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Illustrazione: Kobal

Introduzione

Molti mi definirebbero un viandante, un vagabondo o più semplicemente un tipo bizzarro. Spesso, mi chiamano straniero o portatore di sventura. Perché quest'ultimo appellativo?

La gente crede che ovunque io vada accada qualcosa di brutto, strano oppure inquietante; in verità io avverto gli eventi di tale natura prima ancora che possano accadere e me ne ritrovo attratto, come una calamita. Questo genere di cose mi affascina, ed è per tale ragione che mi autodefinisco come "Il Collezionista". Raccolgo, in breve, storie.

Ma vi avverto. Se siete quel genere di persona che ne potrebbe rimanere turbata, state lontano dai miei racconti, perché rischiereste di non togliervi più alcuni pensieri dalla testa.

Ci tengo inoltre a precisare che io sono un mero osservatore, per cui evitate di incolparmi se uno degli individui di cui narrerò non andrà in contro alla fine che tanto avreste desiderato.

Credetemi, meglio non intervenire certe volte. Alcuni, non lo gradirebbero. Detto questo, vi auguro una buona lettura; aggiornerò il mio diario il più spesso possibile. Non voglio che facciate indigestione!

-Capitolo 1: Il muro-

Vorrei iniziare con una delle prime storie a cui ho avuto il (dis)piacere di assistere.

Stavo camminando per una stradina di campagna, quando ad un tratto cominciai ad intravedere una casa. Era piccola e modesta, ma non brutta. Avvicinandomi, notai che al suo limitare vi era un muretto di pietre e che su di esso vi era seduto un bambino che avrà avuto circa otto anni; se ne stava con le gambe penzoloni e un'espressione alquanto annoiata sul volto. Mi misi a sedere di fianco a lui, issandomi, e vidi che teneva un bruco in mano. Sorrisi sotto la maschera.

Poi, prese un bastoncino, e con questo lo infilzò. Del liquido verdastro gli tinse le mani, ma sorrise.

Saltò giù dal muretto, giusto in tempo.

Per venire investito da una rara auto di passaggio.

Raccolsi il rametto che aveva buttato per terra, e lo infilai nella mia borsa. Guardai il corpo spiaccicato.

Suppongo sia il prezzo per aver fatto del male a qualcuno più debole di lui, non trovate?

-Capitolo 2: Il granaio-

Continuando per la mia strada, arrivai ad un vecchio granaio in quello stesso giorno. Entrai e vidi un uomo che se ne stava nella parte superiore, intento a sistemare chissà che cosa. Mi misi a sedere su del fieno e lo testai; non era così male! Stirai gli arti e mi sdraiai, mettendo le mani sotto il capo a mo' di cuscino, e mi misi ad osservarlo attentamente.

"Dart! Vieni subito qui, e passami la scala, imbranato!"

Un ragazzo mingherlino fece il suo ingresso. Sembrava malnutrito.

"Sì papà."

A dirla tutta non vidi nessuna somiglianza tra i due; l'uomo era piuttosto robusto. Genetica? Chissà.

"Muoviti, che stai aspettando?" gridò questi con un gran vocione. Il ragazzo procedette come ordinato, posizionando una scala a pioli nel punto in cui si trovava il padre. Era in legno. Mi chiesi come avrebbe fatto a sopportare il suo peso.

L'uomo borbottò qualcosa sottovoce, credo un'imprecazione, e fece per scendere quando questa gli venne sottratta prima ancora che potesse posizionarvi il piede, che era già per aria. Cadde, urlando. Si schiantò al suolo ed udii un sonoro crack. Sul volto aveva ancora un'espressione di sorpresa; credo non sapesse cosa suo figlio teneva in serbo per lui. Forse, lo aveva maltrattato per così a lungo che non ne poteva più.

Il ragazzino parve sorridere, parve felice. Credo che questo sia un altro ottimo esempio dell'incidente col bruco; come si dice, chi la fa l'aspetti.

E voi? Ritenete giusto vendicarsi di chi ci fa soffrire? Vi lascio il dubbio morale.

-Capitolo 3: Le orme-

Mi capitò di assistere a questa vicenda un po' di tempo fa. Solitamente non passo in luoghi freddi (non sopporto le temperature basse), ma decisi che per il panorama innevato ne valeva la pena e poi, avrei potuto gustare una bella cioccolata calda a fine giornata.

Mi diressi per un sentiero evidentemente snobbato dai residenti, facendo attenzione a non mettere il piede in qualche buca; sapete, è molto più facile di quel che sembra finirci dentro quando c'è la neve a ricoprire il terreno. Continuai a fare zig zag tra il fogliame, quando udii una voce appartenente ad una bambina gridare "Aiuto!".

Mi voltai in direzione del suono, ma senza capire da dove provenisse; in compenso, vidi un giovane uomo correre da quella parte. Che strano, non mi ero accorto di avere compagnia. Lo seguii.

"Dove sei?" urlò quello guardandosi freneticamente attorno, in cerca della bambina che probabilmente si era persa tra la sfilza di alberi del boschetto.

"Aiuto!" ripetette semplicemente la voce, senza dare indicazione alcuna. Mi accostai dietro un tronco.

Mentre il ragazzo camminava, avevo notato delle impronte minuscole per terra, ma c'era qualcosa che non andava in queste; per esser chiari, non sono un esperto in materia ma non capivo perché queste andassero in direzione opposta alla voce della bimba. Inoltre, a metà tragitto finivano, come se questa si fosse volatilizzata di punto in bianco.

"Dove sei? Dimmi che sta succedendo altrimenti non posso aiutarti!"

L'uomo, stringendosi nel giaccone dal freddo svoltò un angolo, ed udii l'urlo più agghiacciante che avreste mai potuto sentire in vita vostra. Era un urlo di sorpresa.

Vidi del rosso macchiare la neve ed udii uno strano brontolio, come di un animale che digerisce. Nonostante non mi potesse ovviamente vedere mi avvicinai alla cosa ma senza guardarla direttamente, e raccolsi da terra il berretto del tipo, per poi infilarlo in borsa. Me ne tornai indietro, affondando il viso nella sciarpa; l'ho sempre detto che è bene analizzare le situazioni prima di agire.

Mi strinsi. Sì, me l'ero proprio meritata quella cioccolata calda. Spero che questa mia esperienza vi faccia riflettere: non vedo l'ora di raccontarvene altre!

-Capitolo 4: La lavandaia-

Passeggiavo per la riva di un fiume quel giorno. L'acqua era limpida e cristallina ma non me la sentivo comunque di bagnarmi i vestiti; ci avrebbero messo un secolo ad asciugare sicuramente. Calciai qualche pietra mentre percorrevo il sentiero e vidi una donna che stava apparentemente lavando dei panni più avanti, al che mi avvicinai: sembrava piuttosto anziana o almeno così avrei detto dalle mani callose e venose.

Avanzando però, notai che qualcosa non andava. L'acqua aveva una strana tinta, come color cremisi.

Mi avvicinai un altro po' e potetti vedere con chiarezza che i panni che stava lavando erano quelli di un bambino e allora ebbi conferma; erano ricoperti di sangue. Sbirciai nel cestino, e vidi che vi erano numerose scarpe, nastri e calzini per piccoli. Ovviamente macchiati di sangue, sudici di terra e di quella che odorava come urina.

Con delicatezza, presi un calzino e lo infilai nella mia borsa; puzzava. Immagino che sia meglio non fidarsi mai di nessuno, neppure di una vecchietta fragile ed innocua a questo punto. Starei allora attento a quell'anziana/o signora/e che vi fissa dalla finestra quando passate.

-Capitolo 5: Pillole-

Non mi preoccupa passare nei quartieri malfamati dato che, come oramai sapete, nessuno può vedermi. Nel caso non lo aveste intuito prima siete (senza offesa) duri di comprendonio allora.

Ero dunque in questa parte della città più trasandata e passando da una delle stradine la mia attenzione venne catturata da due individui: il primo era un ragazzino, mentre il secondo, a giudicare dall'abbigliamento, probabilmente era un barbone. Mi nascosi di lato e mi misi ad osservarli; c'era qualcosa di strano nello sguardo del secondo. Era come se sapesse della mia presenza… non chiedetemi da cosa lo intuii. Lo seppi e basta.

Vidi l'uomo losco dare delle pillole al ragazzino. Non intervenni come al solito, per cui me la svignai il più in fretta possibile. Era solo un normale spacciatore, doveva esserlo per forza. Giusto?

Qualche settimana dopo ripassai in quella cittadina per puro caso e, sempre per semplice casualità, mi ritrovai a leggere un necrologio. Una delle foto in questione era molto familiare: si trattava del ragazzo che avevo visto quella volta. Sospirai. Credo quella roba gli avesse fulminato il cervello.

Pensate sia possibile condursi da soli al proprio fato, tragico o meno? Penso di sì.

-Capitolo 6: A stomaco vuoto-

Vi capita mai di sentirvi così affamati da non vederci più… letteralmente?

Quella sera capii cosa significa avere davvero fame. Mi trovavo nella piazza di un paesino e me ne stavo seduto tranquillamente su una panchina, sbocconcellando un panino col prosciutto. Ora, non sono un grande amante della carne, ma avevo bisogno di riempirmi lo stomaco, sapete? Dunque, come stavo dicendo ero lì seduto a farmi i fatti mie quando vidi una ragazza ed un ragazzo che apparentemente stavano avendo una bella discussione. Provai a sporgermi. Non è educazione origliare lo so, ma cerchiamo di non fare troppo i moralisti, hm? Lo avrebbe fatto chiunque.

Ad ogni modo, non capii un accidente. Continuarono a discutere camminando, fino a che non si fermarono proprio davanti a me. La ragazza, alta e mora, aveva un che di… inusuale. Credo fossero state le unghie a darmi da pensare. Erano insolitamente lunghe, lunghe e ricurve. Era pure molto alta, ora che ci penso.

"Inutile, vuoi sempre avere ragione! Ti ho detto che non ci andiamo lì a mangiare, odio la cucina indiana!" urlò il ragazzo alzando le mani al cielo in evidente segno di frustrazione.

E poi accadde.

La ragazza non ci vide più dalla fame e dalla collera ed aprì la bocca, rivelando fauci sproporzionate con mille coltelli, e se lo mangiò.

Tutto. Intero.

Che dire, certe volte è meglio essere gentili prima di provocare qualcuno, no? Non sapete se quella persona sta trattenendo la rabbia da molto… o la fame, in tal caso.

-Capitolo 7: Chiudendo gli occhi-

Non è raro che incappi come ben sapete in situazioni tragiche, anzi; sono il mio pane quotidiano. Certe volte tuttavia, sarebbe quasi comodo chiudere gli occhi e fingere che nulla sia accaduto.

Una sera mi capitò di passare davanti ad una di quelle case molto grandi con il giardino e tutto il resto, tant'è che c'era persino un pozzo. Mi soffermai un attimo e, aguzzando la vista, vidi una bambina (avrà avuto sugli otto anni circa) che si stava pericolosamente sporgendo verso di esso.

Chiusi gli occhi un attimo solo, giusto un battere di palpebre.

Quando li riaprii però, non c'era più. Era come se fosse svanita. Mi infilai tra uno spazio delle sbarre del cancello e stringendomi un po', riuscii a passare. Avvicinandomi a quel punto vidi per terra un nastro blu; lo raccolsi.

Tutto ciò per dire che, certe volte, neppure io so spiegarmi tutto. Ci sono cose che non possiamo capire, che non potremo mai sapere. E questo mi rammarica, perché vorrei sapere… ma so anche che certe volte, forse, è meglio così. Alcune cose devono rimanere un mistero. Un segreto.

-Capitolo 8: Aspettando Santa Claus-

Ah il Natale, quel magico periodo dell'anno in cui l'aria si riempie di gioia, risate e qualche grida di tanto in tanto. E, ancora una volta, ci risiamo; penso vi racconterò un qualcosa inerente a questo punto.

Ora, io non festeggio il Natale ma devo dire che non mi dispiace l'atmosfera generale. Mi piace guardare le vetrine agghindate, mangiare biscotti e ascoltare i canti (per quanto in molti li possano trovare irritanti); un po' meno invece, mi piace la tradizione dei regali: la trovo troppo forzata, i doni non vengono mai fatti spontaneamente in tale evento, quantomeno non la maggior parte delle volte.

Era la sera della vigilia, e me ne stavo tranquillamente appisolato su una poltrona nel salotto di una casa in cui avevo ehm, trovato riparo diciamo. Non prendetemi per maleducato, ma avevo davvero bisogno di un riposino e beh, alcune volte non è (in verità non lo è mai) facile chiedere per cui devo invitarmi dentro da solo. Come dicevo, me ne stavo sornione e comodo quando sentii dei passetti leggeri venir giù dalle scale. Mi voltai e vidi che una bambina, sui nove anni circa, stava scendendo giù; probabilmente voleva vedere se riusciva a beccare il vecchio Santa Claus. Purtroppo però, non fu lui che trovò accanto all'albero. Lo dico spesso e continuerò a ripeterlo: mai lasciare il camino spento in Inverno. Veramente pessima, pessima idea. Ci sono molte cose che potrebbero scender giù e, lasciatemi dire che quello che si ritrovò la piccola non fu certamente Babbo Natale. Il pavimento si tinse di cremisi quella notte.

Inutile dire che dovetti mettere le cuffie la mattina seguente, quando i suoi genitori la trovarono distesa in una pozza di sangue, budella avvolte attorno all'abete come una macabra decorazione. Prima di andarmene però, presi un bel biscotto allo zenzero. Ho già detto che adoro i biscotti?

Presi anche una delle decorazioni (non le budella, intendiamoci), una pallina rossa e scintillante. La osservai e vidi il mio riflesso, e mi aggiustai un po' la maschera. Aumentai il volume della musica e ripartii, senza guardarmi indietro.

Credetemi, la pazienza ripaga.

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