma. E non sentiva nemmeno il bisogno di alcol, quella mattina.

Poi sentì l’odore del bacon e si recò in cucina, chiedendo: “Jessica…? Amore…?”

“Oh, ma guarda chi si è svegliato!” urlò di gioia Jessica alla vista del marito, il quale la fissava stranito e senza capire cosa stesse succedendo. “Dai, siediti!” Jessica prese Harold per il braccio e lo fece sedere sulla sedia a capotavola, poi gli mise davanti un piatto che riempì con il bacon e le uova fritte.

“Ti piace il bacon, vero, Harold?” chiese Jessie sorridente.

“Ehm… credo di sì, ma…” Assaggiò la carne e, seppur non sapesse per nulla di bacon (anzi, era un tipo di carne che mai aveva assaggiato), la trovò comunque deliziosa. La divorò tutta in un istante. “Molto buona, davvero… Ma il nostro cane, Shirley, dov’è?”

Jessica sembrò stranita. “Noi non abbiamo mai avuto un cane, tesoro.”

Harold avrebbe voluto dire qualcosa, ma il ricordo di Shirley venne presto cancellato dalla sua mente. Farfugliò alcune cose e poi, con fare dispiaciuto, disse: “Comunque mi dispiace, sul serio.”

“Di cosa ti dispiace?”

“Di averti picchiato e di essermi ubriacato, Jessie. Sul serio. Non so cosa mi abbia preso, io…”

“In casa non abbiamo alcolici e tu non mi hai mai picchiato, Harold.”

Harold non poté far altro che annuire, dimenticandosi tutto quello che riguardava la sua vita precedente.

“Comunque”, iniziò a dire Jessica, “lo sai che stasera ci sarà il concerto dei Breaks?”

Harold quasi si strozzò con l’uovo. “Davvero?!” Jessica annuì, ridendo. “Cazzo, io li adoravo, qualche anno fa!”

“Eh, non si dicono parolacce!” Risate generali.

Jessica prese del latte dal frigo e lo versò in un bicchiere per Harold, per poi sussurrargli: “Ti amo”, al che lui rispose con: “Anche io”.

E Jessica pensò: Tutto questo grazie a Erik&Co, l’azienda che si prende cura del tuo benessere e di quello delle vostre famiglie.

Advertisement