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Il meticcio, dal pelo marrone e gli occhi di un azzurro brillante, alzò la testa e si trovò davanti la sua solita, triste casetta, popolata da cani simili a lui la cui unica passione era cercare cibo per strada o rincorrere piccoli animali. Quel giorno c’era ancor più depressione. Pen Street era sempre stata una zona fatiscente della città, dimenticata a se stessa e pullulata di case disabitate, ma ora aveva assunto un che di oscuro e raccapricciante. La nebbia era alta; la puzza di piscio forte come non mai; tutti gli altri suoi compagni dormivano nonostante il sole fosse già sorto, sebbene i suoi raggi arrivassero alla terra con molta difficoltà. Il meticcio era vecchio, semi-orbo all’occhio destro e aveva dimenticato il brevissimo periodo in cui aveva vissuto con gli umani in una bellissima abitazione da cui poi era fuggito senza sapere il perché, alla tenera (si fa per dire) età di un anno… eppure annusò lo stesso qualcosa. In quel triste mattino di settembre, con l’autunno che si avvicinava come la morte, quel vecchio cagnaccio senza nidiata rilevò col suo naso odore di tenera carne appena uscita dal forno.

Scrollandosi di dosso gli ultimi residui del lungo sonno che lo aveva colpito (e scodinzolando su e giù la coda sporca che aveva rischiato di perdere in un incidente), andò a svegliare uno dei suoi compagni. I cani non usano nomi per chiamarsi tra loro; al contrario, associano a ogni individuo il corrispettivo odore e colore, e da lì diventa un vero gioco scovare il loro simile a cui sono interessati. Il cane a cui si rivolse il meticcio era un dobermann poco più giovane di lui, non più adatto a cacciare e con la bocca sempre aperta, che lasciava vedere gli spazi rosa dove avrebbero dovuto trovarsi i canini caduti da un po’. Era steso accanto a un bidone dell’immondizia, aveva il pelo nero e nessuno aveva voluto dormire insieme a lui. Gli parlò nel modo in cui i cani parlano tra loro: principalmente emettendo versi che solo gli appartenenti al mondo canino potevano comprendere, aiutato poi da quella specie di sesto senso comune a tutte le razze.

Svegliati, pigrone.

Il dobermann si svegliò, aprendo uno dei suoi occhi verdi. Scrutò nella nebbia per qualche secondo, poi lanciò un’occhiata al meticcio: Lasciami dormire.

Altri versi. No, devi venire con me. Ho sentito un buon odore e penso che il cibo da cui proviene basterà a sfamarci per tutta la mattina. Ogni resistenza da parte del dobermann si fece nulla. Il suo stomaco brontolava, e una buona costoletta era la prima cosa che desiderava. I due cani si guardarono l’un altro e quando, di tacito accordo, decisero che era meglio passare all’azione, si allontanarono dal gruppo, ancora completamente addormentato.

Non c’erano molte macchine, il che era davvero strano... non che ne fossero dispiaciuti. Tutti gli animali temevano i veicoli degli umani: temevano lo strombazzare dei clacson; le grida di rabbia dei guidatori; il rombo del motore; di tutto e di più. Forse i cani domestici c’erano abituati, ma non loro. Loro erano animali selvaggi che vivevano di caccia, immersi in uno stato brado, e mai sarebbero riusciti quantomeno a tollerare i rumori provocati da quegli strani essere su due gambe. Pen Street aveva la consistenza di un sogno; i negozi, quelli rimasti dopo molti anni di sfacelo, erano chiusi, e qualche volta si scorgevano delle misteriose femmine umane con il trucco in faccia e il profumo sulla pelle. Il meticcio le odiava. Aveva appreso, grazie a una sua avventura avvenuta mesi prima, che fra gli umani quelle figure erano conosciute come “puttane”. Non capiva bene quella parola, ma non gli piaceva e questa era la cosa più importante. Se a un cane non piace qualcosa, allora è meglio starne alla larga.

Passarono vicino a una di quelle umane. Era bionda, bassa e con la borsetta in mano. Quando vide le due bestie sobbalzò e fece per andarsene, ma loro non la degnarono di un solo sguardo. Anche il dobermann aveva cominciato a sentire quel magnifico odore, e… e ne era attratto. Senti, amico, chiese ora al meticcio, secondo te quanto è lontano?

Poco, poco, rispose lui… e tuttavia non ne era così sicuro. L’odore era forte, su questo non c’era nulla da ribattere, ma voleva davvero dire qualcosa? Forse no. Vedrai che

(mangerò bene)

faremo una bella colazione, io e te.

Naturalmente non era vero. Se avessero trovato quella carne, se la sarebbe pappata tutta lui. Perché aveva capito che il dobermann aveva la stessa intenzione. Era vecchio, sì, ma non stupido.

Mentre camminavano la strada sembrava come allungarsi. Dove prima c’erano cose distinguibili, adesso c’era una nuova nebbia che non sembrava avere fine. Non una macchina illuminò il buio; non una persona passò per quelle vie; non un altro cane abbaiò loro contro. Il mondo era scomparso e c’erano solo loro due, piccole ombre del giorno e della notte dalle cui bocche sgorgava saliva. Però c’era l’odore. Questo contava, giusto? Man mano che si avvicinavano (a cosa? a cosa?) alla meta, i loro nasi captavano quel buonissimo profumo di sangue e carne da mordere. Era l’oggetto del loro desiderio, quindi seguirono la scia olfattiva, come certi uomini seguono la pista che con tutta improbabilità li porterà al successo. Era diventata una speranza, per loro. Un’ancora a cui aggrapparsi ora che erano finiti in quel limbo confuso e triste, ora che Pen Street era morta e al suo posto era sopraggiunta quella strana versione.

Io torno dal gruppo, asserì il dobermann. Il meticcio non ne fu sorpreso: aveva fame, quel cane, ma al contempo troppa fifa. Tu vuoi fare altrettanto?

No, rispose. Il suo tono fu seccato e arrabbiato, ma anche stanco e triste. Io andrò avanti, e vedrai quanto riderò non appena…

Ma il dobermann era scomparso.

Adesso il meticcio era solo, in compagnia della nebbia, del cemento… e dell’odore, suo fedele amico che gli avrebbe indicato la via. Suo fedele ammiratore e aiutante.

Continuò a seguirlo. Lo seguì nonostante il dolore alle zampe. Lo seguì nonostante il freddo che avvertiva alla testa. Lo seguì nonostante di secondo in secondo il suo muso diventava sempre più vecchio, e la vista gli si andava offuscando, e del sangue prendeva a spillare dalla sua coda. Seguì l’odore nonostante tutto questo; i suoi passi, debolissimi, riempirono il silenzio.

Passò un’ora. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.

Torna indietro. Finché sei in tempo.

Solo che non poteva farlo. Era vicino al successo, tanto così da agguantare una buonissima colazione, quindi perché mollare?

E camminò, camminò, camminò. E alla fine si perse.

Si udì un latrato sofferente e basso, seguito da un ringhio acuto e stridulo. Poi sparì, insieme all’odore di carne… e non si sentì più nulla.

**

Il dobermann tornò dal gruppo. Era stanco per tutta la strada che aveva percorso, e non vedeva l’ora di tornare a dormire. Cosa che non facevano i suoi compagni, adesso tutti svegli e pronti a nutrirsi di immondizia e tanto altro. Ehi, lo salutò un San Bernardo alquanto basso.

Ehilà, ricambiò il dobermann. Si sedette al suo posto, chiuse gli occhi e, mentre gli altri si dedicavano alle loro normali attività, sognò. Anche i cani sognano, per quanto sia difficile crederlo, e in quel caso sognò il suo caro amico meticcio. Lo vide al centro della strada, avvolto dalla nebbia che si era lasciato alle spalle. Chiedeva aiuto, ma non lo otteneva. E il dobermann ne era contento.

E perché ne era contento?

Perché la vita dei cani, specialmente per quelli di Pen Street, è un sentiero pieno di ostacoli e tentazioni. Prendi la via giusta e sarai accontentato: cibo in abbondanza e tanta pulizia. Riceverai affetto, coccole, e il mondo ti sorriderà. Gli umani ti tratterranno bene e sarai felice per sempre.

Prendi la via sbagliata… e non tornerai mai più indietro.

Com’era giusto che fosse.

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