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Mi piacciono i cani. Mi piacciono davvero. Sono solo una persona distratta, ecco tutto.

È passata da poco la mezzanotte. Salgo le scale del palazzo dove abito a due a due e infilo di corsa le chiavi nella serratura del mio appartamento. Apro e premo l’interruttore della luce. Ancora buio. Cavolo, il solito problema. Eppure l’elettricista aveva detto di aver risolto tutto. Domani mattina lo chiamo e gliene dico quattro. Mi chiudo la porta alle spalle e attivo il flash del cellulare.

“Fluuuuuke!”

Faccio vagare la luce del flash per il salone all’ingresso, agitando la mano a destra e sinistra preoccupato.

“Fluke vieni qui!”

I mobili creano ombre sinuose sulle pareti. Silenzio totale.

“Andiamo Fluke vieni fuori”

Mi aspetta dietro la porta di solito, mi sente arrivare da sotto la rampa di scale.

Fluke è il cane di mia sorella, un bastardino tutto nero di taglia media, lei è a un convegno di lavoro e mi ha chiesto di tenerlo per il week-end.

Ma ho fatto un casino.

Ieri mattina presto è venuta a portarmelo, prima che io andassi al lavoro, e si è raccomandata come al solito. Sa che non mi dà fastidio, io abito da solo e lavoro mezza giornata il venerdì, e così avevo accettato di buon grado. Mia sorella è attaccatissima a Fluke, l’ha trovato per strada cinque anni fa, l’ha portato a casa dei nostri genitori, dove all’epoca abitavamo, e quando si è trasferita per studiare veterinaria se l’è portato dietro. Anche io abito da solo, e se le serve glielo tengo volentieri. Gli voglio molto bene.

Qualche mese fa stavo per fare un danno incredibile. Mia sorella mi aveva lasciato Fluke per diversi giorni, e io me lo portai dietro in macchina per qualche commissione. Entrai in un centro commerciale dopo aver parcheggiato all’esterno, e lo dimenticai sul sedile posteriore che dormiva. Era agosto. Tornai dopo due ore e mezza. Era in pessime condizioni, ma dopo qualche giorno si riprese. Mia sorella non seppe mai nulla.

“Ma dove ti sei nascosto? Vieni fuori per favore”

Comincio a preoccuparmi. Come posso essere ancora così dannatamente distratto dopo aver quasi ucciso il cane di mia sorella solo pochi mesi fa?

Stamattina mia sorella l’ha portato su da me e io sono uscito per lavoro; alle 14:00 sarei rientrato e, dopo averlo fatto mangiare, l’avrei portato un po’ al parco. Ma destino ha voluto che proprio oggi una mia collega, dopo settimane di riluttanza, abbia finalmente accettato il mio invito a pranzo. Pranzo che è poi proseguito con un aperitivo lungo. Molto lungo. A casa sono rientrato solo ora.

Fluke non ha mangiato, non ha bevuto e non è uscito di casa per tutto il giorno. Mi sono ricordato di lui solo dopo aver riaccompagnato la mia collega a casa, mezz’ora fa: ho preso il telefono che avevo scordato in macchina ed ho trovato due chiamate e qualche messaggio di mia sorella. E sussultando mi sono ricordato di Fluke.

Prendo la scatola di croccantini e la verso nella sua ciotola. Di solito quel rumore lo fa accorrere in un baleno. Niente. Percorro il corridoio che porta al bagno e poi alla mia camera.

“Fluke vieni subito, scusami se ho fatto tardi”

Mi aspettavo di trovare qualche escremento per terra, ma non vedo nulla.

In camera non c’è, e neanche nel bagno. Comincia a prendermi un senso di inquietudine, è molto strano che ancora non sia saltato fuori. Si è sentito male? È disidratato? Mia sorella mi ammazza.

Torno sui miei passi in salone e punto il flash verso la sua ciotola. Si intravede un bagliore di occhi. Non so come, ma lui è lì, seduto vicino alla sua ciotola, come se si fosse materializzato alla luce del flash.

“Fluke!”

Mi avvicino subito per sincerarmi che stia bene. Gli passo una mano sul muso allungato, simile a quello di un pastore tedesco, e comincio ad accarezzargli l’orecchio destro, cosa che gli piace tantissimo. Ma qualcosa non va. Lui è lì, seduto immobile con la lingua di fuori, ma ha la testa rivolta da un’altra parte. Non mi guarda.

“Fluke, ma cos’hai? Sei arrabbiato con me?”

Mi accovaccio vicino a lui e lo accarezzo ancora, mentre gli avvicino la luce del flash. C’è qualcosa nella sua immobilità che mi fa correre un brivido lungo la schiena. Resto in ascolto. Nessun rumore. Nulla. Non un respiro, non un ansimare. Sembra impagliato. Mi alzo di scatto in preda al panico.

“Fluke…”

Niente. La posa è sempre la stessa, sguardo fisso e lingua di fuori.

“Fluke!” questa volta mi esce un urlo strozzato. Non so se sperare che si muova o che non lo faccia.

Poi accade qualcosa.

All’inizio sembra un gioco di ombre, un movimento impercettibile, ma poi la sua testa comincia inconfondibilmente a girarsi verso di me.

Io resto immobile.

Ora lui mi guarda.

Mentre ci fissiamo così, di scatto senza preavviso, si mette a quattro zampe e mi abbaia, facendo un leggero saltello all’indietro.

A me per poco non viene un infarto.

“Cavolo, fluke, ma sei idiota! Mi vuoi far morire?”

Ora mi guarda e scodinzola piano. Sta bene sembra. Ma c’è qualcosa di profondamente inquietante in lui. Non capisco cosa. Comunque devo cercare di farlo mangiare per poi portarlo giù a fare i bisogni. Per quale motivo non si sta avventando sui suoi croccantini? Dovrebbe essere mezzo morto di fame.

Raccolgo la ciotola dell’acqua, la riempio nel rubinetto nell’angolo cottura, e gliela poso accanto.

Lui continua a seguirmi con lo sguardo, e scodinzola con la lingua di fuori, ma non accenna neanche a guardare cibo e acqua. I suoi occhi brillano nel buio illuminati dal flash del telefonino.

“Bhè, fa come vuoi!”

Mi giro e mi lascio cadere supino sul divano. Sono distrutto dalla giornata, ed ero anche leggermente alticcio, prima che Fluke mi facesse prendere quello spavento. Fisso l’oscurità sopra di me.

Sento un movimento d’aria ai miei piedi.

Faccio luce col flash.

Fluke è lì, è salito ai piedi del divano e mi fissa, seduto.

Non si era mai comportato così prima. Lo guardo anche io, il mio cuore comincia ad accelerare i battiti. Lentamente, sporge il muso in avanti e si mette a quattro zampe. Mette una zampa avanti. Poi l’altra. Comincia a camminarmi sulle gambe ed avanza fin sulla mia pancia. Le sue movenze ora ricordano più quelle di un gatto.

“Vieni, bello, mettiti vicino a me” in realtà mi sta facendo accapponare la pelle questo suo avanzare, ma ho una sensazione tremenda. Come se non potessi far altro che assecondarlo. Come se nell’allungare una mano per scacciarlo, potesse tranciarmela di netto con i denti.

Ora ha le zampe anteriori sul mio petto. Ha la bocca chiusa. È come se neanche respirasse, mi guarda e basta. Comincio ad essere spaventato per davvero, ma non so che fare. Con molta calma avvicino una mano e lo accarezzo sul dorso. È strano, stamattina aveva un pelo morbidissimo fresco di tolettatura, ora sembra che si sia rotolato nella polvere per ore. è come uno di quei vecchio peluches che si ritrovano in fondo agli armadi dopo anni e non ci si ricordava nemmeno di avere.

Improvvisamente mi squilla il telefono.

Sobbalzo.

È mia sorella.

Con la mano tremante rispondo.

Il flash si spegne.

“Pronto?”

“Ma si può sapere che fine avevi fatto, ti sto chiamando dalle tre di oggi pomeriggio!”

Nel sentire la sua voce alterata, mi rassereno un po’.

“Si… si, hai ragione scusami, è… che ho fatto tardi al lavoro e avevo dimenticato il telefono in macchina”

“Ma hai almeno letto i miei messaggi?”

“Messaggi… Ah, si scusa, li ho visti ma non ho avuto tempo di..”

“Sei sempre il solito… Volevo avvertirti che il convegno è stato annullato”

Nel frattempo, continuo ad accarezzare Fluke, ora con più sicurezza. Forse può venire a riprenderlo subito allora. L’idea di passare la notte con lui in casa non mi alletta proprio.

“Mi dispiace per il tuo convegno… Ma ora dove sei?”

“A casa, ho approfittato per fare qualche giro, poi ho cercato di contattarti, ma come al solito, è sempre molto difficile”

“Si hai ragione scusami! Senti facciamo una cosa? Vieni a riprenderti Fluke, e il tuo fratellino si sdebiterà offrendoti un caffè notturno e una chiacchierata! Decaffeinato naturalmente!”

Silenzio.

“Ehi? Ci sei ancora?”

“Non posso crederci… sei veramente incorreggibile…”

“Perché? Cosa…”

Non finisco la frase. Dall’altro capo del telefono sento qualcosa che mi fa gelare il sangue nelle vene. Sento abbaiare.

“Fluke è già con me, lo senti? Scusami, ma non rispondevi al telefono, e così ho usato le doppie chiavi per entrare da te e riprenderlo… tra l’altro dovevi rientrare alle 14:00 e non c’eri… Come hai fatto a non accorgertene? Ma, ehi, mi ascolti?”

Il telefono mi scivola dalla mano.

Nell’altra mano stringo il pelo di quello che pensavo essere il cane di mia sorella. Sento il suo peso sul mio petto.

L’oscurità è totale.

Mi sembra di intravedere appena il bagliore dei suoi occhi, vicinissimi al mio viso.

Sento per la prima volta il calore del suo fiato in faccia, segno che ha spalancato la bocca.

La sua voce sembra un guaito.

“… non ci piace essere lasciati da soli…” mi sussurra.

È l’ultima cosa che sento.

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