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Francis Connor iniziò a vedere -  e a sentire – i fantasmi nel Giugno del 1979, esattamente due mesi dopo la morte della moglie Betty.

Lui e Betty erano sposati da oltre trent’anni. Si erano conosciuti all’università, entrambi ventitreenni. Studiavano, ovviamente, la stessa facoltà: medicina. Lei aveva lunghi capelli mori, pelle olivastra e profondi occhi verdi, che riuscivano a scrutare nell’anima di chi guardava. Lui, al contrario, era biondo (ma non così biondo quanto suo nonno, adorava dire), pelle bianca e occhi di un azzurro intenso, che sembravano riflettere il cielo, quando alzava gli occhi all’insù nelle limpide giornate senza nuvole o pioggia.

Betty veniva da una famiglia del Sud, proprietaria di alcuni appezzamenti di terra. Aveva deciso di abbandonare le origini agricole e trasferirsi più a Nord, esercitando la professione di infermiera. I suoi genitori, da bravi appartenenti all’aristocrazia conservatrice, si erano ovviamente opposti alla sua scelta di vita. “Betty cara”, diceva sua madre, “sai che lassù non è come qui. Gli uomini di quelle parti” – e a questo punto indicava faceva una strana smorfia di disprezzo – “sono più… lussuriosi, ecco. Non rispettano le donne, come facciamo noi; ti metteranno subito le mani addosso appena ti vedranno con abiti corti (e, in parte, sarà colpa tua). Oh, e lo stile di vita? Nelle città del Nord – e pure nei piccoli paesini – la vita è più frenetica, e dubito che riuscirai ad adattarti. No no, Betty, è meglio se resti qui.”

Ma lei era irremovibile. Non le importava di cosa i suoi genitori le dicessero, non le importava dello stile di vita che si viveva al di fuori del Texas. Era stufa di sentire la puzza nelle stalle dei cavali e del sole cocente; non sopportava la mentalità incredibilmente reazionaria che i texani avevano di solito. L’unica cosa che le sarebbe mancata era il cibo texano, davvero delizioso.

Francis, al contrario di Betty, non era per nulla originario del Sud, né vi era mai stato. Era originario del Winsconsin, e lo si capiva dal suo accento. Era nato e cresciuto in un piccolo paesino di nome Heartville, vicino al lago Michigan, a est dello stato. Heartville era famosa per la sua produzione agricola di mais e anche per un piccolo settore industriale, che sorgeva ai limiti della cittadina e dava lavoro ai pochi giovani che avevano deciso di restare. La produzione industriale di Heartville era specializzata in mattoni, oggetti di uso quotidiano e qualche strumento agricolo. Nel 1979 la popolazione della città si sarebbe attestata a settemiladuecentotrentaquattro abitanti.

Francis Connor, al contrario della moglie, non aveva mai ricevuto critiche da parte di sua madre, perché ella era morta tre anni dopo la nascita del figlio. Cancro al fegato. Eh, capita.

Tuttavia, nonostante fosse morta così presto, Francis se la ricordava bene. Ricordava i suoi lisci capelli neri, così sottili e graziosi; ricordava la sua voce allegra e simpatica. A volte la sognava persino, e non sapeva se fosse normale oppure no. Comunque sia, questa memoria era molto apprezzata dal padre di Francis, che lo aveva cresciuto e che era ben felice di scoprire che il figlio conservava nel suo cuore una nitida immagine della defunta madre.

Il padre di Francis si chiamava Walter, da tutti soprannominato Walt. Walt Connor.

Era un uomo molto alto – caratteristica che Francis non aveva preso, data la sua bassa statura – e aveva capelli rossicci, altro tratto mancante nella prole.

(In futuro, Francis, attingendo agli studi di biologia di base all’università,  avrebbe pensato: Quei capelli rossi… forse mio figlio li avrà. Sarà rosso come il nonno.)

Walt aveva cresciuto il figlio nella tranquillità della fresca campagna, portandolo ogni estate a fare nuotate al lago e cercando di insegnargli valori di moderazione e duro lavoro. Francis Connor era dunque cresciuto con il pensiero che le città fossero inferni popolati da terribili mostri e le campagne terre paradisiache in cui tutti vivono in armonia. Più tardi nella sua vita avrebbe iniziato ad apprezzare certi aspetti della vita urbana (il divertimento, la promiscuità sessuale e gli infiniti aspetti socio-economici), ma il suo sogno sarebbe sempre stato vivere nell’agiatezza delle campagne.

Era con quest’idea in mente che aveva deciso di diventare medico. Aveva notato che i medici a Heartville erano alquanto rari, e poiché se c’è poca offerta aumenta il prezzo, Francis aveva capito che non solo esercitare la professione di medico in paese gli avrebbe evitato spiacevole concorrenza, ma anche che si sarebbe potuto arricchire in poco tempo.

Aveva deciso di laurearsi all’università di Madison, che distava a qualche ora da Heartville. Francis vi era già stato alcune volte, ma col padre, e quella era dunque la prima volta che affrontava la città da solo, come se Madison fosse uno di quei mostri nascosti nell’armadio che vengono spesso usati dai genitori per far star buoni i figli quando essi non mostrano buona creanza o semplicemente pensano a fare di testa loro.

All’inizio Francis si era trovato piuttosto bene. Il cibo non era malaccio, le persone erano molto cordiali e adorava la vista sul lago Monona, in particolare durante il tramonto, dettaglio che faceva brezza nel suo cuore romantico. In pochi giorni era anche riuscito a visitare il Campidoglio del Wisconsin, la Sinagoga delle Porte del Paradiso e, all’università, aveva adocchiato qualche ragazza dall’aspetto giovanile e intrigante.

Betty era tra queste.

Era arrivata qualche mese dopo Francis, e subito si era guadagnata una buona reputazione. Era sicura di sé, studiava molto e aveva un qualcosa di sensuale. Francis aveva iniziato a provare qualcosa per lei, e si sentiva come un tredicenne che da poco scopre l’amore. Aveva iniziato a parlare con lei durante le lezioni, sussurrandole consigli e curiosità. Lei apprezzava la vasta cultura di Francis, sia in ambito medico che altrove, e per questo avevano iniziato a frequentarsi anche al di fuori dell’università.

Camminavano insieme per la cittadina, parlando dei propri interessi (che erano praticamente identici) e della loro vita, il tutto condito da barzellette e momenti divertenti. Quando Francis fissava Betty negli occhi riusciva a vedere una bestia indomita, una bestia che si nascondeva dentro quella ragazza all’apparenza tanto graziosa. E meno male! Al contrario dei suoi coetanei, lui non sopportava quelle ragazze (e anche quei ragazzi) prive di volontà, che prendevano la vita come un gioco e si aspettavano di essere comandate. Betty sapeva farsi valere, poco ma sicuro, anche se non lo dava a vedere.

Una volta, durante le loro camminate a Madison, si erano baciati davanti al lago. Era stato bellissimo. A Francis era venuto addirittura duro, anche se mai lo avrebbe ammesso, non a Betty, non in quel momento. Poi Betty lo aveva allontanato da sé e gli aveva detto: “Ti amo”. Al che Francis la guardò e disse: “Ti amo anch’io”. Qualche secondo dopo era cominciato a piovere e i due avevano deciso di andare a ripararsi in una rosticceria, dove mangiarono insieme.

In pochi mesi avevano finito gli studi. Era presto giunta la decisione di sposarsi, e con essa anche l’acceso dibattito su dove sarebbero andati a vivere. Da poco Walter Connor era morto, e dunque Francis aveva deciso che avrebbero vissuto a Heartville, nella casa di suo padre. Betty, invece, proponeva di vivere a Madison, affittando una casa. “Mi piace questa città”, aveva detto. Erano seduti al tavolo di un ristorante italiano, il Nico’s Pizza. Era un piccolo locale popolato da poche decine di persone, con un ragazzo di cartone coi lunghi baffi posizionato all’entrata che teneva in mano una pizza. L’aria era piuttosto calda, lì dentro; ciò, secondo Francis, era assurdo, poiché l’estate era da poco iniziata con una strana ondata di caldo e in queste situazioni, a detta sua, i locali dovrebbero essere tutti ben ventilati.

“Ma Heartville non è male, fidati” aveva ribattuto Francis, affondando la forchetta nel piatto di spaghetti. “È un paesino tranquillo, i medici sono pochi e molto richiesti e…” Non era riuscito a finire la frase, intuendo la disapprovazione di Betty e che tutto sarebbe stato inutile.

Tuttavia, dopo mesi di discussioni, Francis riuscì a convincere Betty a seguirlo ad Heartville. Ovviamente la ragazza non era del tutto convinta – lo si leggeva dall’espressione che faceva quando il marito le chiedeva: “Sei felice di stare qui?”, un’espressione corrucciata e quasi triste -, ma era un notevole passo avanti, per Francis. La prima cosa che Betty notò di Heartville fu lo stile delle case: erano quasi tutte uguali, piuttosto basse ma stranamente possenti. Non avevano alcun particolare che le rendesse uniche e vivaci, mentre nel paesino  del Texas in cui lei era cresciuta ogni cittadino cercava di rendere la propria abitazione quasi… speciale. “Certo che qui fra freschetto, eh” commentò mentre Francis guidava verso la casa precedentemente appartenuta a Walter. In effetti, quel giorno soffiava un vento piuttosto forte e i rami degli alberi, che Betty vedeva attraverso il finestrino, si muovevano come braccia cadaveriche prese da una terrificante frenesia.

“Oh, puoi giurarci” disse Francis, emettendo una risatina. Era notte e la luna era alta in cielo. Avevano fatto tutto il giro di Heartville, dal centro fino alla zona boschiva nei pressi del lago (“Dovremmo venire a farci un bagno quaggiù, un giorno di questi” aveva proposto Betty, fissando le limpide acque azzurre). Francis le aveva fatto vedere i quartieri in cui lui era cresciuto e che erano rimasti ancora intatti e uguali, bloccati in un misterioso limbo temporale. Quella mattina avevano mangiato in veranda, la stessa veranda dove Francis, da bambino, adorava vedere il sole sorgere, svegliandosi presto all’insaputa del padre.

La casa era avvolta dal bosco, e distava qualche miglio dal centro cittadino. Lì si potevano udire tutti i rumori della natura, e sembrava di essere trasportati in una dolce fiaba, e Betty, osservando la maestosità di quel posto, aveva pensato: Chissà dove si nascondono gnomi, folletti e compagnia cantante. Oh, negli alberi, di sicuro; glielo diceva sempre Suzanne, la domestica nera dei genitori, morta qualche anno fa di vecchiaia. “Il piccolo popolo vive nel bosco, lontano dagli occhi degli esseri umani. Se vuoi vederli, mia cara piccola Betty, quello che devi fare è sbirciare dentro i buchi degli alberi: è lì che dimorano.”

E così aveva fatto, quella fresca mattina, la prima che passava a Heartville.

Aveva finito di mangiare il suo cornetto, aveva cacciato un piccolo rutto (lo faceva sempre quando mangiava qualcosa che le piaceva), poi si era avvicinata a Francis (che stava ancora mangiando il suo cornetto, abbarbicato su una poltroncina) e gli aveva detto: “Vado a fare due passi”. Il sole splendeva e l’aria era fresca e salutare. Francis annuì, chiedendo però a Betty di non impiegarci troppo tempo, dato che quel giorno l’avrebbe portata a vedere tutto il paesino, come una guida turistica.

Betty si era allontanata dalla casa ed era entrata nella vegetazione. Rami e funghi si spezzavano con incredibile facilità sotto i suoi piedi; gli alberi assumevano forme umane e a volte parevano sembrare damigelle di corte e altre dei pericolosi serial killer. Rabbrividì quando una folata di vento le arrivò sul collo, punto della pelle scoperta. Aveva l’impressione di essere una fata che tornava al suo mondo d’origine, fatto di meraviglie e innocenza.

Camminò ancora un po’, superando un cespuglio di rose selvatiche (aveva avuto l’idea di raccoglierne una, ma le spine erano stranamente lunghe e affilate) e un piccolo fiumiciattolo (Forse ci vivono le sirene, aveva pensato, divertita), e alla fine si ritrovò di fronte a un immenso albero di noce. I rami erano lunghi e possenti; la corteccia era bianca e liscia… no, non proprio liscia. Al centro della  pianta c’era un buco largo qualche centimetro, troppo piccolo per infilarvi la mano ma abbastanza grande per guardarvi all’interno.

In quel momento, Betty sentì un buon odore provenire dall’albero. Era un odore che ricordava quello della marmellata di fragole che si mangiava da piccola, ma anche odore di popcorn, zucchero e caramello. Era l’odore dell’infanzia e della felicità. È questo, pensò. È questo l’albero in cui vivono i folletti, come diceva Suzanne.

Avvicinò l’occhio al buco, dovendo abbassarsi un po’. L’interno della corteccia era buio e pieno di foglie, in gran parte appassite. C’erano anche degli insetti morti e larve di mosche. Alle pareti di quel minuscolo antro di legno c’erano dei piccoli buchi che, pensò Betty, conducevano ad altre sezioni dell’albero. La luce era scarsa e dovette strabuzzare gli occhi per capire cosa vi fosse là dentro.

Poi vide qualcosa.

Fu solo per un attimo, ma Betty era ben sicura che non era frutto della sua immaginazione. Ciò che aveva visto era un piccolo braccio, proprio davanti al suo occhio. Non sapeva a cosa fosse legato quel braccio

(è un folletto un folletto un folletto)

ma non voleva saperlo. Si allontanò dal buco, spaesata, e fu allora che da lì dentro uscì una risatina, una risatina febbrile, gioiosa, ma anche dispettosa e un po’ cattiva. Si ricordò di ciò che una volta Suzanne le aveva detto, sempre in merito al piccolo popolo. “Quando li senti ridere non è mai un buon auspicio. Se capitasse a te, Betty, scappa subito”.

La risata si interruppe di colpo, lasciandola sola nella quiete del bosco. Adesso non aveva più l’impressione di trovarsi in una fiaba o in un mondo fatato. I rumori erano del tutto scomparsi e aveva l’impressione che qualcosa fosse lì in agguato, pronto a ghermirla. Non credo nei folletti, pensò, con un po’ di paura. Non credo nei folletti e nei mostri del bosco e adesso me ne torno da Francis e…

“Betty?”

Fu troppo. La voce sembrava provenire da tutte le angolazioni, da tutto il bosco. Il coraggio di Betty svanì e scappò a gambe levate, cadendo qualche volta e sbucciandosi un ginocchio. Il cielo  si faceva scuro e il vento iniziava ad ululare. Udì qualche goccia di pioggia sopra il suo corpo, e per poco stette per mettersi a piangere. Riuscì ad arrivare da Francis, che era ancora seduto sulla poltroncina in veranda.

“Betty, stai bene?” chiese, alzandosi dalla poltroncina e venendo verso di lei. Il cielo tuonò su di loro, segno che stava per arrivare un temporale. Betty era scossa e le guance erano rosse. “Cos’è successo?”

Betty entrò nella veranda e si sedette su una sedia, mentre Francis continuava a guardarla, pensieroso. Non mi crederà, pensò. Non crederà mai che io abbia visto un folletto (se era davvero un folletto). Inventò qualcosa sul momento.

“Ho visto un lupo.”

Francis inarcò un sopracciglio. “Un lupo? Qui non ce ne sono, non in questa zona.”

“Ti dico che l’ho visto! Era un piccolo lupetto, non molto grande e… oh scusa, forse mi sono fatta prendere dal panico.”

La discussione finì lì.

**

Le settimane seguenti passarono lente e senza troppi problemi. Betty aveva quasi dimenticato quella spaventosa esperienza, che adesso iniziava ad attribuire a una semplice allucinazione, avuta per suggestione. Francis fece vedere alla moglie tutto il paesino, facendole conoscere decine di volti nuovi. Conobbe Mason Schmidt, altro medico di Heartville che era stretto amico di Francis, nonostante fossero teoricamente in competizione. Era un uomo grassoccio, coi capelli bianchi (nonostante fosse solo tre anni più vecchio di Francis) e viveva in una casa dall’aspetto alto-borghese. Aveva una faccia a cui non potevi non affezionarti, ed era sempre pronto ad ascoltare gli altri. Non era neanche sposato, e ciò portò Betty a domandarsi, solo per un secondo, se Schmidt fosse dell’altra sponda. Mason guidava una Jaguar, macchina uscita da pochi anni e che aveva già ottenuto un buon successo. Una volta aveva portato Betty a fare un giro fino al lago, sperando di non suscitare ansie matrimoniali nell’amico Francis.

Altre persone che Betty conobbe furono: Charlotte Murphy, proprietaria di un piccolo hotel nel centro cittadino; Wyatt Carlson, agricoltore che coltivava mais e zucche, con un sorriso sempre stampato in volto; Grace Becker, vedova con due figli, entrambi maggiorenni, che viveva a poche miglia da loro; e, infine, padre Young, il prete della chiesa di Heartville. Erano persone simpatiche, con cui Betty adorava parlare, anche nessuno di loro avrebbe avuto un significativo impatto sulla sua vita. Adorava pettegolare insieme a Charlotte tramite telefono; aiutava economicamente Wyatt comprando sempre da lui; sapeva quanto sola si sentisse Grace (i suoi figli se n’erano andati a New York, addirittura fuori il Wisconsin) e per questo veniva da lei ogni settimana, e anche perché la trovava simpatica; chiedeva sempre a padre Young consigli su questioni domestiche e lui dimostrava ogni volta infinita saggezza.

Le previsioni lavorative di Francis, inoltre, si stavano rivelando fondate. Poiché lui e Betty erano tra le poche persone ad Heartville ad avere una preparazione medica oltre a Schmidt, ottenevano sempre proficue entrate, dato che c’erano pochi altri soggetti a cui rivolgersi. E il costo della vita era assurdamente basso, lì in quel paesino dimenticato.

Tutto sommato Heartville non è così male, pensò Betty, in una serata di fine estate. Era stesa a letto a leggersi un libro, mentre Francis era andato a pisciare e tra poco sarebbe arrivato. L’orologio appeso al muro segnava le 21:49. Sì, Heartville non è proprio male, sempre meglio del Texas.

Tuttavia, in cuor suo covava ancora il desiderio di vivere in una grande città, popolata da migliaia di persone. La vita ad Heartville, nonostante fosse, per lei e Francis, segnata da prosperità economica e sociale, era pur sempre noiosa e vuota. Le giornate erano tutte uguali e non c’era molto da fare. E poi… poi, c’era quella terribile sensazione che la opprimeva giorno dopo giorno. Sentiva che stava per accadere qualcosa, ma non sapeva cosa.

Posò il libro sul comodino, si alzò e, senza sapere perché, andò alla finestra, a vedere il giardino. La notte era buia e la luna era fievole, eppure riuscì a vedere qualcuno, lì nell’erba alta. Era un uomo. La faccia era orribilmente deturpata e il sorriso mostrava tutti i suoi trentaquattro denti. Parte del corpo era una massa informe di carne e gli occhi scintillavano al buio, come se fossero occhi di gatto. Ti ho già vista, disse una voce nella testa di Betty. Non era la sua. Sì, tu hai camminato su questa terra maledetta e hai visto tutto me compreso e hai visto le macerie.

Betty non capiva. L’essere la salutò con la mano e nel mentre aprì la sua bocca, un profondo buco nero da cui uscirono centinaia di corvi che si abbatterono sulla finestra da cui Betty guardava la scena.

Si ritrasse, spaventata. I corvi non riuscirono a distruggere la finestra, ma la lasciarono piena di crepe. Vorticavano nell’aria come un unico, malsano organismo, e il loro verso ricordava un grido di soddisfazione… soddisfazione perché sapevano di avere Betty in pugno. Urlò. I corvi sparirono, librandosi in cielo e volando verso le montagne, lontano da lì. Francis arrivò nella stanza, preoccupato, e chiese: “Hai avuto un altro incubo, non è vero?”

“Sì.” Nella voce di Betty si udiva paura ed estraneità. Era un tono che Francis sentiva spesso nelle ultime settimane, da quando Betty era vittima di incubi e strane visioni. I corvi e la figura in giardino erano spariti, così come le crepe alla finestra.

“Tesoro, te l’ho detto: basta solo che dici a quei mostri, a quelle visioni, di andarsene.” Si avvicinò a lei, toccandole la guancia. La stanza era illuminata dalla flebile luce della lampada sul comodino. “Ricorda: non sono reali.”

**

Di visioni Betty non ne ebbe più, seppur un senso di inquietudine continuasse a crescere dentro di lei. Era come avere degli occhi puntati addosso, sempre e ovunque. A volte, quando non riusciva ad addormentarsi o era sola a casa, era sicura di sentire qualcosa camminare da qualche parte dell’edificio . Non ne parlava mai a Francis, per non turbarlo. Il loro matrimonio stava andando a gonfie vele, si amavano enormemente e la vita scorreva serena nella loro casetta. Ma…

Già, perché c’era sempre un ma, qualcosa che rovinava la perfezione, e non erano solo le sensazioni che Betty provava.

Non riuscivano ad avere figli. Ecco qual era il vero serpente nell’Eden. Ne parlavano spesso a tavola. “Come chiameremo nostro figlio?” chiedeva Francis, e lei rispondeva con cose tipo: “Come mio padre o te”, ma ogni volta aggiungeva nella sua testa queste frasi: Sempre se l’avremo, un bambino. Eh sì.

A letto ci davano duro, come avrebbe detto quel volgare di Wyatt. Facevano sesso quattro volte la settimana, a volte nei posti più disparati: in cucina; in soggiorno; nello studio di Francis; diavolo, una volta avevano fatto sesso pure nel seminterrato. Ma tutti quei tentativi si dimostravano vani. Betty vedeva Francis piangere per questo e gli chiedeva perché lui fosse così tanto ossessionato dall’idea di avere un figlio. Al che lui rispondeva: “Perché tutti vogliono un figlio, cara. È un pezzo di te, che cresci e poi lasci al mondo. Voglio un figlio che abbia gli occhi miei e i capelli di suo padre. Tu non lo vuoi, un bambino, Betty?”

Faceva di no con la testa. Non era davvero interessata a mettere su un piccolo bastardino, cosa assurda per una donna proveniente dal Sud. Lo faceva solo per far felice il marito.

Comunque, dopo un’attenta analisi i coniugi Connor scoprirono che Betty era sterile. Non avrebbero mai avuto figli, non avrebbero mai trasmesso il loro cognome a qualcuno. Ora potete ben immaginare la crisi nervosa che ebbe Francis quella sera. Andava avanti e indietro per il salotto sussurrando: “Non avrò mai un figlio, non avrò mai un figlio…”

“Tesoro.” Betty lo prese per mano e cercò di parlargli, di calmarlo, ma non ottenne niente. Il marito si sedette sul divano in soggiorno e scoppiò in lacrime. A Betty quella scena faceva pietà e andò via, anch’ella  con le lacrime agli occhi. Andò in bagno e chiuse la porta a chiave, sperando di non sentire i lamenti di Francis. Non ne poteva davvero più. Avrebbe voluto urlargli in faccia che non aveva senso disperarsi così tanto; che, seppur vero che un figlio era un grande piacere, c’era di meglio, nella vita. Betty proprio non riusciva a immaginare di stare anni insieme a un moccioso, neanche per il volere del marito. In un certo senso riteneva la sua sterilità un dono di Dio.

Aprì il rubinetto e iniziò a sciacquarsi la faccia, per allievare i nervi. Poi alzò lo sguardo e nel riflesso vide, alla sua destra, un bambino dagli occhi neri. Era immobile, non parlava e la scrutava con attenzione. Sembrava essere in putrefazione, con le orecchie che si laceravano e il naso che non era altro che carne schiacciata e marrone. “Mamma”, disse il bambino, con una voce che rimbombò nelle orecchie di Betty.

mamma…

Non resistette e svenne, riuscendo per miracolo a non sbattere la testa contro la vasca del bagno. I sogni che fece furono terrificanti e in ognuno di essi era presente quel bambino, che la fissava coi suoi occhi neri e diceva: “Mamma mamma dove sei? Mamma mamma”. A svegliarla fu Francis, che, dopo essere uscito dalla sua crisi, aveva notato che Betty non usciva più dal bagno. Si era precipitato alla porta e aveva urlato: “Tesoro! Apri!” Non udendo alcuna risposta aveva sfondato la porta e aveva trovato Betty stesa a terra, con del sangue che le usciva dalla bocca.

È morta, pensò Francis. È morta e sono stato io a ucciderla. Poi, grazie a Dio, aveva sentito dei respiri, dei piccoli gemiti uscire dal corpo della moglie, che intanto apriva gli occhi. “Oh, Betty! Sei viva!” Francis la aiutò a mettersi in piedi e lei disse: “Francis…” Poi si guardò intorno. “Il bambino!” urlò. “Il bambino! Dov’è finito il bambino?!”

“Di cosa stai parlando?”

Betty raccontò tutto quello che aveva visto, esprimendo anche la rabbia che provava nei confronti del marito, per il suo egoismo e l’eccesiva disperazione che aveva provato. Francis abbassò gli occhi e disse: “Oh, Betty… io non pensavo che… insomma…”

“Al diavolo!” sibilò lei, e corse su per mettersi a letto. Quella notte dormirono separati. Lei sopra, nel letto, lui sotto, sul divano. Il mattino seguente non riuscirono a guardarsi negli occhi, si percepiva un’atmosfera di terrore e ansia, in quella casa. Betty mangiò come al solito in veranda, con del pane che aveva trovato in uno scaffale, e per un attimo… No, basta visioni! Disse a sé stessa di non aver visto quella strana figura muoversi tra gli alberi, quella figura bassa e furtiva, che scappava subito allo sguardo. Non esistono, pensò. Non esistono folletti, corvi assassini, bambini dagli occhi neri e adesso ripensa, seppur controvoglia, a quello che ti ha detto Francis qualche sera fa:

basta solo che dici a quei mostri, a quelle visioni, di andarsene.

E così fece, con l’alba che si faceva strada nel cielo.

**

Gli anni passarono tutto sommato bene. Francis continuava a lamentarsi di non poter avere figli, ma di rado, ormai. Aveva capito i sentimenti di Betty in merito alla questione e non voleva stressarla. Facevano ancora sesso, ogni settimana, ma solo per piacere. La vita a Heartville scorreva normale e senza complicazioni. I coniugi Connor iniziavano a diventare vecchi e quando riflettevano sulla loro esistenza dicevano a sé stessi che sarebbero morti insieme, anche perché continuavano ancora ad amarsi. Le visioni tornavano solo negli incubi di Betty, che diventavano sempre più rari, fino a sparire del tutto. Sembrava essere tutto fantastico.

Poi Betty morì in quel surreale aprile del 1979 e Francis non vide mai più il mondo con gli occhi di prima.

**

C’era odore di morte, nell’aria. Grace Becker era passata a miglior vita qualche mese prima, lasciando la casa ai figli, che però non avevano alcuna intenzione di viverci. Dunque Betty, ormai settantanovenne come Francis, si sentiva ‘più sola. Alcune vacche erano state trovate decapitate in mezzo ai campi, chilometri lontano dalle fattorie di provenienza. La polizia locale affermava che il responsabile era un maniaco, mentre i più superstiziosi di Heartville non esitavano a pensare a un mostro o a un alieno. Alcuni sostenevano di aver visto una creatura possente camminare per le parti meno popolate di Heartville portandosi dietro carcasse di vacche. Francis Connor definiva queste storie sciocchezze, mentre Betty non ne era poi tanto sicura. Certo, non credeva che ci fosse un mostro della notte pronto a sbranare animali indifesi, così come non credeva agli alieni e

(ai folletti)

agli spiriti. Però…

L’inverno aveva deciso di protrarsi per qualche mese, motivo per cui sulle montagne di tanto in tanto continuava a nevicare e la temperatura media era di nove gradi celsius. Gli alberi faticavano a sbocciare in fiore e non era raro vedere qualcuno con un forte raffreddore. I Connor erano ormai in pensione e volevano dedicare i pochi anni di vita che avevano a starsene seduti in salotto a giocare a cruciverba e a guardare programmi polizieschi in televisione. Il sesso era stato totalmente dimenticato. Negli anni Francis si era dato alla scrittura. L’idea gli era venuta grazie a Mason Schmidt, che in un giorno del 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale, gli aveva detto: “Frank” – lo chiamava sempre così, in modo affettuoso – “perché non provi a scrivere un po’, per distrarti? Potrebbe farti bene. Vediamo cosa sa fare la tua mente”.

All’epoca la guerra era entrata in Francis come una malattia. Si rifiutava di leggere i giornali per non dover leggere le solite storie di orrori e morti. Provava una grande pena per tutta l’umanità, chiedendosi se la guerra facesse parte del destino umano. (Una volta aveva confessato queste sue idee a Betty e lei, finendo di potare le rose che anni prima aveva deciso di mettere nel giardino, aveva risposto: “Certo che sei diventato proprio filosofo. Potresti sostituire Platone” E poi era scoppiata a ridere.)

In effetti, l’idea di Schmidt era piuttosto buona, e pertanto, quello stesso pomeriggio, aveva comprato una macchina da scrivere  in un piccolo negozietto dell’usato e si era fiondato a casa, urlando: “Tesoro, sono a casa!”, per poi chiudersi nel suo studio. Per tutta la casa si poteva sentire il battito delle sue dita sulla macchina da scrivere, mentre le parole uscivano fluide dalla sua mente, riversandosi sui fogli. Non sapeva cosa scrivere, ma riuscì comunque a elaborare sette pagine in meno di un’ora. Assurdo. C’era scritto tutto quello che voleva dire, tutte le emozioni che provava.

Riprese a scrivere.

Betty bussò alla porta dello studio e disse. “Ehi caro, che ne diresti di smetterla? Questo maledetto suono mi sta distruggendo i timpani!” Mi spiace, cara, pensò Francis. Ma non posso. La mia mente è totalmente immersa.

Scrivere divenne dunque un’abitudine. Scriveva quasi ogni giorno, senza un limite. Scriveva storie, ricordi e poesie: Francis scriveva tutto ciò che gli veniva in mente, per passare il tempo e alienarsi dal mondo. Aveva anche iniziato a scrivere racconti in cui fantasticava su come sarebbe stata la sua vita se Betty non fosse stata sterile. Eh sì, quell’idea continuava ancora a tormentarlo. Aveva pensato di adottare un bambino, ma poi si era detto: No. Dovrà essere il mio figlio biologico. Dovrà avere i miei stessi occhi e i capelli rossi come mio padre. E poi, non era sicuro che Betty avrebbe approvato. Pertanto aveva scritto ben venti storie in cui parlava di questo suo figlio immaginario, descrivendo il suo aspetto e le sue passioni. Lo aveva chiamato James, e lo aveva descritto come un ragazzino robusto, rosso e con occhi azzurri che, come quelli della madre, scrutavano nell’anima delle persone. A James piaceva leggere fumetti (in ogni storia il ragazzino diceva sempre: “Caspita! Nemmeno Superman riuscirebbe a risolvere questa situazione!”), mangiare gelato e camminare tra i boschi con la madre. Adorava le ragazzine bionde e a volte lo si vedeva sbaciucchiare Michelle Miller, altro personaggio immaginario ideato da Francis. Michelle, nella fantasia di Francis, era una bambina di dieci anni, figlia di alcuni banchieri locali, che aveva un doveroso rispetto per l’ordine e la legge e che in futuro avrebbe sposato James, avendo con lui tre figli.

Francis si rendeva conto che se Betty avesse scoperto queste sue fantasie avrebbe dato fuoco alla macchina da scrivere e l’avrebbe definito (giustamente) un ossessionato, e per questo i fogli con le storie di James erano tutti accuratamente nascosti dietro un mobile alto un metro e quaranta, che era posizionato vicino alla finestra dello studio e su cui Francis aveva riposto gli oggetti più disparati, nella speranza di dare un tocco di vita a quella stanza… solo che quando si è vecchi la mente inizia a giocare brutti scherzi, e gli oggetti che vi aveva recentemente riposto (un vaso, una statuina e un pupazzo) erano aberrazioni che sembravano cozzare tantissimo con l’atmosfera dello studio e che ad una sola occhiata generavano disgusto.

Quella terribile sera dell’aprile 1979 lo studio era silenzioso, tranne per i soliti battiti della macchina da scrivere, che in quel silenzio sembravano battiti di un cuore frenetico. Betty aveva pregato a Francis di non passare troppo tempo a scrivere, ma lui non l’aveva ascoltata e nel frattempo si era fatta mezzanotte. Lei si era abituata al suono dei tasti ed era finita per addormentarsi, con la finestra aperta e la lampada ancora accesa, ed era così assonata che non si era preoccupata di possibili uccelli che avrebbero potuto entrare nella stanza, con la finestra spalancata.

Francis scrisse le ultime parole e sospirò, per poi bere un sorso d’acqua dal bicchiere accanto a lui. Quella sera aveva scritto l’ennesimo racconto sul suo figlio immaginario, e ne erano uscite ben trentadue pagine, in meno di ventiquattr’ore. Dovresti fare lo scrittore, disse a sé stesso, ma poi si rese conto che quello non era mai stato il suo sogno e che scriveva solo per sé e per nessun altro. Non gli sarebbe importato un accidente se qualcuno avesse pubblicato le sue storie su qualche rivista, magari senza il suo consenso; che lo facessero pure! Anche se, ripensandoci bene, i racconti con protagonista James… no, quelli sarebbero rimasti per sempre privati, e nessuno li avrebbe mai potuti toccare.

Si tolse gli occhiali, prese i fogli in mano, si alzò dalla sedia su cui stava seduto e arrivò al mobile accennato. Per la prima volta nella sua vita, senza sapere il perché, ammirò – sì, ammirare era il verbo giusto – quel mobile e la sua altezza, il legno di quercia con cui era fatto. Poi lo spostò, rivelando tutti i fogli pieni di polvere rimasti lì dietro, mise insieme ad essi il foglio che aveva in mano e rimise tutto a posto. Spense la lampada e uscì dalla stanza.

L’unica luce presente nel corridoio era quella della luna, che entrava dalla finestra posta vicino alla porta del bagno. Si fermò a metà strada e vide i granelli di polvere davanti a lui, resi visibili solo dalla luna lunare. Rifletté su come quei granelli potessero rappresentare la vita di centinaia di piccoli, insignificanti individui, tutti bloccati in quel misterioso limbo in aria.

Basta filosofeggiare.

Raggiunse la stanza da letto ed entrò. Betty era bell’e addormentata, i capelli bianchi che si stendevano come una macchia sul cuscino. “Oh… sei…” sussurrò nel sonno, e Francis, dopo esseri messo il pigiama, si stese a letto, stando ben cauto a non svegliarla. Prima di spegnere la lampada che si trovava sul comodino accanto alla sua parte di letto, decise di osservare la moglie. Quant’è vecchia… e quanto sono vecchio io. Quella riflessione lo fece prendere da una terribile nostalgia. I giorni di gioventù erano andati. Mai avrebbe rivisto i capelli mori di Betty, mai sarebbe tornato biondo. E ogni giorno la morte stendeva sempre di più la sua ombra su di loro, attendendo con ansia il momento opportuno.

E forse quel momento sarebbe arrivato proprio quella notte, magari sotto forma di infarto.

Sussurrò a Betty: “Ti amo.” Lei bisbigliò alcune frasi sconnesse: “Oh no, i folletti no… Oh, come ti chiami, bambino?... Aiuto…” Sta avendo un incubo, pensò Francis, sbalordito. Era da anni che non succedeva. Bah, era solo una coincidenza. Spense la luce e, al buio, abbracciò la moglie, cercando di addormentarsi.

Qualcosa si mosse al piano di sotto.

Francis riuscì chiaramente a sentirlo, anche se il sonno stava iniziando a prendere il sopravvento. Erano passi pesanti che rompevano il silenzio della casa, sbattendo contro i muri e creando un effetto eco che giungeva fino al piano superiore. C’è qualcuno in casa. Oddio, meglio non farsi prendere dal panico: poteva anche essere un animale che era riuscito a entrare, oppure un oggetto era caduto o…

Tum!

No, nessun dubbio: c’era una certa ritmicità in quel rumore, e i passi erano troppo pesanti e ben pensati per appartenere a un animale capace di intrufolarsi là dentro. Era chiaramente una persona, e stava salendo le scale. Sta venendo al piano di sopra, pensò Francis, terrorizzato. Sta venendo da noi…

Accese la luce, si alzò dal letto e, sempre cercando di non svegliare Betty, si diresse verso la porta. Il cuore gli batteva nel petto e il sudore gli imperlava la fronte. Chiuse di scatto la porta, girando la chiave nella maniglia. Poi  andò ai piedi del letto, si inginocchiò e prese un coltello che stava lì sotto. Era stata sua l’idea di metterlo sotto il letto, per avere un’arma in caso di pericoli come, appunto, effrazione. Ovviamente all’inizio Betty non era d’accordo, ma con gli anni, chissà perché, la sua forza di volontà era andata a regredire, mentre quella di Francis rimaneva più forte e riusciva a convincerla in poco tempo.

Coltello in mano – quella lunga, affilata arma che avrebbe potuto facilmente penetrare nelle carni di possibili ladri e assassini -, tornò davanti alla porta. Non ho nemmeno un telefono, quassù. Perché non abbiamo avuto la benedetta idea di mettercelo? La polizia non verrà, ma forse, se lui non ci sente se ne andrà, e anche ammesso che non si arrenda e decida di sfondare la porta, io sarò qui, pronto a contrattaccare. Sono vecchio, sì, ma mi sono tenuto ben in forma, in questi anni. E poi c’è l’effetto sorpresa, e potrei anche mettermi a urlare. Qualcuno mi sentirà.

Una sensazione di coraggio si fece forza dentro di lui. Poi si voltò verso Betty, che ancora dormiva e biascicava nel sonno, e da lì le sussurrò: “Non parlare così forte, amore”. E, come se lei avesse davvero sentito, la voce di Betty diminuì d’intensità, e le parole che ora sussurrava erano appena udibili, e non avrebbero mai potuto, grazie a Dio, oltrepassare la spessa porta della stanza e finire in corridoio.

Improvvisamente Francis udì l’essere – non era poi così sicuro che fosse umano – salire le scale, piedi così pesanti che, a giudicare dal trambusto, spezzavano le deboli assi di legno su cui poggiavano. Strinse il coltello, sapendo che, prima o poi, avrebbe sentito l’essere piazzarsi davanti alla porta, e allora quella cosa avrebbe iniziato a ringhiare e a battere sul legno, battere così forte che, alla fine, la porta avrebbe ceduto e allora la bocca dell’essere si sarebbe allargata mostrando tutti i denti affilati e poi…

Udì battere.

Sobbalzò. Dunque il momento era arrivato. I capelli bianchi gli si rizzarono in testa, improvvisamente faticava a tenersi in piedi, e pensò: Sono vecchio sono vecchio non riuscirò mai a sconfiggerlo. Era la cruda realtà che si mostrava dinanzi a lui. E poi si accorse di quanto la stanza fosse illuminata…  troppo illuminata. La luce sarebbe filtrata sotto la porta e la creatura avrebbe capito che qualcuno, delle prede, erano lì dentro, inutile fare silenzio. Iniziò a piangere, disperato. Betty continuava a sussurrare: “folletto” e “bambino”, ancora profondamente addormentata.

Una risata fredda, crudele e cinica si fece strada attraversò la porta ed entrò nella stanza, riecheggiando tra le pareti. Quella cosa si stava prendendo gioco di loro. Francis avrebbe voluto trovarsi chilometri lontano da lì, magari a Second Eye, il paesino più lontano da Heartville o…

(a Madison a Betty piaceva quella città)

bah, al diavolo. Si trovava , chiuso in una stanza con sua moglie dormiente (è forse finita in coma? È assurdo che non si stia svegliando!) e un mostro che non vedeva l’ora di ghermirli. Doveva uscire dai sogni. Non era mai successo in vita sua, ma doveva adattarsi. Doveva trovare un modo per salvare lui e sua moglie, anche se sapeva di essere vecchio e debole e terrorizzato, soprattutto ora che i colpi alla porta si facevano più intensi e forti, pieni bramosia e cattiveria, pronti a buttare giù quella lastra di legno che divideva l’essere dalle sue prede.

Un corvo entrò nella stanza, svolazzando per qualche secondo in aria per poi poggiarsi accanto a Betty, con le sue piccole zampette sporche che coprivano di polvere e fango (e sangue) il piccolo lembo di materasso su cui stava appollaiato. I suoi occhi rossi e vacui e stupidi fissavano intensamente la signora Connor, sempre stupidi, ma al tempo stesso dotati di una maligna coscienza. Francis non sentì quel suo sbattere di ali, non percepì, neanche per un secondo, la sua presenza, troppo concentrato sui terrificanti rumori da dietro la porta, che sovrastavano quelli prodotti dal corvo.

“Apri la porta!” Urlò una voce dal corridoio, una voce che di umano aveva ben poco. “Apri la porta e lasciami entrare! Lasciami entrare!” Alcune parti della porta si spezzarono, aprendo dei buchi da cui era possibile parte della forma del mostro: un essere alto, con occhi scintillanti, artigli affilati e una lingua un metro. Francis non riuscì più a contenersi, fece cadere il coltello a terra e urlò, mentre la creatura continuava a battere e a sghignazzare.

Il corvo che Francis non aveva ancora notato volò sul volto di Betty e iniziò, col suo becco appuntito, a perforarle l’occhio destro. Lei si svegliò in quel momento, e avrebbe voluto urlare, chiedere aiuto a Francis, ma la sua bocca, così come tutto il suo corpo, era come bloccata; poteva solo fare piccoli gesti, atti che non richiedevano una grande forza fisica, come muovere un po’ le dita o arricciare il naso. Il corvo continuò a farsi strada nel suo occhio, fino a toglierlo del tutto, e poi puntò alla gola. Betty era terrorizzata e il dolore che provava era a dir poco indescrivibile. Sola una volta ricordava di aver provato un dolore simile: ovvero quando, a otto anni, si era rotta un braccio cadendo da un albero su cui aveva provato ad arrampicarsi. Era un albero maestoso, che si ergeva da secoli, e che persino suo padre aveva provato a sconfiggere, provando a salire lassù in cima (e, a quanto riferiva davanti al focolare, ricordando la sua infanzia, c’era riuscito). Betty era dovuta restare col gesso per quattro mesi, mentre Suzanne si prendeva cura di lei. Era una donna possente, dai connotati più maschili che femminili. Oh, ed era incredibilmente dolce. Ogni giorno entrava nella stanza della piccola Betty e le portava dolcetti o frutta, cibo delizioso che lei mangiava con gusto. Raccontava fiabe tristi e fantasiose, che a Betty ovviamente piacevano, anche se la sua comprensione della realtà ne usciva leggermente risentita. “Sono stati i folletti”, aveva detto una volta Suzanne, in merito all’incidente dell’albero. Erano le nove di sera e per Betty era, teoricamente parlando, ora di mettersi a dormire. In realtà Suzanne le aveva raccontato moltissime storie e Betty non voleva più saperne di mettersi a dormire. “Sissignora, sono stati i folletti, mia cara piccola Betty. Non li hai visti?” In effetti, ricordava di aver visto qualcosa, mentre si arrampicava, una piccola figura nascosta tra le foglie. Però non ci aveva fatto molto caso…

Sono i folletti, pensò Betty, tornando al presente, mentre il corvo iniziava a tagliarle la gola col becco e la sua vista si offuscava. I colpi alla porta continuavano ad andare avanti e pezzi di legno si riversavano sul pavimento. Sono i folletti o quel bambino o forse entrambi e mi stanno facendo questo e altro. L’ultima cosa che vide fu Francis che stava impalato di fronte alla porta, preso dal terrore.

Allora il corvo, coperto del sangue della donna, volò via dalla finestra con un gracchiare che, stavolta, Francis udì. Poi la porta cedette e l’anziano vide…

…niente. Non c’era alcuna creatura. Non c’era mai stata. Non c’erano impronte sul pavimento e i rumori erano spariti. La curiosità prese posto al terrore e il cuore di Francis cominciò a battere più lentamente, rilassandosi. Era finita. Eh già, l’essere se n’era andata e lui e Betty erano…

Un attimo. Francis non l’aveva sentita alzarsi, non aveva udito nemmeno la sua voce, eppure era impossibile che fosse ancora addormentata. Chiunque si sarebbe svegliato con tutto quel baccano. Con il cuore che tornava a battere, Francis si voltò verso il letto, e il mondo, già scombussolato, gli cadde definitivamente addosso.

Betty era morta. Il sangue macchiava il pavimento, e un lungo squarcio si apriva sulla sua gola. L’occhio destro di Betty era sul pavimento, e nella zona della faccia dov’era prima riposto c’era ora una fessura buia e sporca. Il volto della donna esprimeva puro terrore, quel tipo di terrore che provi quando vorresti scappare o urlare ma senza che tu possa davvero farlo. Betty era morta e non sarebbe tornata mai più, non avrebbe mai più abbracciato il suo vecchio maritino, non avrebbe mai vissuto in una grande città, non avrebbe mai avuto una morte serena.

Francis non riuscì a urlare. L’aveva fatto fin troppo. Fu solo capace di piangere, mentre, in cielo, un corvo gracchiava di soddisfazione alla luna e in giardino una strana figura fissava sorridente la finestra della stanza da letto.

**

Francis non fu più lo stesso. Prima della morte della moglie aveva una certa energia, negli occhi, un’energia che di rado si trovava negli anziani. Ora, invece… be’, ora avevano un che di spento. Le persone non riuscivano a sostenere quello sguardo, perché mostrava tutta la tristezza che Francis provava, e a nessuno piace vedere un vecchio triste e malinconico.

Il corpo di Betty riposava nel cimitero cittadino, e Francis andava ogni settimana a posare fiori sulla tomba, i migliori che si potesse permettere. Erano passate poche settimane, e già la casa gli sembrava vuota e silenziosa, senza di lei. Avrebbe voluto svegliarsi e trovarla accanto a lui, stesa nel letto, con un sorriso in volto; avrebbe voluto sentire la magnifica voce che faceva quando finiva di cucinare: “Tesoro, è pronto!”; avrebbe voluto baciarla ancora, baciarla come non faceva da tempo. Al funerale di Betty erano ovviamente venuti Mason, con la sua Jaguar, Charlotte, che ormai si era fatta vecchia e a gestire l’hotel c’era sua figlia, e Wyatt, che sembrava particolarmente triste. Il cielo era grigio e sembrava che stesse per iniziare a piovere. Non erano mancati neanche alcuni parenti di Betty e Francis, le classiche, vecchie conoscenze che non si vedono da tempo e che ritornano solo nei momenti più brutti, per dar conforto a qualcuno.

Era venuta anche una certa Leah Castillo, donna di colore originaria del Texas. Sosteneva di essere la nipote di Suzanne Ramos, la vecchia domestica nera della famiglia di Betty. “La zia mi parlava sempre bene di lei” aveva detto a Francis, di fronte alla bara di Betty. “La definiva una ragazza piena di vita, con una innata forza di volontà e sempre disposta a prendersi cura degli altri.”

“Sì, in effetti la mia Betty era proprio così” A questo punto Francis era scoppiato a piangere, e Leah aveva cercato di consolarlo, scusandosi per la sua venuta. “Oh no, tranquilla, cara. Tu non c’entri niente con la morte di mia moglie, e anzi mi fa piacere che tu sia qui. Vorrei solo… oh, Dio”  Il cielo iniziava a tuonare e gocce di pioggia avevano iniziato a bagnare il terreno. Sembravano mescolarsi alle lacrime di Francis.

Nessuno credette alla storia del mostro e del misterioso corvo. Tutti pensavano che Betty fosse stata uccisa da un semplice assassino che si era intrufolato in casa, e ritenevano ciò che aveva visto Francis nient’altro che una visione indotta dalla paura. (Come le visioni che aveva Betty.) Lui provava a sostenere che no, sapeva quel che aveva visto, che era sicuro che ci fosse qualcosa di sovrannaturale dietro, ma era tutto inutile. Sperava solo che Betty fosse ora in pace, e si chiedeva se il paradiso esistesse sul serio. Forse non c’era nulla dopo la morte e allora Betty era diventata semplicemente polvere, e tutto ciò che avevano vissuto insieme non aveva più alcuna importanza… No, non ci voleva pensare. Per Francis il paradiso esisteva, così come l’inferno, le creature della notte  i corvi assassini gracchianti e i folletti e tutte le creature che Betty sosteneva di aver visto.

La verità è che era tutto una vana speranza. Non credeva davvero in queste cose e, inconsciamente, lo sapeva. Ma sapeva anche che ammettere ciò lo avrebbe distrutto, gli avrebbe tolto le ultime speranze. Dunque perché non continuare a credere, a sperare? Già, la speranza era l’unica cosa che lo faceva andare avanti, insieme ai suoi racconti. Ne scriveva decine ogni settimana, per fuggire in un mondo in cui tutto andava bene. I protagonisti principali erano sempre James e Betty. Francis aveva deciso di mettersi in secondo piano in quelle storie perché lui era vivo, e c’era bisogno di ricordare i morti, mica i vivi, che possono ancora essere visti e amati. Nei suoi racconti descriveva la vita felice che tutti e tre avevano, ed era arrivato persino a descrivere l’immaginario percorso studentesco che il suo immaginario figlio James aveva compiuto per ottenere la laurea. Eh già, Francis aveva reso James un adulto, ma per lui era ancora un bambino, un bambino dai capelli rossi e gli occhi azzurri che aveva una risata davvero gioiosa e che voleva un bene dell’anima ai suoi genitori, sempre disposti ad aiutarlo e a farlo felice. Francis avrebbe voluto fuggire in quel mondo che lui stesso aveva creato, come una grottesca parodia di Dio.

Una notte gli sembrò di udire la voce di James, come lui se la immaginava. Era una notte senza luna e non riusciva a dormire, perché quando lo faceva vedeva il cadavere di Betty con la gola tagliata e senza occhio, con la pelle bluastra e le labbra gonfie, coi vermi che lentamente salivano su tutto il corpo, cercando nutrimento. La finestra era accuratamente chiusa e il vento sbatteva contro la casa, e a volte – ma quella era solo un’impressione, Francis ne era più che sicuro – sembrava ridere. Ma non era, per fortuna, la risata del mostro o di qualche altro essere, quella risata cinica che traeva piacere dal dolore. Era una risata umana, che sembrava essere quasi infantile. Ma non è una risata, continuava a dirsi Francis. È solo il vento. Nient’altro.

Aveva l’impressione di essere osservato. Aveva il presentimento che se si fosse alzato avrebbe visto un occhio luminoso ed enorme fissarlo da qualche angolo buio, con uno sguardo che voleva chiaramente dire: Esatto, ti sto osservando da ore. Ti osservo mentre ti muovi nel letto, cercando di dormire; ti osservo mentre ti chiedi chi io sia e cosa ci faccia qui. Vuoi vedere chi sono realmente? Allora accendi la luce. Oh, ma non credere che sparirò improvvisamente, questa non è una fiaba per bambini. Accenderai la luce e vedrai il mio repellente corpo, pieno di mille bocche e mille occhi che ora sono semplicemente chiusi. Fallo, forza. Affrontami. Vediamo se riuscirai a far felice Betty, che in questo momento ti sta osservando come faccio io.

Per fortuna non v’era alcun occhio, era al sicuro. Eppure aveva una sensazione di disagio che continuava a crescere dentro di lui, e non solo per gli incubi. C’era qualcosa, lì con lui. Non era un mostro della notte o un corvo inquietante e non rideva nemmeno, ma era chiaramente in attesa del momento giusto per rivelarsi.

“Papà.”

Francis aprì gli occhi di colpo e sentì la calda urina scaldargli le gambe. Non è possibile, è solo la mia immaginazione la mia immaginazione la mia immaginazione. Ma quello che aveva sentito non era per nulla frutto della sua testa, lo sapeva bene. Eppure non aveva alcun senso. Quella era la voce che aveva dato a James, il suo figlio immaginario, ma James era per l’appunto immaginario e non poteva trovarsi lì, in quella casa. Era qualcos’altro. Qualcosa che fingeva di essere James, qualcosa che conosceva la parte più profonda della sua mente.

Francis alzò la testa dal cuscino, guardandosi attorno, e a quel punto ebbe la certezza che l’occhio c’era davvero. Prima non c’era ma adesso è qui, è qui per me. L’occhio in questione luccicava sotto la sedia su cui metteva i suoi vestiti. Era piccolo ma assolutamente malevole, e Francis non voleva sapere a chi o a cosa appartenesse. Forse era l’occhio  di Betty, che era tornata dalla tomba per fargli compagnia. Ti sono mancata, tesoro? Scusa se vedi solo il mio occhio, è l’unica parte che sono riuscita a portare quassù, nel mondo di voi vivi. Come sono state le settimane senza di me?

Distolse lo sguardo dall’occhio e, cercando di distrarsi, fissò il calendario appeso alla parete, vicino alla porta nuova che aveva fatto installare da poco. La luce era scarsa, ma riuscì, in qualche modo, a leggere la data: 24 giugno 1979. Due mesi. Sono passati esattamente due mesi da quando mia moglie è morta. Non poteva essere una coincidenza. Poi udì ancora la voce di James, o quella che sembrava essere la sua: “Papà papà papà”. Il vento continuava a ridere, ma ora quella risata non gli piaceva per nulla.

Scosse la testa e tornò sotto le coperte e, con un gigantesco sforzo di volontà, si addormentò. Sognò ancora il cadavere di Betty, ma non gli importava: meglio ritrovarsi in un incubo immaginario che in uno reale.

E il piccolo occhio lo fissò per tutta la notte, mentre la risata del vento cresceva d’intensità.

**

Il giorno dopo Mason gli propose di fare un giretto in montagna, dove l’aria era ancora leggermente fresca e si udivano solo i suoni di madre natura. “Ti farà bene” gli aveva detto Schmidt, quella mattina particolarmente calda. Era venuto da lui per vedere come stava, dato che in quelle settimane Francis non usciva molto per Heartville, e Mason era rimasto sconcertato nel vedere sul volto dell’amico quell’espressione di sconcerto e terrore. “Dai, vecchio! Guarda la tua faccia!” Francis aveva accettato, e dunque aveva subito finito la sua colazione, si era vestito – per tutto il tempo aveva continuato a fissare il punto sotto la sedia in cui la sera precedente c’era l’occhio – ed era sceso, trovando uno Schmidt sorridente, dall’aspetto giovanile nonostante i suoi ottantadue anni suonati.

Adesso, a bordo della Jaguar di Mason, Francis fissava coi suoi occhi azzurri il panorama fuori dal finestrino. Mi ero dimenticato quanto bella fosse la natura, pensò. Mason guidava lentamente, soprattutto nelle curve. Il signor Schmidt adorava il detto: “chi va piano va lontano”, e questo si addiceva anche al suo modo di guidare. In realtà era un tratto che Francis trovò particolarmente utile, dato che gli permetteva di osservare attentamente l’esterno e tutta la sua bellezza.

Arrivarono presto in montagna. Francis guardò l’amico al volante e aprì la bocca… solo per richiuderla un secondo dopo. “Cosa volevi dirmi?” chiese Schmidt, accortosi di ciò. Francis sospirò e, guardandosi attorno, come se l’occhio terrificante fosse lì con loro, raccontò di ciò che gli era successo la notte precedente. Raccontò delle risate del vento e della strana voce (la definì solo “strana voce”: Schmidt non sapeva nulla di James e spiegarglielo ora sarebbe stato troppo strano); elaborò una lunga descrizione dell’occhio e di come si era sentito quando aveva visto il calendario. Mason borbottò qualcosa tra sé, poi, dopo che Francis ebbe finito col suo racconto, se ne uscì con: “Ansia, caro amico. Tutto qui.”

“Oh, ma fammi il piacere! Pensavo che tu mi avresti creduto!”

“Io ti credo, Frank.” Oltrepassarono un crocevia e la Jaguar iniziò ad arrampicarsi su un sentiero tortuoso, sterrato. Un cane attraversò svelto la strada, con in bocca un pezzo di carne trovato a terra. “Ma, vedi, non credo a fantasmi e a occhi che ti fissano nel buio. Probabilmente hai solo avuto un incubo, una..”, esitò un attimo, “…visione. Ce le aveva pure Betty, non è vero?”

Francis annuì. “E immagino che ovviamente sia stata una visione anche ciò che ho visto mentre mia moglie moriva, non è vero?”

“Sì”  rispose Mason, schietto. “A volte può capitare di vedere cose che non esistono, in particolare durante la vecchiaia, quando, come ben saprai, la mente non funziona più come un tempo.” Francis scosse la testa cercò di dire qualcosa, ma per qualche motivo le parole gli morirono in gola, e per un attimo sentì una strana fitta al cuore. Chiese a Schmidt se lì dentro ci fosse dell’acqua e lui disse di sì, indicando il vano portaoggetti. Francis lo aprì e ne estrasse una bottiglia d’acqua frizzante, che bevve con avidità, seppur preferisse quella naturale. Emise un piccolo rutto, quando finì di bere, ma per fortuna Mason non lo notò. Rimise la bottiglia a posto e pensò: Che situazione di merda. Non usava mai quella parola, nemmeno nella sua testa, ma in quel caso era davvero ottima. Nessuno gli credeva, nemmeno il suo migliore amico. E, a dire la verità, neanche lui era ben sicuro se quello che aveva visto era vero oppure no. Ma continuava a sentire una strana sensazione, una sensazione di ansia e pericolo che gli diceva che sì, era tutto vero.

Tornò a guardare oltre il finestrino. Avrebbe voluto urlare a Mason e a tutti gli abitanti di Heartville che lui non era pazzo, che fantasmi e mostri esistevano davvero e che Betty continuava a osservarlo da chissà dove, pronta a comunicare con lui. Un granello di polvere gli finì negli sul viso, distraendolo dai suoi pensieri, e strizzò gli occhi.

E fu allora che lo vide.

Era James. Si trovava in piedi di fronte a un albero, a qualche metro dalla Jaguar. Era esattamente come Francis se l’era immaginato: lentigginoso, alto un metro e qualche centimetro, capelli rossi e occhi.. no, niente occhi. Al loro posto c’erano due fessure nere da cui uscivano vermi lunghi parecchi centimetri. James ruotò la testa di qualche grado e si udì un suono acquoso, tipico delle fogne. Si sentiva odore di decomposizione e cibo andato a male. Una lacrima di sangue scese dalla fessure vuote sul volto di James e il bambino disse, con un ghigno in faccia: “Fermalo”.

Gli occhi di Francis divennero vacui e non trovò la forza di fare altro, sussurrando: “Okay”. Prese le mani di Schmidt, strappandole dal voltante e urlando: “Basta!” L’auto sbandò per qualche istante e, dopo movimenti surreali, andò a sbattere contro un albero. L’urto fece destare Francis dalla trance in cui si trovava e, a poco a poco, riprese controllo di sé. “Che cosa stavi facendo?!” sbottò Mason, incazzato nero. Francis disse, col poco fiato che aveva in corpo: “James! L’ho visto! Era lì!” Indicò il punto dove aveva visto il bambino, ma al suo posto c’era ora un mucchio di foglie, che il leggero vento estivo scuoteva lentamente.

“Fanculo!” sibilò Mason. Era una parola che usava solo quando avrebbe voluto uccidere chi l’aveva fatto arrabbiare. Scese dalla macchina e controllò i danni dell’impatto sulla macchina. Grazie a Dio era tutto intatto, e l’unico segno dell’incidente era un graffietto sulla vernice accanto ai fari. Niente che una buona verniciata e simili non avrebbero potuto risolvere.

Francis scese dalla macchina, cercando di scusarsi con l’amico, ma questi lo mandò di nuovo affanculo. “Siamo vecchi, Frank! Avremmo potuto spaccarci la schiena o morire!” Provò a dargli uno schiaffo in faccia, usando tutta la poca energia che aveva in corpo, ma Francis si ritrasse e lo schiaffo andò a vuoto, producendo un piccolo suono nell’aria. Francis non ne poteva più e urlò ad alta voce che i fantasmi e le creature della notte e il paradiso sono tutte cose esistenti e che quelle non erano semplici visioni o sogni, che era tutto reale. Urlò che l’ansia non c’entrava un accidente e che era colpa di James – o della creatura che si spacciava per lui – se avevano fatto quel terribile incidente.

“Sono stufo di queste stronzate!” Mason tossì tre volte, cacciando un po’ di sangue. “Ora sali in macchina! Ti porto a casa e fine della storia!” Francis fece come gli era stata detto, a testa bassa. Non aveva più la forza di ribattere, e ormai aveva capito una cosa: l’amicizia tra lui e Mason era andata a pezzi. E tutto per colpa di una stupida visione.

(non era una visione e lo sai)

**


Sei giorni dopo fu il suo compleanno. Lui e Betty erano nati lo stesso giorno: un dettaglio di cui si vantavano in continuazione e che contribuiva a creare un certo legame, tra loro. La prima volta che l’avevano scoperto la reazione di Betty era stata: “Non è possibile, Francis, mi stai sicuramente prendendo in giro!” Lui però non mentiva affatto, e la moglie l’avrebbe presto saputo. Betty rendeva speciale ogni compleanno, addobbando la casa e generando la giusta atmosfera. Preparavano fantastiche cenette con amici e parenti, durante le quali discutevano e consumavano vino.

Ora, senza di lei, quel giorno sembrava non avere più senso. La mattina dei suoi compleanni, quando Betty era ancora viva, Francis pensava sempre che sarebbe stato l’inizio di una nuova avventura, una nuova fase della sua vita che lo avrebbe portato a vivere molti ostacoli che avrebbe dignitosamente affrontato. Quella mattina, senza la torta di sua moglie e la sua voce squillante, riuscì solo a pensare: Sto invecchiando giorno dopo giorno e tra poco morirò. Un pensiero terribile, ma che rispecchiava al cento per cento la realtà. Fece colazione in veranda, ricordandosi la prima volta che Betty aveva mangiato lì. Aveva in mano un cornetto e lo mangiava con gusto. Si era svegliato presto e l’alba, per quanto leggermente visibile all’orizzonte, non era ancora del tutto arrivata. Perfino la natura stava ancora dormendo.

Qualcosa si mosse tra gli alberi. Era una persona. Iniziò ad uscire dalla vegetazione, e Francis tremò e per poco non stette per pisciarsi di nuovo dalla paura. Non può essere. Era un ragazzino dai capelli rossi, di più o meno dieci anni, statura media e lentiggini. Francis fece cadere il cornetto a terra e urlò: “No, James! No! Ti prego!” Il ragazzino si fermò di colpo, stranito. “Di cosa sta parlando?”, chiese, avvicinandosi alla veranda. “Io non mi chiamo James e non so nemmeno chi sia lei” Il tono della voce faceva trasparire stanchezza e sonno. Francis, ancora tremante, si avvicinò al ragazzino e, sempre tenendosi a debita distanza, gli vide il colore degli occhi: erano verdi, non azzurri. Grazie al Cielo.

“Oh sì, certo” disse, tornando a sedersi. Il ragazzino continuava a fissarlo coi suoi occhi verdi che, ad essere onesti, ricordavano quelli di Betty. “Tu non ti chiami James, ovviamente. Ti ho solo scambiato per un’altra persona. Scusami tanto, caro…”

“Ricky” finì per lui il bambino.

“Certo. Ricky. Che bel nome.”

“È così che si chiama mio padre. Io ho ereditato anche il suo nome. Per l’esattezza mi chiamo Ricky Jr.”

“Perfetto. E per pura curiosità, caro Ricky… che ci fai qui? Dove sono i tuoi genitori?” Il vento iniziò ad alzarsi, mentre, a miglia di distanza, un ubriacone bestemmiava perché era stato cacciato di casa dalla moglie, che ora non lo voleva più vedere. Ricky arricciò il naso e disse: “La mia famiglia si è trasferita da poco, qui a Heartville. Questioni personali. Mamma e papà dicono che l’aria di questi paesini faccia bene alla salute…”

“E hanno ragione.”

“…anche se a me non è  mai fregato nulla. Oggi è il primo giorno che passo quaggiù in questo buco. Mi sono alzato presto perché volevo andare a caccia di conigli, all’insaputa dei miei.”

“Da solo?”

“Lo faccio sin da quando avevo otto anni (adesso ne ho undici, per la precisione). Me la so cavare. Ho anche l’arma.” Estrasse dalla tasca destra un lungo coltello, simile a quello che Francis aveva preso da sotto per combattere il mostro, in quella sera d’aprile. “L’ho già usato svariate volte. Non sa quanto sia facile uccidere conigli e altri animali. Sa, una volta ho anche catturato un serpente e…”

Francis lo interruppe. “Tutto molto interessante ma, vedi, un ragazzino non dovrebbe girare per i boschi da solo. È molto pericoloso, anche se ti ritieni esperto. E poi scusa, perché sei arrivato qui? Hai perso la strada?”

Ricky annuì (“Non conosco ancora bene questo posto”), e poi chiese a Francis indicazioni. Lui gliele diede, sorridendo. Al signor Connor Ricky ricordò lui da giovane, pieno di sentimenti ribelli ed egocentrici. Si ricordò di quando a nove anni, durante la notte di Natale, era scappato di casa per giocare con la neve. Suo padre l’aveva cercato per mezz’ora, con le lacrime agli occhi e crocifisso in mano, pregando Iddio che non succedesse nulla al suo bambino (si dà il caso che Walt Connor fosse particolarmente credente). Quando Walt aveva ritrovato Francis, il bambino stava costruendo un pupazzo di neve; il naso del pupazzo era un piccolo sasso trovato nei paraggi. A casa Francis era stato severamente punito, e solo per miracolo non s’era preso una brutta broncopolmonite. Non osò immaginare che razza di punizione avrebbero avuto in serbo i genitori di Ricky, quando avrebbero scoperto ciò che il bambino aveva fatto.

“Perché non entri a mangiare qualcosa?” propose a Ricky. Aveva chiaramente fame, lo si intuiva dl suo sguardo e da come si toccava la pancia. Ma il ragazzino scosse la testa e disse: “No, davvero. Devo subito tornare a casa, prima che i miei genitori si sveglino. Lei non sa cosa potrebbero farmi se venissero a scoprire della mia scappatella.”

“Oh, lo immagino.”

Ricky si guardò attorno, con un piccolo sorrisetto sulle labbra, e poi disse: “Be’… è stato interessante! Adesso me la batto!” E iniziò a incamminarsi, ma prima che potesse Francis sussurrò a bassa voce: “Questo giorno è il mio compleanno”, senza sapere perché. Ricky si fermò di colpo, si voltò e disse: “Oh, davvero?” Francis fece sì con la testa, il collo che iniziava a fargli un po’ male. “È fantastico, tanti auguri signor…”

“Connor. Francis Connor. Oggi compio ottant’anni.”

“Va bene.” Ricky salutò con la mano e iniziò a inoltrarsi nella vegetazione, verso la strada. Francis si rilassò e pensò: Ah, che belli questi giovani. “Un’ultima cosa, signor Connor” Francis fissò Ricky, che era giusto a un passo così dallo sparire alla sua vista. “Sì?” chiese, non sapendo cosa aspettarsi in risposta. “Non apra l’armadio, stanotte. Me l’hanno detto loro.” E sparì per sempre, lontano dalla casa di Francis, mentre lui si chiedeva che significato potessero mai avere quelle parole.

Non apra l’armadio, stanotte. Me l’hanno detto loro.

Bah, forse quel ragazzino aveva solo voluto giocargli uno scherzo. In quei giorni quello stronzo di Mason Schmidt aveva spifferato, per vendetta, la questione delle visioni di Francis, aggiungendoci anche un po’ di pepe, e adesso tutti a Heartville lo ritenevano pazzo. Pensavano che la morte della moglie gli avesse fritto il cervello, facendogli vedere cose che non esistevano. Al supermercato una signora gli aveva consigliato di farsi vedere da un neuropsichiatra, asserendo di conoscere i problemi che lo affliggevano. Il viso della signora era schifosamente preoccupato, anche se neanche si conoscevano. Lui l’aveva mandata a qualche paese (alcuni lo avevano trovato comico; poteva udire delle risate provenire da qualche settore accanto) e poi aveva comprato ciò che gli serviva: latte, cereali, pane, e uova. E quella non era stata nemmeno l’unica volta che era accaduto qualcosa del genere. Quando usciva in paese tutti gli dicevano di farsi visitare, si cambiavano  strane occhiate e a volte li sentiva dire: “Chissà cosa frulla in quella testa malata”, per poi scoppiare in risatine generali. Che andassero tutti al diavolo!

Tuttavia, doveva ammettere che in quei pochi giorni le cose non sembravano essere migliorate, tutt’altro. Ecco alcune cose che gli erano successe:

quando era tornato a casa, dopo essersi fatto accompagnare da uno Schmidt tutto arrabbiato che avrebbe voluto volentieri la testa dell’ex-amico su un piatto d’argento, era subito andato a bere un bicchiere di whisky. Sapeva che il whisky non faceva bene agli anziani, ma era ottimo per alleviare i nervi. Aveva appena finito di bere, quando alle orecchie gli giunse un rumore proveniente dal seminterrato. Era andato alla porta di questo e, aprendola leggermente, giusto uno spiraglio, aveva chiesto: “C’è qualcuno?” Un tonfo il cui rumore si librava per tutta la casa. “C’è qualcuno?” Un altro tonfo. Poi le luci si erano accese di colpo, rivelando un seminterrato fatto a pezzi, con scatoloni distrutti e vetri rotti. Non poteva essere stato un animale;

il giorno dopo l’avvenimento del seminterrato, mentre si lavava i denti dopo aver fatto cena, aveva visto il proprio riflesso fargli l’occhiolino. Era stato solo per un istante, e Francis credeva di aver visto male, ma poi il riflesso lo aveva guardato dritto negli occhi e gli aveva detto: “Chi è il vero Francis, tra noi due?” Era corso fuori dalla stanza, urlando a squarciagola, e aveva sceso le scale, andando ad acquattarsi in soggiorno. Poi, dopo un’ora, era tornato su e si era riflesso di nuovo nello specchio del bagno, ma per fortuna era tutto tornato normale;

quella sera stessa gli era parso di vedere di nuovo l’occhio. Quella volta non ne era davvero sicuro. Vedeva sì un punto luminoso accanto alla porta, ma c’era comunque qualcosa che non lo convinceva, una voce che gli diceva: Quello non è l’occhio. Ti verrà a trovare altre volte, ma non stasera. Forse aveva ragione. Forse bastava solo chiudere gli occhi e voltarsi da un’altra parte, e quell’occhio sarebbe di conseguenza sparito perché non lo era davvero…;

l’indomani mattina aveva avuto l’impressione di vedere un essere che gli ricordava moltissimo i folletti nelle illustrazioni dei libri che si leggeva da bambino. (Folletti… Betty ne parlava in continuazione.) Era in giardino a camminare un po’, sovrappensiero, quando gli era parso di vedere un ometto alto non più di venti centimetri  nascondersi nell’erba alta. Era andato a controllare, morbosamente curioso, ma non aveva visto niente. L’unica cosa che aveva trovato era un piccolo cappellino a punta, che ora teneva sul mobile dello studio, ritenendolo un ottimo oggetto d’esposizione;

il pomeriggio di quel giorno era sicuro di aver udito la voce di Betty. Sedeva in salotto, leggendo un libro, quando nell’aria erano vibrate queste parole: “Tesoro…” Francis si era subito alzato e aveva urlato: “Betty! Dove sei?!”, ma non aveva ottenuto risposta. S’era messo a cercare per tutta la casa, ma senza trovare niente;

la sera gli era parso di notare una figura malsana fissarlo dalla finestra della cucina. Stava lavando i piatti, quando, guardandosi intorno, aveva notato sul davanzale della finestra una faccia sfigurata, che lo fissava con disprezzo e gli mostrava la lingua. Era scappato via, chiudendosi nella stanza da letto, mentre l’essere iniziava a ridere. Qualche minuto dopo tutto era finito e Francis era potuto tornare in cucina, trovandola finalmente libera.

Smise di pensare a tutto questo e prese il cornetto che stava a terra. Era tutto sporco, e per sbaglio ci aveva messo un piede sopra. Da buttare, pensò. Avrebbe mangiato del pane con marmellata: era una colazione che non faceva da tempo.

Quel giorno, alle tre e un quarto, si presentò Wyatt. In mano aveva una cassa piena di verdure e frutta come regalo. (Francis non riceveva più regali di compleanno da quando aveva sedici anni, ma l’accettò con piacere.) “Ehi, amico”, disse Wyatt, abbracciando Francis. L’abbraccio fu così forte che la schiena del signor Connor scricchiolò; evidentemente la vena agricola e forzuta di Wyatt non era ancora sparita, nel corso degli anni. Bevvero caffè in salotto, mentre Wyatt continuava a fare gli auguri a Francis. “Perdonami se ti ho portato quella merdosa cassetta, ma era l’unica cosa che potevo darti come regalo.”

“Tranquillo, amico.”

Wyatt sorrise, mostrando i suoi denti gialli e marci. “È buffo: da adulti non vogliamo più regali e altra merda perché la riteniamo infantile, poi da vecchi abbiamo bisogno di regali di compleanno, perché ci fanno sentire bambini, e se ci sentiamo bambini dimentichiamo che la morte si avvicina giorno dopo giorno.”

“Non ti facevo così filosofo” ribatté Francis, sbigottito. “Oh, non credere che io sia così sciocco” disse Wyatt, finendo di bere il suo caffè. “Sono un agricoltore analfabeta di un merdoso paesino del Wisconsin, non lo nego, ma so anche come funziona la vita.” L’orologio al muro batté le 17:34. Per tutto il tempo avevano parlato della loro vita e delle loro preoccupazioni; Francis aveva ovviamente sorvolato sulle strani visioni che gli capitavano: meglio non dar segni di pazzia all’unico vero amico che gli era rimasto.

“Be’, è tempo di andare” disse Wyatt, alzandosi dalla sedia. Diede una pacca sulla spalla a Francis e gli disse: “Buona fortuna, caro. So cosa la gente inizia a pensare di te, in questo buco di merda. Sappi che io sarò sempre dalla tua parte. A meno che non diventi cattolico, ovvio” Entrambi scoppiarono a ridere, e in lontananza un corvo gracchiò aspro.

Francis non ricevette più visite, quel giorno. Sapeva anche che contattare qualcuno era del tutto inutile. ora che tutti iniziavano a ritenerlo un po’ pazzo nessuno voleva più stare con lui, e per la prima volta capì che cosa dovevano provare tutte le cosiddette minoranze che venivano escluse e discriminate. Lesse dei libri (aveva iniziato alcuni gialli che sembravano davvero intriganti) e trovò riviste di quiz. Andò al suo studio e si mise a scrivere, immaginando per la centesima volta la sua vita con Betty (nel suo racconto viva e giovane) e Jam… no, da quando erano iniziate le visioni si rifiutava di scrivere ancora storie su di lui. Sentiva che, in qualche modo, per quel piccolo marmocchio era riuscito a entrare nella realtà, presentandosi sotto forma di demone, e continuare a scrivere storie su di lui non avrebbe fatto altro che alimentarlo, sì, dargli forza e permettergli di continuare a far del male e a manifestarsi.

Scrisse per altre tre ore, finché non si fece notte. La luna era alta in cielo e il caldo estivo rendeva asfissiante la stanza, tanto che, quando finì di scrivere l’ultima parola, Francis notò di essere tutto sudato. Non se n’era accorto perché quando scriveva la sua mente si allontanava dalla realtà, zittendo qualsiasi suono o distrazione. Sembra che mi sia fatto il bagno, pensò, mentre spegneva la luce e usciva dalla stanza. Attraversò il corridoio buio con incertezza, guardandosi costantemente attorno. In quel momento vide qualcosa scintillare dietro di lui. È l’occhio. Quell’occhio è qui!

Corse dentro la stanza da letto, terrorizzato. Il vento, che ora diventava più forte, ricominciò a ridere di gusto. La finestra sbatté più volte, con così tanta furia che i vetri finirono in frantumi. E il suo cuore accelerò tantissimo, e per un attimo credette che gli sarebbe uscito dal petto.

Tesoro…”

Betty!

Girò la testa, ma non vide nessuno… Poi il suo sguardo si posò sull’armadio, quel grande armadio che era lì da oltre tre anni. Ripensò alle parole di Ricky: Non apra l’armadio, stanotte. Me l’hanno detto loro. Rabbrividì. Ora, per Francis, quelle parole avevano un significato. C’era qualcosa nascosto l’armadio, forse un mostro della notte, oppure… oppure…

Avrebbe dovuto scappare, avrebbe dovuto urlare, era la cosa logica da fare. Eppure si sentiva le sue gambe deboli e flaccide, ed era sicuro che mai avrebbero potuto portarlo lontano. Si sentì vecchio, vecchio di centinaia d’anni. Per un secondo ebbe la sicurezza che se avesse toccato una qualsiasi parte del suo corpo essa si sarebbe tramutata in polvere. E poi, voleva avere la risposta alle sue domande; voleva sapere perché avesse quelle terrificanti visioni e chi avesse davvero ucciso Betty. Le risposte erano tutte lì, nell’armadio.

Arrancò verso di esso, a passi lenti e incerti. Deglutì. Iniziò a sentirsi osservato, e non fu sorpreso di vedere quel maledetto corvo poggiato sul davanzale della finestra. L’uccello era sporco e nel becco aveva… No, meglio non pensarci. Troppo disgustoso. Alla fine raggiunse l’armadio e, con tutto il coraggio che aveva in corpo, lo aprì.

Betty, o quel che rimaneva di lei, alzò il capo e lo fissò con l’unico occhio che le era rimasto. Non aveva un buon aspetto: parte della faccia era andata marcendo; la lingua, gonfia e sporca, usciva da una fessura della guancia, dove un tempo c’era della carne; la pelle era bluastra e dei vermi vi banchettavano sopra; il tanfo che emanava era indescrivibile. Sono qui, tesoro, udì Francis nella sua testa. Sono sempre stata qui, sai? Ti ho sentito camminare per questa stanza, soprattutto durante le tue notti insonni; ho percepito la paura che hai provato in questi giorni. Oh, povero. Ora non dovrai avere più paura.

Il cadavere di Betty aprì la bocca, e ne uscì fuori un piccolo organo che sul momento, per via della paura e dello sconforto, Francis non riuscì a identificare. Ma poi la sua vista si fece più acuita, riprese lentamente controllo dei suoi sensi ed ecco che l’organo iniziava ad assumere una forma ben definita e disgustosa, e Francis capì di che si trattava.

Era un occhio. Lo stesso occhio che aveva visto la notte del 24 giugno, lo stesso occhio che aveva visto in corridoio… o che credeva di aver visto. In realtà era sempre rimasto lì dentro, nella bocca del cadavere. Dunque l’occhio era davvero di Betty. Urlò a squarciagola, mentre Betty faceva si alzava in piedi, facendo cadere sul pavimento lembi di pelle.

Francis si precipitò in corridoio. “Dove vai, papà?” udì alle sue spalle, e voltandosi vide James, che ora aveva gli occhi, ma erano occhi pieni di cattiveria. Gli si gelò il sangue nelle vene e, nella frenesia, inciampò e cadde dalle scale, proprio mentre metteva piede sul secondo gradino. Sbatté la testa e il viso e quando arrivò alla fine, ritrovandosi steso sul pavimento, tutto dolorante e con la schiena a pezzi, scoprì che un fiumiciattolo di sangue gli usciva dal naso per finire in bocca. Cercò, per quanto possibile, di ripulirsi, ma poi vide Betty in cima alle scale. Da quella posizione Francis riuscì ad ammirare tutto il suo orrore, l’orrore di quella creatura che solo vagamente assomigliava a sua moglie.

Betty scese i gradini. Francis si alzò con tutte le forze che aveva in corpo e corse verso la porta del soggiorno, per uscire di casa e salvarsi. Niente da fare: era chiusa. Provava a girare il pomello decine di volta ogni secondo, ma otteneva sempre lo stesso risultato. Cazzo. Provò la porta sul retro, ma era anche quella bloccata. Era tutta una trappola. Andò in cucina e cercò un coltello, ma non riuscì a trovare niente. Tutti i cassetti erano stati accuratamente svuotati. Contenevano solo un alone di polvere.

La luce lunare entrò d’improvviso e Francis vide il cadavere di Betty venire verso di lui. Un verme lungo un metro uscì dalla bocca della defunta moglie e andò a nascondersi sotto un divano. Francis si rannicchiò in un angolo sotto i fornelli e iniziò a piangere. Era stanco. Avrebbe voluto vivere in pace, senza mostri e stranezze. Perché tutte queste cose dovevano capitare proprio a lui, un vecchio che mai aveva fatto male a qualcuno? E come se non bastasse, quella sera sarebbe morto per mano della donna che aveva per decenni amato. Sì, adesso Betty verrà da me e mi abbraccerà e quell’abbraccio sarà in realtà fatale e…

Sentì qualcosa di appuntito sulla testa.

Alzò il viso, macchiato di sangue e lacrime, e vide ciò che aveva di fronte. Era sua moglie. Se ne stava lì, in piedi, col suo unico occhio che lo fissava intensamente. In mano aveva un coltello, e lo stava… porgendo? Sì, lo stava porgendo a Francis. Prendilo, voleva dire. Prendilo e vediamo di cosa sei capace. “Oh… io…” Alle spalle di Betty comparve James, sporco di terra. “Prendilo, papà.”

E così fece, terrorizzato, i capelli che per la paura erano ancora più bianchi del solito. Improvvisamente, col coltello in mano, gli venne in mente un’idea malsana, un’idea che mai avrebbe potuto concepire da solo.

“Fallo”, iniziò a dire Betty.

“Fallo, papà” disse James.

E migliaia di voci, provenienti da tutte le angolazioni della casa, iniziarono a dire: Fallo fallo fallo… Francis si portò le mani alle orecchie, mentre riprendeva a piangere. Sì, doveva farlo. Non aveva altra scelta. Prese il coltello e lo avvicinò alla gola, poi cominciò a perforare la pelle, aprendosi uno squarcio. Le voci continuavano e adesso c’era una certa felicità, nel loro tono. Il sangue di Francis cominciò ad affluire sul pavimento, insieme alla sua vita. Era difficile uccidersi in un modo così brutale, e sentì tutto il dolore e la disperazione. Più volte provò a indugiare, a fermarsi, ma lo sguardo di Betty gli impediva di farlo. Alla fine si accasciò sul pavimento, mentre le voci iniziavano lentissimamente a sparire.

Betty fissò il marito morente e disse: “Ti amo, tesoro. Adesso sei uno di noi.”

Poi la vista di Francis sparì, e l’ultima cosa che sentì prima di morire fu il gracchiare di un corvo a miglia di distanza.

**

Pochi vennero al suo funerale: Wyatt, Mason (già, alla fine era riuscito a perdonare Francis, anche se tardi), qualche parente e anche la signorina Leah Castillo, che dopo quella discussione al funerale di Betty aveva preso in simpatia il signor Connor, che era stato ritrovato morto a luglio nella sua casa dal postino, che aveva sentito odore di sangue e aveva trovato la porta aperta. Il signor Connor si era, a detta del coroner e della polizia locale, ucciso. Non c’era altra spiegazione. In casa non era stata ritrovata alcuna impronta digitale che non fosse la sua (o di Betty), e a giudicare da ciò che si diceva in cui giorni a Heartville sul conto di Francis era logico presumere che avesse semplicemente avuto un’altra allucinazione e si fosse suicidato, magari pensando di liberarsi di qualche peso.

“Quell’uomo era totalmente matto”, diceva qualcuno, giù al mercato locale. “Io avevo pure provato a dargli qualche consiglio, a dirgli di andare da un medico, e lui mi ha sempre mandato via… Bah! Se l’è meritato! Ecco cosa succede a non dare ascolto agli altri!” C’era tuttavia chi pensava vi fosse un qualcosa di sovrannaturale, di sinistro, nella morte di Francis… ma questi soggetti venivano subiti derisi, accreditati come creduloni e gente annoiata.

Col tempo, sulle tombe dei coniugi Connor iniziò a presentarsi un corvo. Restava lì, appollaiato, e coi suoi occhi fissava i visitatori. Venne così tante volte in quel cimitero che alla fine ci fece l’abitudine e non se ne andò più.

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