FANDOM


Adoro i puzzle.



Ve l’ho mai detto? Il primo lo finii all’età di tre anni. 500 pezzi, roba che certa gente non è in grado di fare neanche da adulta. “Paesaggio montano”, si chiamava, era una foto delle Montagne Rocciose o giù di lì.

Ad ogni compleanno successivo mi sono sempre fatto regalare un puzzle, sempre più grande, sempre più dettagliato. Amo il modo in cui i vari tasselli, singolarmente insignificanti, si uniscano l’uno con l’altro nel creare una meravigliosa visione d’insieme. E il momento in cui metti l’ultimo tassello e poi ammiri l’immagine completa è qualcosa di magico.

Pensate che sia pazzo? Tutti hanno le loro piccole manie, no? Poi non è che vada matto solo per i puzzle, ecco.



Comunque non è di questo che volevo parlare. Un po’ di tempo fa (non chiedetemi quando, neanch’io me lo ricordo) ero in soffitta a casa mia per fare un po’ di pulizie e cercare qualche oggetto curioso, quand’ecco che lo vidi. Una scatola di cartone grigio di medie dimensioni, di quelle che si usano per i traslochi. La aprii. Ed immaginatevi la mia sorpresa nel trovarla ricolma di tessere di un puzzle (ok, a voi non piacciono i puzzle, ci può stare, lo accetto, ma provate ad immedesimarvi solo per un secondo). La portai subito sotto, sul tavolo del salotto ed iniziai ad ammirarne le singole tessere. Facevano tutte parte di un singolo puzzle, fortunatamente, per quanto non fossi sicuro che fosse completo. Comunque le tessere non sembravano per niente danneggiate, rotte, sporche, impolverate od altro. Comunque non riuscii a capire cosa rappresentasse l’immagine finale.



Non chiedetemi cosa ci facesse tale puzzle in soffitta, chi l’avesse messo lì eccetera. Me lo sono chiesto anch’io un milione di volte da quando mi è capitata questa storia. Non so trovare una risposta. Se vi può far stare più tranquilli e razionali (qualunque valore abbia per voi tale parola, perché sappiate che per me non vuol dire più niente) inventatevene una voi. Credete a quello che vi dico, per favore. C’era e basta, ok?



Mi misi a comporlo sul tavolo del salotto, come ho detto. Per fortuna mio fratello, sua moglie e i loro figli non erano a casa, causa vacanze, per cui potei dedicarmi al mio hobby preferito in tutta tranquillità.

Lo terminai in serata. Era completo, nemmeno una tessera mancante, sui 300 pezzi, non so il numero esatto. La cosa più sensazionale era il soggetto. Era la scena di un omicidio, indubbiamente. C’era una donna riversa supina per terra, sul pavimento, in una pozza di sangue. Era tutto piuttosto dettagliato: accanto alla donna c’era un orologio da polso col cinturino strappato, sporco di sangue. Anche i disegni del marmo sul pavimento erano parecchio realistici. Dietro di lei si notava il tipico arredamento da casa con famiglia a carico, a sinistra c’era un grosso frigorifero bianco, a destra uno spazio cucina. Al centro, sopra il cadavere, c’era una finestra aperta da cui si scorgeva il giardino. Purtroppo non si capiva che genere di arma potesse averla ridotta in tale stato. Oh, intendiamoci, era un dipinto, una cosa artificiale, non una foto. Certo, un quadro fatto da qualcuno con seri problemi e dal gusto davvero macabro ed estremamente dettagliato, tipo certi quadri di gente come Caravaggio (perdonatemi, non m’intento proprio d’arte), ma pur sempre un quadro. Non una cosa a cui avrei dedicato un puzzle, ma insomma, c’è gente che passa ore a leggere stupidi racconti del brivido su internet, per cui chi sono io per giudicare?



Eppure quel giorno andai a letto con una certa inquietudine. Qualcosa di quell’immagine mi aveva sconvolto profondamente. Andai invano a dormire, perché il mio sonno fu turbato dalla visone di sangue, pugnali che saettavano nell’oscurità, sangue, dolore e cadaveri, tanti ma tanti corpi morti.

Mi svegliai di soprassalto, con urla nelle orecchie. Avevo capito perché quel quadro mi aveva tanto sconvolto, ma facevo fatica ad ammetterlo a me stesso, perché la cosa era assolutamente assurda, inconcepibile. Mi voltai verso la finestra della mia camera, che dava sul giardino e sulla casetta dei vicini. Da lì venivano le urla. Proprio come pensavo. Il volto della signora morta del puzzle era assolutamente identico (e credetemi quando uso tale parola) alla nostra vicina, la signora Bondoni. Anche il suo giardino era identico a quello del dipinto. E pure la casa, che conoscevo, avendola visitata moltissime volte. Non so come, ma la scena del suo omicidio era stata dipinta e trasformata in puzzle. Più ci pensavo e più mi appariva assurdo, eppure più mi convincevo. Quel puzzle voleva dirmi qualcosa. La vita della signora Bondoni era in pericolo. Ed ero io a doverla salvare?

Con un’incertezza maggiore di quella che possiate immaginare, la mattina dopo bussai alla porta della casa della signora Bondoni. Mi aprì subito, sorridente come sempre, ma con l’occhio destro coperto da una vistosa tumefazione, che tentò subito di nascondere. “Oh…Mi spiace, forse sono venuto nel momento sbagliato”, feci io, un po’ insicuro. Subito tornò il sorriso sul volto della signora che disse “No, no, è…È mio marito. Spero che non ci abbia sentito ieri notte.”

“Assolutamente no”, le risposi. Poi mi invitò ad entrare.

Conoscevo la signora Bondoni da molti anni, fin da quando ero piccolo in verità. Era sui 50-60 anni, capelli chiari oramai tinti, alta sul metro e settanta, un po’ in carne, di bell’aspetto. Sapevo anche che aveva da tempo problemi con suo marito, che a quell’ora era al lavoro, e per tale motivo i figli, oramai grandi, avevano lasciato casa per vivere per conto loro con le loro famiglie o per lavorare altrove.



“Allora, perché è qui?”, mi chiese la signora sorridendo, mentre mi passava la terza tazzina di caffè, bevanda che sapeva fare benissimo. Ci misi un attimo a rispondere ad una domanda che non mi aspettavo.

La mia idea era di stare un po’ lì in attesa che accadesse qualcosa e in tal caso intervenire a difendere la vita della signora. “Beh, è perché…” nella mia mente l’idea si formò come in un puzzle, componendosi a poco a poco “….Perché attualmente sono da solo in casa e mi domandavo se aveva bisogno di aiuto”. Una risposta che non convinse neanche me e credo neanche la signora, ma che lei accolse con la sua tipica gentilezza. “Bene”, disse sorridendo “allora si prepari ad assaggiare un bel po’ dei miei caffè!”.



Passai tutto la giornata in sua compagnia, cercando di apparire il più naturale possibile, per quanto me lo consentisse la situazione. Un paio di volte sentii strani rumori che mi fecero sobbalzare, ma che si rivelarono dovuti a cause del tutto naturali. Con le ore che passavano, mi feci sempre più scettico ed incredulo. Forse ero solo pazzo. Forse il volto della signora Bondoni e quello della donna del puzzle non si somigliavano per niente, chi può dire che il mio ricordo fosse esatto, chi può dire che ci fosse per davvero un puzzle? O magari il puzzle aveva ragione ma le cause della sua morte non potevano essere evitate. Forse sarebbe morta per suicidio. Forse sarebbe scivolata o avrebbe preso un colpo cadendo e facendosi male. Forse le sarebbe caduto un mattone in testa e voglio dire, io sono uno che fa i puzzle, mica so come mettere in sicurezza gli edifici, no?



Poi il suono del campanello di casa mi fece capire. Era stato il marito! Quale modo migliore per terminare un litigio? Ma lui stava per entrare e dovevo fare in fretta. Ma che potevo fare? Mi misi a correre per tutta la stanza mentre la pover signora mi guardava, indecisa se aprire al marito o fermarmi per chiedermi che avevo. “Presto, presto! Chiami la Polizia! Avanti, non ha più tanto tempo! Anzi, no, prenda qualcosa per difendersi!” Mentre turbinavo di qua e di là con in una mano il telefono e nell’altra un pentolino in acciaio come arma la povera signora Bondoni non ci capì più niente e si mise ad urlare dicendo di fermarmi e che ero pazzo, mentre il marito le faceva eco aldilà della porta chiusa. “La prego si fermi! Si fermi ed esca da qui, per favore, lei è matto, oddio!” Ma come, io matto? Ma se ero lì per difenderla! Possibile che fosse così stupida? Le sue urla assordanti mi fecero star male. Mi voltai di scatto e la colpii con una violenza inaudita sul capo con il pentolino. Ma il vederla cadere per terra non fece che aumentare la mia rabbia ed iniziai a battere ripetutamente e con furia ancora maggiore il pentolino sulla sua testa, finché non vidi che le mie mani e i miei indumenti erano zuppi di sangue. Capii cosa avevo fatto. Il marito stava facendo forza sulla porta per aprirsi un passaggio, e dovevo fare in fretta. Gettai via il pentolino, feci per fuggire ma scivolai sul sangue della signora e caddi a terra. Lasciai il mio orologio, il cui cinturino si era rotto nella caduta, sul posto, andandomene via dalla cucina ed uscendo infine dalla porta sul retro.



Oramai manco da casa da tanto. Probabilmente sanno che sono stato io, ma non mi troveranno qui. Nella mia fuga precipitosa ebbi il tempo di prendere solo una cosa: il puzzle della scena dell’omicidio, che disfai in fretta e furia e rimisi nella scatola. Non so perché lo presi. Ma col tempo si è insidiata nella mia testa un’altra passione che non fare puzzle. Ho ridato un’occhiata alle tessere di quello che ho qui ed ho notato una cosa straordinaria: l’immagine è chiaramente cambiata, non è più quello del cadavere della povera signora Bondoni.

Ora ho le sue tessere proprio qui davanti a me



Voglio rifarlo.



Mi è piaciuto.


Vota questo racconto:

Voto complessivo:

È necessario registrarsi e collegarsi dal browser per poter votare e visualizzare i risultati.