FANDOM


La prima cosa che notai, una volta davanti all’immenso, antico, portone di legno, fu che il batacchio era troppo piccolo per quel portone, ma, nonostante ciò, il rumore che produsse non appena lo mossi contro il legno non mancò di impressionarmi. Era un rumore profondo, ancestrale. Bastò un solo colpo, e subito sentii rimbombare dei passi nell’atrio della vecchia casa. Il maggiordomo mi aprì senza dire una parola e, con un leggero inchino, mi fece segno di entrare.



Rimasi affascinato dalla struttura interna della casa. C’era una enorme quantità di scale, e molte di esse si perdevano in un’oscurità labirintica. Consegnai il mio cappotto fradicio al vecchio e questi, rimanendo ancora in silenzio, lo piegò con cura e lo infilò in un armadio vicino al portone. Conclusa questa operazione con una calma estenuante, mi condusse per una di quelle infinite scale.



Camminava come un fantasma, non riuscivo a vedere i suoi piedi toccare terra. Attribuii questa impressione unicamente alla mia stanchezza.



Non desideravo altro che dormire.



Arrivammo, infine, davanti ad una porticina sulla destra del corridoio. L’uomo tirò fuori un grosso mazzo di chiavi e, senza esitare nemmeno un istante, ne prese una dorata e aprì la porta. Entrai nella camera. Era una vecchia stanza per gli ospiti, con i soffitti molto alti, che incuteva non poco timore. L’unica luce proveniva da alcune candele collocate ai lati del letto.



Ovviamente fuori non c’era luce, ma dubito che ne sarebbe entrato un solo raggio di sole anche in pieno giorno, dato che le finestre erano coperte da pesanti e scure tende rosso sangue. Devo essere rimasto molto tempo in contemplazione della stanza, come rapito da essa, perchè non appena mi girai per ringraziare scoprii che la porta era chiusa alle mie spalle.



Il maggiordomo, scomparso. posai la mia piccola valigia in terra, accanto ad un comò ormai distrutto dal peso degli anni, e mi sedetti sul letto. Fu allora che lo vidi.



Proprio di fronte a me, dall’altra parte della stanza, lo giuro su quanto mi è più caro al mondo, sedeva una mostruosità. Non riuscivo a distinguerne la forma per via del buio, ma di certo doveva essere molto grosso, e completamente nero. Era quanto di più viscido e disgustoso i miei occhi avessero mai visto. A momenti, degli strani tentacoli guizzavano dietro la sua testa. Almeno, credo che fossero tentacoli.



L’unica cosa che si riusciva a distinguere davvero bene erano due piccoli puntini rossi, che dovevano essere gli occhi. Quei due punti mi seguivano ovunque io guardassi, senza lasciarmi mai. Rimasi immobile, senza muovere un muscolo, e lo stesso fece il mostro. Non riuscivo a immaginare cosa potessi fare.



“C-chi…c-cosa s-sei?”, riuscii a balbettare in qualche modo. Ma tutto quello che ottenni in risposta fu l’eco della mia voce che, rimbalzando tra le pareti, assunse un tono così minaccioso da spaventare persino me stesso. Il mostro rimase impassibile, e adesso mi sembrava di vedere anche un terzo occhio, posto al di sotto degli altri due, che continuava a spostarsi.



Oggi, a distanza di anni, non riesco a quantificare il tempo in cui, nel buio tremolante di quella stanza, io e il mostro rimanemmo a fissarci. Credo che siano stati solo pochi minuti, ma a me sembrarono lunghi anni. Trovai alla fine il coraggio di alzarmi in piedi e, con mio immenso terrore, lo stesso fece il mostro. Iniziai a urlare a squarciagola correndo verso la porta, pregando iddio che il maggiordomo l’avesse lasciata aperta, ma il mio urlo fu completamente coperto dal verso agghiacciante che emise il mostro.



Raggiunsi infine la porta, misi la mano sul pomello, e il pomello, naturalmente, girò, ma a me sembrò quasi una magia. Ancora oggi mi stupisco di non essere franato per la scalinata che conduceva all’androne centrale, considerata la velocità con cui ne discesi.



Ritrovatomi dunque nell’ingresso, mi guardai alle spalle, e fui stupito di non vedere il mostro a pochi metri da me. Stavo ancora ansimando, quando da una porta laterale sbucò invece fuori il maggiordomo che, con aria apprensiva, mi chiese:



“Qualcosa non va, Sir? Potrei forse esserle d’aiuto?”



“Il m-mostro”, balbettai.



“Di quale mostro parla, Sir?”



“Il mostro! Il mostro!”, gridai in preda alla follia.



“E dove sarebbe questo mostro, Sir?”, mi chiese il vecchio con aria di sfida.



“Ma si! il mostro! Era lì, in camera, proprio di fronte al letto!”, dissi, con una razionalità che mi stupii.



“Mi dispiace confessarle che non c’è alcun mostro nella camera degli ospiti.”



“Ma si che c’è! L’ho visto con questi occhi!”



“Non c’è nessun mostro di fronte al letto. C’è soltanto un vecchio specchio, Sir… Solo un vecchio specchio”, mi disse il maggiordomo guardandomi dritto negli occhi.


Vota questo racconto:

Voto complessivo:

È necessario registrarsi e collegarsi dal browser per poter votare e visualizzare i risultati.