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Dall'angolo più angusto e remoto della stanza dove normalmente dormo, osservo, immobile e atterrita, l'essere che avanza, privo di gambe e coscienza, fatalmente verso di me.

Un tempo non gli si sarebbero staccati lembi di pelle dal corpo, ma è questo che accade a coloro che vengono contagiati.

Aveva gli occhi azzurri, ora li ha verdi, completamente, e brillano nel buio, illuminando quel poco che gli resta del viso di un tempo, ma è irriconoscibile.

E man mano che si avvicina mi giunge il suo odore dolciastro, di morte, misto a qualche profumo famigliare, un tempo rassicurante.

Se avesse ancora le gambe, se non se le fosse mangiate, sarebbe poco più alto di me, e non userebbe le putride e scheletriche braccia per trascinarsi avanti, gemendo e urlando di dolore e fame di uomini.

La mia famiglia non gli è bastata, le mie sorelle non erano abbastanza, mia madre non era abbastanza. Ed ora si avvicina a me.

Una volta aveva i capelli, la barba, le orecchie e le sue budella non erano esposte all'aria e alla luce.

Una volta gli sarei corsa incontro abbracciandolo.

Una volta era mio padre.

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