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Dicembre 2011.

Serata fredda, cielo grigio e vicino, neve in arrivo.

Nei paesi più a nord del mondo in particolare a Nula una contrada di poche anime incastonata tra due alte colline deformi, dove durante l’inverno freddo e ghiaccio la rendono irraggiungibile al mondo esterno, si racconta che la ‘neve’ comunichi con gli uomini cantando. Essi sono definiti i quattro canti della morte: il primo giunge ai timpani di chi sa ascoltare quando la neve avverte il suo arrivo, tetri e furiosi lamenti scivolano sofferenti tra gli aghi degli abeti spezzati dal vento.



Il secondo canto, debole, lugubre come una nenia funebre cade dal cielo accompagnando ogni candido fiocco pungendo il terreno come lame sottili. Il terzo, cupo più che mai accarezza appena ogni suolo, dove la neve copre i passaggi più conosciuti, o le cime degli alberi, roteando con astuzia senza dare nell’occhio una voce di donna piange struggente, una liturgia costante. Il quarto canto della neve arriva al primo disgelo, beffardo, pericoloso, dispettoso tra lastre di ghiaccio e stalattiti appuntite, fatto d’inganno e piccole trappole, acuta risata, stridula come le ultime grida di una preda senza scampo, prima della morte. Ecco perché a Nula quando arriva l’inverno, nessuno più esce da casa aspettando la stagione più mite.

Mentre la notte di Natale conosciuta come la notte ‘morta’, regna un silenzio tombale di cui avere paura e fare prudenza a ogni passo; molte leggende raccontano di sventurati costretti a uscire o soltanto curiosi, spavaldi che non fanno più ritorno sparendo nel nulla. Si parla di angeli neri, di vecchie streghe e di un uomo solitario che si aggira nei boschi, senza occhi e con bocca cucita con spago grezzo passato nella carne viva che non smette mai di sanguinare. Tuttavia nessuno fa mai riferimento al vecchio Tanio Pennybo che costruisce sfere di neve nella sua casa fatta di assi, catturando i quattro canti per sentirli tutto l’anno, dice lui. Nessuno osa immaginare che chi si avvicina per scrutare il suo daffare, potrebbe correre ignaro un pericoloso rischio. I paesaggi costruiti dalle sue abili mani di artigiano esperto, rappresentano ognuno una parte di Nula, tetti e case, vie e fontane ripercorsi dal suo occhio attento e deposti meticolosamente all’interno di palle di neve dal tocco quasi magico; poi le vende al mercato ai suoi compaesani, i quali avidi comprano una piccola riproduzione del loro paesello e forse non solo, o durante le stagioni calde a viandanti e turisti incantati da tale maestria.

La sera del ventiquattro dicembre del 1957 Pourthy Finn deve dare il latte agli ultimi agnelli, rimasti senza madre ma nati sotto una buona stella, quella del freddo. Il latte è finito e occorre andare a prenderlo da chi lo produce, senza indugiare. Sua madre contraria, le dice che non è prudente che una bambina di dodici anni esca la sera della vigilia con la neve appena caduta ma Pourthy risponde con un’alzata di spalle, dicendo che sono solo vecchie dicerie e che Maria Osvego alla fine si seppe fuggita con il proprio amante, non sparita misteriosamente tra i boschi. “Siamo negli anni sessanta quasi, mamma!! Sono tutte leggende vecchie e stupide e io ho quasi tredici anni”.

La mattina di Natale del 1957 ebbero inizio le ricerche di Pourthy Finn, durarono tre settimane dalle otto del mattino fino all’ultimo filo di luce di ogni gelida giornata. Il suo nome gridato tra i boschi, saettando tra rami secchi e abeti carichi di neve, lasciava lunghe code di echi senza risposta. Furono trovate alcune tracce di sangue, ma la polizia non rimediandone spiegazione, le registrò come sangue animale. Pourthy non fu mai ritrovata. E da allora la gente più di sempre la notte di Natale nel paese di Nula non esce da casa, molti di loro fino al disgelo. Fu celebrato un breve e insolito funerale senza bara, mentre la neve al secondo canto rendeva difficile la vista di ogni cosa che si trovasse a meno di due passi.

Due anni fa un amico di ritorno da un viaggio nel nord del mondo, mi portò una bellissima quanto inquietante palla di neve, un oggetto di valore inestimabile, dalle forme uniche e originali.

Le due casine all’interno sembravano vere, tanto che avrei giurato di avere visto un personaggio la prima volta che la guardai, sembrava una bambina. Spesso in questi due anni l’ho osservata, piccole orme portano da una casa all’altra ma del personaggio non vi è traccia, forse è stato frutto della mia fervida immaginazione, mi ripeto spesso. Ora, dopo aver urtato accidentalmente il macabro oggetto che non ha retto alla caduta ed è andato in mille pezzi, ho trovato del sangue sul pavimento, mio no, non mi sono tagliata. Ho svolto ricerche che mi hanno portato alle leggende di mastro Tanio, dell’uomo con la bocca cucita con dello spago e dei quattro canti della neve.

Oggi è il 24 dicembre di molti anni dopo, di Pourthy Finn si racconta la sua storia come una vecchia leggenda e i bambini ridono imitando ululati e versi di morte.

Ho acceso il camino, infilo la spina del carica batterie del computer nella presa e inizio a lavorare. Sta cominciando a nevicare. Spengo il televisore per avere pace ma mi giunge da fuori uno strano suono simile a un lamento, una voce che canta una melodia indecifrabile mentre si accumula tanta neve senza pietà. Accendo la TV e alzo il volume. Mi giro verso il fornetto per scaldarmi un plumcake e la sfera di neve è lì, davanti ai miei occhi intatta, sulla mensola. - Sotto shock – la raggiungo per guardarla meglio, sicura di sognare. Osservo da vicino, da molto vicino il suo fondo di neve dove, giace un corpicino minuscolo che pare fatto a pezzi, sembrano i resti di una bambina. Respiro e sento freddo, dal televisore non arriva alcun suono, mentre fuori un silenzio tombale…

Questa lettera fu trovata in casa della mia amica durante l’inizio delle sue ricerche, persistettero per tre lunghe settimane nella neve che quell’anno cadde abbondante, e non fu mai ritrovata.

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