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In qualche modo dovevano aver fatto inversione nei tunnel e dovevano essere arrivati ad un'uscita differente rispetto a quella da cui erano entrati. Era l'unica spiegazione alla tenda arancione, che adesso si trovava inspiegabilmente sistemata nella radura appena fuori dalla caverna.


Dentro la tenda, i ragazzi trovarono un uomo disteso in uno sporco sacco a pelo, coi capelli arruffati di sangue seccato. Era privo di sensi ma respirava regolarmente, il petto che s'alzava e s'abbassava.
"Dobbiamo cercare aiuto," sussurrò Jake. "Lo so," disse Ryan. "Aspetta, lo senti? È il mio cellulare."
Entrambi i ragazzi si voltarono verso la caverna.
"Mi deve essere caduto lì," disse Ryan, toccandosi le tasche, mentre tornava indietro all'ingresso. "Resta con lui. Tornerò presto."

Jake si mise a sedere fuori alla tenda, preoccupato. I loro cellulari non avevano mai funzionato nel bel mezzo del bosco, prima d'ora. Guardò il suo schermo. Nessun segnale.

Com'è che il cellulare di Ryan stesse funzionando? E non dovrebbe averlo già trovato? Jake poteva ancora sentire lo squillo sordo provenire dall'interno della caverna.

Gli ricordò le storie che sua nonna era solita raccontargli. Lei era cresciuta vicino alla foresta, e sentiva sempre la voce della sua sorellina chiamarla dagli alberi.

Sua sorella era morta annegata quando aveva quattro anni.

"In questi boschi vivono creature malefiche," diceva la nonna di Jake. "Imitano gli umani, ci imitano per ciò che appariamo e per come parliamo, per farci fidare di loro, per attirarci nelle profondità della foresta. Sono gli unici predatori naturali della specie umana."
"Quindi come si riconoscono?", le chiedeva Jake.
"Osserva le idiosincrasie. Potrebbero non sbattere mai le palpebre. O potrebbero non sudare mai quando fa caldo. O ancora, la loro voce ha un che di sbagliato, come la voce di mia sorella, che era sempre mischiata al suono dell'acqua del fiume."
Si sentì un gemito dalla tenda. Jake diede una sbirciatina, sollevato di non essere più da solo.
"Ho sete," sussurrò l'uomo.
Jake cercò un paio di bottiglie d'acqua nello zaino di Ryan. Le sue dita toccarono qualcosa che lo fece rabbrividire e sudare freddo.
Il cellulare di Ryan. Non lo aveva perso. E non aveva alcun segnale.
"Devo cercare il mio amico," disse Jake. "È in pericolo."
"Aspetterò." L'uomo sorrise e ammiccò, poi iniziò a fischiare. Il motivetto era vagamente familiare, e Jake si chiese per quale ragione lo inquietasse.
"Ryan!" urlò verso la caverna.
"Sono quaggiù! Sono uscito dall'altra parte!" La voce di Ryan proveniva dal bosco nella parte opposta alla radura, ma era difficile localizzarla con precisione.
Jake si voltò a zittire l'uomo, il quale stava ancora fischiettando allegramente. Sotto al sacco a pelo, il petto continuava tranquillamente, misuratamente, il suo abbassarsi ed alzarsi.

Stava fingendo, Jake lo capì. Fingeva di respirare, fingeva di fischiettare, una performance perfetta se non fosse per il fatto che non si possono fare entrambe le cose simultaneamente.
"Sono qui!" Ryan lo chiamò ancora dagli alberi. "Sono uscito dall'altra parte!"
La sua voce fece eco, come se fosse ancora all'interno della caverna.

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