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Prima di raccontarvi la mia agghiacciante storia occorre che conosciate una leggenda che circola dalle mie parti da tempo immemore.

Molto tempo fa, in un lasso di tempo imprecisato del Medioevo, fu signore del castello di Guardasone un nobile di nome Ottobono Terzi, al servizio dei Visconti. Tale Ottobono rimase famoso alla storia come un signore feudale crudele che ridusse alla fame e alla miseria la popolazione, costretta a vivere in umili baracche attorno all'imponente maniero. Un giorno giunse al tiranno la voce che il popolo stava ordendo una sommossa, così invitò i suoi sudditi a recarsi alla sua magione dove avrebbe accolto tutte le loro richieste. I paesani, sbigottiti da tale generosità da parte del crudele Ottobono, accettarono di recarsi in loco seppur insospettiti. Una volta giunti nel vasto piazzale del castello, i sudditi trovarono un enorme tavola imbandita piena di cibarie e di vino.

Scorsero il nobile ritto sull'imponente balconata perpendicolare al tavolo delle vivande. Ottobono rassicurò i popolani pronunziando che avrebbe acconsentito a qualsiasi richiesta esortandoli a mangiare a volontà. Dapprima i contadini erano alquanto scettici, ma scoperto che il cibo non era avvelenato, e non scorgendo apparenti inganni dietro, tutti incominciarono a mangiare. Non ci volle molto perchè i campagnoli finirono le damigiane di vino. Quando tutti furono ubriachi Ottobono diede un segnale con il braccio, facendo cingolare la sua possente armatura.

Dai cespugli i soldati di Ottobono scoccarono una grandine di frecce che travolse i paesani. L'erba del giardino si tinse di rosso cremisi e una pila di corpi venne ammassata sul piazzale da monito per le future sommosse. Ottobono stava lì in alto a gustarsi la scena, sorseggiando vino e compiacendosi della montagna di corpi che venivano ammassati. Fece decapitare le teste dai cadaveri e le appese sulle mura del castello come monito a tutti coloro che meditavano sommosse.

Un giorno però, mentre Ottobono Terzi passeggiava per il villaggio, venne ucciso da un agguato di alcuni assassini, che si dice fossero stati ingaggiati dalle mogli dei paesani uccisi, ma molto più probabilmente erano sicari dagli Sforza.

Il cadavere di Ottobono venne gettato nel bosco, sottoposto a scempio da parte degli animali. Si dice che ancora oggi si possa udire il cozzare della sua armatura che vaga tra gli alberi in cerca di vendetta.

Ovviamente tutta questa storia non è altro che una vecchia superstizione locale mista a riferimenti di cronache antiche. O almeno così pensavo.

Un giorno decisi di fare un'escursione tra i boschi dell'appennino emiliano. Conoscevo a memoria quei sentieri, ci ero cresciuto nel mezzo di questi paesaggi. Mentre attraversavo un boschetto, mi ritrovai in un sentiero che non avevo mai visto. Spinto da curiosità, mi addentrai, facendomi strada tra il fogliame. Mano a mano che proseguii, il bosco si fece sempre più fitto e i raggi del sole filtrarono sempre di meno. Non vi erano nè canti di uccelli nè altri rumori che dessero me prova di vita. Il sentiero improvvisamente si diradò e sbucai in una tetra radura.

Al centro di questa piccola radura riposava sotto un grande albero una strana figura dalle notevole dimensioni, totalmente ricoperta di muschio.

La vista di quella creatura china nell'oscurità mi inquietò non poco. Mi fermai per circa venti minuti ad osservarla, pronto a scattare al primo accenno di movimento. Ma lei era lì, immobile, come se dormisse. Mi feci coraggio e mi avvicinai cautamente, temendo fosse un animale o una qualche fiera dei boschi che stava riposando. Ma non appena fui vicino, mi resi conto che si trattava solo di una vecchia armatura assai trasandata tra ruggine e vegetazione. "È solo uno stupido ferro vecchio" pensai rincuorato tra me e me e diedi un calcio all'involucro del vecchio cavaliere. Neanche il tempo di finire di udire il rimbombo del metallo che l'armatura si alzò di scatto e mi afferrò per la gola. Non potevo scorgere chi vi fosse all'interno, dall'elmo potevo intravedere solo due occhi rossi che mi stavano fissando.

-Qui es vos quod somnus meo interromper audes?- pronunziò l'ammasso metallico.

Non riuscii a rispondere, un po' perchè non capii cosa stesse dicendo, un po' perchè ero totalmente paralizzato dalla paura e il freddo guanto di ferro che mi stava strangolando di certo non mi aiutò. Il mio silenzio contribuì ancora di più a far infuriare il gigante di ferro.

-Vindicta reclamo! Delicti reddet tibi vita!

Nemmeno il tempo di realizzare che cosa avesse urlato che una fredda lama mi trapassò il ventre parte a parte. Caddi violentemente sul manto erboso osservando sgorgare il mio stesso sangue, poi persi i sensi. Mi risvegliai in ospedale, una guardia forestale mi ritrovò in fin di vita tra i boschi con una grossa ferita d'arma da taglio. Fortunatamente non erano stati lesi organi vitali e avevo fatto da poco il richiamo dell'antitetanica.

Inutile dire che nè la radura nè il cavaliere furono mai ritrovati.

Ma ancora oggi, quando vado per boschi e il sole comincia a calare, mi sembra di udire in lontananza un tintinnio metallico. Capisco allora che è meglio tornare in paese.

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