Creepypasta Italia Wiki
Advertisement
Creepypasta Italia Wiki
Polaroid

Inciampai sul ciglio della porta, mezza bottiglia di vodka sguazzava nel mio stomaco.

In qualche modo riuscii ad attraversare il salotto, oltrepassare le fotografie che affissi alle pareti dopo essermi trasferita e ad arrivare nel mio angusto bagno per togliermi le lenti a contatto.

Ma, quando mi piegai sul gabinetto per vomitare, trattenendo le lenti per evitare di farle cadere in acqua, capii una cosa. Quelle immagini. Le attaccai io stessa. Alcune di loro le scattai persino io. Le ho guardate ogni singolo giorno, dopo il lavoro (o dopo aver fatto tardi al bar), per ricordare a me stessa la famiglia che raramente ho avuto occasione di vedere.

Dopo essermi ripulita dal vomito, le labbra ormai violacee, mi diressi in soggiorno, solo per dimostrare che quelle cose non le avevo viste davvero, che era stato sicuramente l’alcol ad annebbiare la mia mente. Invece no… Quando guardai il ritratto di famiglia vecchio di vent’anni che ritraeva mamma, papà e me, vidi un volto in mezzo ai miei genitori. Una faccia che non apparteneva a quella foto.

Sembrava avere la stessa età di mio padre, con gli stessi capelli rossi e un sacco di lentiggini. Gli stessi occhiali rotondi e lo stesso vestito. Anche le loro espressioni facciali combaciavano. Erano completamente identici…

Idiota del cazzo.

Devo averci visto doppio. Ho visto due maniglie della porta sul corridoio e due rotoli di carta igienica in bagno. Ho bevuto metà del mio peso corporeo in liquore. Che cos’altro avrei dovuto aspettarmi?

Senza preoccuparmi di lavarmi i denti o di togliermi il mio vestitino rosso, mi sono buttata sul divano. Avevo bisogno di dormire.

Il sole mi ha accolta con un gran mal di testa, uno così grande che neanche una montagna di Advil sarebbe riuscito a placare. Ci è voluta tutta la forza che mi era rimasta in corpo per riuscire ad alzarmi, con la speranza di farmi una tazza di caffè, buono almeno la metà di quello che mia madre è solita preparare. Uscendo dal salotto, mi soffermai un momento a guardare la foto che mi aveva spaventata la notte prima.

O almeno, provai a guardarla. Quella dannata cosa era sparita, mancava dalla cornice. C’era solo il telaio e il pezzo di cartone all’interno.

Il resto delle foto era al loro posto. Ne avevo quindici che coprivano le pareti, in file di cinque, ed erano tutte a destra…

No. Una di loro era diversa. È rimasta lì, ma era diversa. Ritraeva me e i miei cugini intorno ad un albero di Natale. Ognuno di noi aveva un regalo nelle nostre piccole mani, mentre i nostri zii e zie, che stavano in piedi dietro di noi, reggevano i loro bicchieri di zabaglione. Ma c’era un volto in più nella foto. Un volto che sembrava essere proprio mio padre.

Mio padre non era presente quando abbiamo scattato il ritratto di famiglia che amavo tanto, ma non ci lasciò per molto. Ha avuto alcune storie con qualche cameriera e poi è ritornato strisciando quando ero adolescente.

Non mi importava quanto tempo fa la foto era stata scattata o quanto la mia memoria potesse essere corta. Non era lui. Non avrebbe potuto essere. In nessuna maniera.

Ma ho chiamato la mamma per sicurezza. Le ho chiesto se avesse avuto qualche contatto con papà durante la loro “pausa” e cominciò a lamentarsi di quando non rispondeva alle sue chiamate, anche se a lui non sarebbe costato nulla farlo. Cominciò senza sosta a raccontarmi di come lui fosse uno stronzo per circa venti minuti prima di riuscire a liberarmene, dicendole che l’avrei chiamata un’altra volta. Probabilmente litigarono quella notte, a causa mia.

Ma avrei voluto ascoltare il loro litigio al posto delle lagne che avevo appena concluso. Arrivato il momento di chiudere la giornata con una bella bottiglia di vino (che giuro di non aver mai aperto, ma che ho trovato senza il tappo), cominciai a sentire dei rumori. Scricchiolii, cigolii e gemiti.

Invece di farmi alzare, il mio culo da rammollita mi aveva già costretto a tirar su le coperte per provare a dormire.

Il mattino seguente, prima di fare colazione e dare un’occhiata al profilo Facebook, ho controllato il muro delle foto. L’immagine del giorno prima, quella di Natale, mancava. Rimaneva soltanto una cornice vuota appesa ad un gancio.

Spostai gli occhi sull’immagine successiva. Era una foto mia, nel periodo pre-adolescenziale, e del mio vecchio terrier al parco per cani. Eravamo da soli, lui con la lingua che penzolava fuori dalla bocca e io con le labbra attaccate alla sua fronte pelosa. Pensai che fosse fatta, che il mio sbandamento mentale fosse finito, ma poi mi avvicinai.

In realtà c’erano molte più persone, dalle piccole dimensioni, che si muovevano vivacemente nello sfondo. E proprio sopra la mia spalla, in piedi sul prato con un Labrador, c’era mio padre.

Questa volta, chiamai lui al posto della mamma. Gli dissi che stava comparendo in tutte le mie fotografie, una per una, e lui ridacchiò, facendo una battuta da padre su come stessi cominciando a vedere la sua faccia ovunque io vada, per colpa della sua mancanza. E poi fece un’altra battuta su come tutti stessero cominciando a copiare il suo stile a causa del suo incredibile senso della moda.

Quando riattaccai, mi sentivo meglio dopo aver ascoltato le sue promesse riguardo quanto fosse sicura la casa e che sicuramente c’era una spiegazione razionale a tutto ciò. Ma quelle promesse non fermarono i cigolii e i gemiti quando andai a letto.

Due settimane. Due settimane di sentire suoni inquietanti prima di andare a letto. Due settimane di trovare il volto di mio padre in una foto e di vederla scomparire il giorno successivo.

Ho pensato di chiamare la polizia, ma gli sarebbe sembrata soltanto una storia di fantasmi. Non mi avrebbero creduto in nessun modo. Neanche i miei amici mi credono. Ho chiesto alla mia migliore amica di ospitarmi a casa sua, o almeno se potesse venire a farmi compagnia, ma ha rifiutato. Mi ha detto di smetterla con l’alcol.

L’ho fatto. Così quando l’ultima immagine è sparita, mi è venuto un attacco di panico al posto di un colpo di tequila. Mi sentivo come se il muro fosse diventato un calendario, il conto alla rovescia dei miei ultimi giorni, che ormai erano passati. Ero così convinta che sarei morta che cominciai a cercare altre foto da appendere al muro, così da comprarmi altro tempo. Ma da cosa lo stavo comprando il tempo?

La casa non voleva uccidermi. Mio padre non voleva uccidermi. Ci doveva essere una spiegazione ragionevole.

Ma non l’ho trovata.

Quella notte, la notte in cui per la prima volta le pareti erano vuote, sentii qualcosa di diverso dai soliti scricchiolii e gemiti. Ho sentito dei passi. Passi leggeri, che si avvicinavano in camera mia. Poi sentii la porta.

“Papà?” sussurrai, ma non poteva essere lui. Era un pianificatore. Mi avrebbe chiamato settimane prima, mi avrebbe chiesto aiuto per prenotare il volo e poi di andare a prenderlo all’aeroporto. Anche se mi avesse voluto fare una sorpresa, avrebbe bussato come un normalissimo essere umano.

E – non che io creda nel soprannaturale – non è come se fosse morto, morente o malato di raffreddore, quindi non sarebbe potuto essere un fantasma.

Ma… Vidi un volto nello spiraglio di luce che le mie tende lasciano entrare, ed era il suo volto. Familiare e più sottile. Molto, molto più sottile. Ma era lui.

Si avvicinò a piccoli passi e tutto quello che ho potuto fare è stato stringere più forte la mia coperta. Avevo infilato un coltello sotto al cuscino quando il disastro era iniziato, ma non ho avuto il coraggio di prenderlo. Ho potuto soltanto guardare.

E quando lasciò cadere qualcosa su di me, io trasalii. La mia immaginazione cominciò a farmi vedere vermi, budella o lame di rasoio. La peggiore, ma la più credibile. Ma, quando focalizzai bene, vidi che erano soltanto le mie foto.

“Le ho modificate,” disse. La sua voce era tesa, come un sordo che si ferma nei momenti sbagliati. “Io… Io non so come dirti che ero qui. Non volevo spaventarti. Volevo darti degli indizi. Ti sono sempre piaciuti gli indizi. Ogni volta che giocavamo.”

Non sapevo se potevo parlare. Non volevo farlo.

“Pensi davvero che io ti abbia lasciato?” Era sul bordo del letto adesso, spostandomi una ciocca di capelli dal viso. Trasalii, un occhio aperto e l’altro chiuso.

“Quell’uomo,” continuò. “Quello con cui hai parlato al telefono un paio di settimane fa. Quello che è tornato per tua madre. Quello che ti ha cresciuto. Quello non ero io. Sono io il tuo vero padre.”

“Ah sì?” Gracchiai, trovando finalmente la forza per infilare la mano sotto al cuscino e prendere il manico del coltello.

Annuì. “Sono stato rapito. Da lui. È saltato fuori dal sedile posteriore della macchina mentre stavo venendo da te, diciotto anni fa, e lui… Lui mi teneva rinchiuso. Quasi senza cibo. Niente interazione sociale. Per decenni. Disse che era il mio gemello, ma non ho un gemello. So di non averlo.”

Le mie dita sfiorarono la lama, che mi tagliò il mignolo.

“Non so da dove provenisse. Chi lo ha creato. Ma ha rubato tutto. Mi ha rubato la vita. E nessuno lo ha nemmeno notato.”

La mia mano infine, si chiuse intorno al manico del coltello. Lo sfilai lentamente da sotto il cuscino per non farmi notare, ma dei rumori mi fermarono. Scricchiolii. Cigolii. Gemiti.

Lo guardavo dritto negli occhi. Al mio presunto padre legittimo. Non era lui a fare quei rumori, almeno non quelli.

“Oh no,” disse. “No, no, no, no, no, no, no.”

Prima che potessi muovermi, parlare o respirare, sentii di nuovo la porta.

Una donna attraversava la stanza adesso. La mia età. La mia altezza. Il mio peso. I miei capelli. I miei occhi. Il mio sorriso. Sembrava fossi proprio io.

Come una mia gemella.

Advertisement