Creepypasta Italia Wiki
Advertisement
Creepypasta Italia Wiki

Per tutta la vita ho nascosto e cercato di dimenticare gli avvenimenti che hanno per sempre segnato la mia mente e la mia anima. Solo ora comprendo appieno i miei errori e spero che con questo manoscritto venga fatta giustizia, il silenzio è stata la mia maledizione per anni e non posso permettermi di trascinare questo enorme peso nella tomba. Sono passati tanti, troppi anni e perdonatemi se partirò dal principio, ma la mia mente non riuscirebbe a ricordare altrimenti. Vi prego, abbiate il coraggio di leggere questo manoscritto, come io dovrò averne per scriverlo.

Correva l’anno 1907, ero nato e cresciuto in una modesta cittadina a sud dell’Inghilterra, sulla costa Britannica. Mio padre mi insegnò l’umile mestiere che a sua volta gli era stato insegnato, da generazioni la mia era una famiglia di pescatori e io non ho fatto eccezione. Allora non avrò avuto più di sedici anni e alla morte di mio padre dovetti lavorare duramente per garantire una vita dignitosa per me e mia madre; ricordo che spesso rimanevo per più giorni in mare e pregavo per farmi ritornare sano e salvo, non potevo abbandonarla. Stemmo bene per qualche anno ma, quando lei rimase incinta tradendo la memoria di mio padre, la respinsi violentemente e decisi in un impeto di rabbia di fuggire di casa.

Mi arruolai nell’equipaggio di un peschereccio, lavorai lì svariati giorni prima di fermarmi in una cittadina in Norvegia. Non mi importava dove andare, provavo una tale vergogna che volevo solo lasciare la mia vecchia vita e fuggire.

Giunto in un paese dimenticato fra i mari del nord, mi decisi a rimanere in quelle terre e lavorare al porto della strana cittadina. Ricordo che in quei luoghi, ora remoti e introvabili, pioveva spesso e la pioggia portava con sé sempre un po’ di pace. Vedo ancora, mentre ripenso a ciò che successe, le pallide case, antiche e stanche, affacciate sul mare ombroso. Le strade ciottolate e quegli stretti vicoli fra un edificio e l’altro. Vedo le barche ormeggiate, che dondolano seguendo il moto delle onde e il campanile dell’arcaica chiesa, che strideva e ululava. Sebbene la cittadina fosse umile e mal tenuta, nel tempo libero riuscivo ad esplorare le zone boschive di quel paesaggio, certi panorami non li scorderò mai: le immense foreste, squarciate da brillanti laghi, si estendevano per distanze enormi e l’uomo era del tutto impotente e soggiogato dalla forza immensa di Madre Natura; era forse questo aspetto della Norvegia ad affascinarmi di più: fino a quel momento avevo passato la mia vita in un paese industrializzato e comandato interamente da uomini d’affari, avari e subdoli; invece, in quella terra meravigliosa, potevo avventurarmi in un vicolo buio, un oscuro antro, circondato da rami contorti e antichi villaggi.

Bosco-0

Ero guardiano del porto, ormeggiavo le barche, riparavo le reti dei pescatori, lavoravo con impegno spinto dai nobili insegnamenti di mio padre. Ricordo che talvolta offrivo il mio aiuto ai vecchi lupi di mare che riposavano lì tra un viaggio e l’altro.

Fu una fresca sera di fine novembre che iniziarono le mie sventure. Avevo finito le mie mansioni e stavo per ritirarmi quando notai la presenza di un cupo faro lontano sulla costa. Quella struttura, che un tempo vegliava sull’intera cittadina, mi ispirò una forte curiosità e sentii di dover andarci il prima possibile. Non so dire, con certezza, perché mi convinsi di dover esplorare quel faro, ero come attirato. Ripensando a quello che successe in seguito, forse Dio voleva questo per me, forse era destino che mi gettassi nel ventre della bestia, anche se, da quel momento, credo di non esserne mai più uscito.

Fui artefice del mio destino.

Faro-0

Il faro si ergeva, impassibile e silenzioso, davanti ai miei occhi. La sua punta, nero pece, un tempo illuminava sino all’orizzonte quelle strane coste; ora, triste e dimenticata, era buia e fredda come un animo anticamente puro, precipitato nel baratro della cattiveria e della corruzione. La piccola porta di legno, nera e consumata, sbatteva spinta dal vento. Mi fermai a osservare il mare, quel giorno scuro e lento. Esso si limitava a ricordare, quieto e immenso, la vastità di secoli che ha trascorso su questo mondo, e immaginandosi quanti altri ne avrebbe attraversati, lui era un essere eterno, noi, invece, siamo solo polvere che si dilegua al primo soffio di vento.

Salii le scale a chiocciola fino al raggiungimento di una botola sul soffitto; attraversata questa, mi ritrovai di fronte a quella che un tempo doveva essere una vera e propria casa. Al centro della stanza circolare c’era un’ulteriore scala che portava alla lampada. La camera nella quale mi trovavo era arredata con mobili ormai molto antichi, di rado vedevo piccoli dipinti appesi alle pareti; tutto era cosparso da un velo di polvere e una finestra aperta lasciava entrare un filo di vento gelido, che aveva portato con sé delle foglie secche, sparse sul pavimento. Non riesco ancora a spiegarmi cosa ci fosse in quella stanza, ma, nella sua normalità, aveva qualcosa di spaventoso: il silenzio, la polvere, i vecchi dipinti, era come se ci fosse qualcosa di nascosto, di innominabile. Mi resi conto che ogni particolare di quell’abitazione era lasciato intatto da molti anni, cosa poteva esserne degli abitanti di quella stanza? Era come se il tempo, in quel faro, si fosse fermato in un’epoca ormai troppo lontana. Un senso di malinconia aleggiava in quel luogo, che non sembrava appartenere a questo mondo. Le assi di legno del pavimento scricchiolavano quietamente ad ogni mio passo, e quello era l’unico suono che percepivo, al di fuori del vento che gridava. Dovunque andassi, trovavo segni di una vita passata: una candela consumata, un letto disfatto, un vecchio libro aperto posato sull’orlo di una finestra, una bottiglia vuota appoggiata a terra. Ad attirare maggiormente la mia attenzione fu una vecchia foto, datata 1846, che ritraeva un vecchio marinaio e quella che doveva essere sua figlia. L’uomo le teneva dolcemente la mano, mentre essa lo guardava sorridente; dietro di loro c’era il faro, probabilmente da poco edificato e dato in custodia al marinaio.

Fu allora che li vidi.

Alzando gli occhi dalla foto, mi ritrovai in un mondo di cui non facevo parte. Tentai di alzarmi, ma le mie gambe erano pesanti e la mia testa dolorante, mi sembrava di essere sospeso in aria. Un urlo. Non ero più io: le mie mani si muovevano senza che le controllassi, e così il resto del mio corpo.

Sogno

Davanti a me c’è la fanciulla della foto, che mi urla qualcosa mentre delle lacrime scendono dai suoi occhi. Non capisco cosa stia accadendo, mi sento come sommerso chilometri sott’acqua. Afferro il braccio della ragazza, lei si dimena prima di scappare da me. Litighiamo bruscamente ed io l’aggredisco. Sanguina. La sto uccidendo. Se non è già deceduta, annegherà nel suo stesso sangue. Per un attimo, vedo i suoi occhi spegnersi nella miseria e nella crudeltà dell’omicidio.

Mi rendo conto di ciò che ho fatto, vedo il cadavere, il sangue sulle mie mani ed urlo freneticamente scappando dal mio abominio. Mi vedo in uno specchio, sono il vecchio guardiano del faro, mi osservo imbrattato di sangue. Il mio volto. Dio! Non dimenticherò mai quel volto! Scendono delle lacrime dal mio viso schizzato dal sangue.

Mi lancio sullo specchio e lo frantumo con le mie stesse mani. Sto delirando. Urlo, rido, un turbine di follia mi circonda e mi sopprime. Reso pazzo dall’alcool e dai miei stessi peccati, raccolgo una bottiglia di birra e ne bevo freneticamente il contenuto. Prendo velocemente un lenzuolo dal letto. Avvolgo il corpo il meglio possibile, prima di salire le scale di ferro e raggiungere la lampada del faro. In quel momento, al culmine della follia, getto il corpo dell’innocente giù nella scogliera. Giù nella sua tomba senza nome.

Mi ritrovai in piedi, immobile, difronte alla vecchia foto. Le mie mani tremavano tanto da non potermi asciugare le gocce di sudore freddo che cadevano dalla mia fronte, avvolgendomi in un abbraccio gelido. Ero stremato. Quei primi minuti, credo di essere rimasto lì, impietrito, non ricordo molto, solo una persistente sensazione di orrore. Mi ci volle del tempo per riprendermi, il mio respiro si era fatto pesante e irregolare, per un attimo ho temuto di avere un attacco di ansia, mi sedetti per un po’ e gradualmente stetti meglio. Guardai intorno, vidi il letto, lo specchio in frantumi, le scale che portavano al faro. Feci dei respiri profondi, non so quanto restai fermo in quella posizione. Rimasi così, immobile, dopo aver ucciso... no! Non ero stato io, era stato il guardiano del faro. Tutt’ora non riesco a spiegarmi cosa successe, era come se avessi visto in prima persona quell’orribile crimine, come se l’avessi commesso. Forse era questo che gli abitanti di quel luogo maledetto volevano disperatamente dimenticare.

Faro1

Da quel momento, da quel terribile giorno io fui marchiato. L’avevo uccisa io! Sapevo che non era così eppure la sua immagine mi perseguitava giorno e notte. Non riuscivo a dormire, ogni notte rivedevo i suoi occhi spegnersi. Vedevo la tremenda stanza tingersi di sangue innocente. Ogni notte il volto malato di quel mostro, riflesso nello specchio, perseguitava i miei sogni. Quella povera ragazza! Il suo sguardo insanguinato! Il suo orribile sguardo! Era sempre lì, lontano nell’oscurità dei mei bui sogni. Lo vedevo giudicarmi e corrodermi! Decisi di prendere dei sonniferi. Ne prendevo in grande quantità per riuscire a riposare. Ma se i sonniferi riuscivano a placare, in parte, le mie notti; non avevano effetto durante il giorno. L’abuso di questi medicinali mi portò a non riuscire più a distinguere se stessi sognando o fossi sveglio. Rimasi dei giorni chiuso in casa a chiedermi se quello che mi era successo poteva essere vero o frutto della mia mente malata. Mi ero condannato.

In un momento di disperazione, una notte, portai la barca al largo. Vedevo la costa con delle luci accese e, lievemente, la sagoma di quel faro, teatro di azioni mostruose e indicibili; per un attimo credo di aver visto il faro accendersi, come la tremolante fiamma di una candela, per poi spegnersi nel buio. Avevo un’abbondante corda e un grande masso legato all’estremità di essa. Credo di essere rimasto ipnotizzato per del tempo da quelle coste che tanto avevo amato, diedi un ultimo sguardo al buio della notte, una notte senza luna. Mi lasciai cadere negli abissi.

Finalmente ascoltavo il meraviglioso suono del silenzio. Non c’erano mostri né incubi, non c’era quel profondo senso di tristezza e malinconia che avevo provato nei giorni prima, non c’era più il dolore. Come, mi chiesi in quei momenti, com'era successo? La mia vita era scivolata in un baratro da cui io non mi sarei più risollevato, mi sentivo sconfitto. Non provavo più disperazione, non vedevo gli occhi agonizzanti di quell’innocente eppure stavo morendo. Poteva la morte essere una portatrice di tale pace? Perché ero lì? Perché stavo morendo? Non riuscivo a ricordarlo, provavo solo serenità. Mi sentivo finalmente, inesorabilmente in pace.

Mare-0

Avevo ancora abbastanza ossigeno quando vidi, nel buio dell’abisso due occhi gialli fissarmi. Lentamente, dalle viscere di un inferno freddo e bagnato, apparve una figura in decomposizione, marcia. Si avvicinava dal fondo dell’oceano. Allungava la sua mano, scheletrica e più simile a un artiglio, verso di me. Il suo viso, appena visibile dal luccichio dei suoi occhi diabolici, era marcio e corroso dal tempo, un alone di sangue accompagnava l’avanzata di quel cadavere non morto che veniva veloce verso di me. La sua pelle squartata e corrosa, quasi si staccava dallo scheletro, la putrefazione accompagnava questo demone di rancore ed odio. Era lui! L’uomo la cui follia l’aveva spinto ad uccidere sua figlia. Voleva trascinarmi nell’inferno dov’era sepolto. Fu allora che ebbi il terrore di morire, poiché, allora, egli mi avrebbe trascinato con sé. Raccolsi tutte le forze che mi rimanevano per sfuggire a quel demonio. Stava arrivando, sorgeva dagli abissi con un grido di ira e perfidia. Vedevo i suoi occhi brillare nelle tenebre. Non riuscivo a slegare la corda e stavo lentamente annegando. Sentivo le mie forze abbandonarmi sempre più velocemente, stavo morendo. Mi tolsi la scarpa e riuscii a sfilare la corda. Cominciai a nuotare il più velocemente possibile. Sentii lo scheletro cercare di afferrarmi per le caviglie. Sull’orlo di annegare salii sulla barca e vidi gli occhi gialli di quel demone spegnersi nel buio profondo. Nell’inferno blu da dove era risorto. Mi ripresi per un attimo, sentivo freddo.

Nemmeno la morte poteva salvarmi.

Ancora non sapevo se era tutto frutto di una malattia o se quello che stava succedendo era reale. Mi sentivo senza via di scampo, in un vicolo cieco. Di quei giorni della mia vita ricordo certi momenti con una vividezza impressionante, altre volte mi sembra di essere stato come addormentato. Non ricordo, ad esempio, che anni fossero; mi ricordo quando arrivai in quei luoghi, ma da quando entrai in quel faro la mia percezione del mondo esterno fu irrimediabilmente compromessa, nella mia mente non c’è traccia di date. Ormai neppure morire mi avrebbe garantito la pace e rimanevo costantemente tormentato da quel terribile omicidio, mi sentivo colpevole per un crimine che non avevo commesso, perché fui destinato a quel fato? Avevo ricordato colpe troppo gravi e ne stavo pagando le conseguenze. Tutto il rancore, tutta la miseria di quel crimine era tornata alla luce e stava bruciando la mia vita.

Non so quanto tempo passò prima che feci quel sogno, credo abbastanza da farmi finire le pillole per dormire, che rendevano il mio sonno confuso e opaco.

Fantasma

Una forte luce mi circonda. Non riesco a vedere, non riesco a sentire le cose attorno a me. Apro gli occhi. C’è molta luce ma riesco a distinguere la costa. Sono immerso fino alla pancia nell’acqua; è strano: non sento freddo o altre percezioni. Sono come un fantasma, un’ombra che attraversa un mondo di cui non fa parte. Mi rendo conto di essere in un luogo a me sconosciuto, in uno degli infiniti mondi dell’inconscio. Non sento il peso del mio corpo, non sento il peso della mia anima. Avanzo verso terra senza neanche accorgermene. Arrivo in una parte meno profonda del mare e capisco dove mi trovo: sono esattamente sotto la scogliera sulla quale giace il faro. Per quale motivo, fra tutti i luoghi esistenti nel mondo dei sogni, o Morfeo, mi hai portato proprio qui? Non mi è concessa pace neanche durante il sonno? D’un tratto qualcosa cade giù dalla punta del faro e sbatte nell’acqua e poi sugli scogli, proprio davanti a me. Sussulto dallo spavento e mi avvicino per capire cos’è. Vengo scosso da un gelido brivido, è lei: la vittima, la sciagurata, la morta. Davanti ai miei occhi da viaggiatore dell’onirico, rivedo, per l’ennesima volta, la ragazza a cui la vita fu strappata come le unghie dalle dita di un inquisito. Lei si muove improvvisamente facendomi indietreggiare, si gira verso di me strappando il lenzuolo macchiato da sangue fresco. Vedo il suo volto, il suo corpo. La figura davanti a me non appare come un essere sanguinoso, guardando lo spirito non vedo il cadavere di un brutale omicidio bensì lo sfocato dipinto di una vita perduta. Riguardo i suoi occhi: due occhi stanchi, lacrimevoli. Si risolleva dall’acqua e, dagli scogli sui quali era precipitata, l’infelice mi oltrepassa e si allontana nel mare aperto. La sua bianca veste lascia una scia rossa nel mare pallido. Si gira verso di me…

Mi risvegliai urlante, con il viso bagnato di lacrime. Mi alzai dal letto ma non riuscivo a stare in piedi, caddi amaramente al suolo. Piangevo. Urlavo. La voce della morta ululava ancora nella mia mente. Cercai di sollevarmi da terra, le fredde assi del pavimento rimbombavano sotto il peso del mio debole corpo come la testa di un pazzo che sbatte contro un muro. Mi alzai con fatica e, appoggiandomi al muro, riuscii a camminare. Cercai dovunque del sonnifero senza riuscirci. Volevo solo cadere in sonno profondo e dimenticare ciò che era accaduto. Urlai forte. Urlai per vomitare fuori tutta la rabbia, tutto il rancore, tutto il dolore che corrodeva la mia anima.

Cambiai i miei vestiti, ero infastidito dal sangue che li macchiava. Cercai di lavarmi come meglio potevo. Era tarda notte. Fuori dalla mia casa, fuori da quella tana di agonia, distinguevo vagamente alcuni edifici, il cielo e il mare erano fusi in una cosa sola: era una notte senza luna. Tutto era avvolto nello stretto abbraccio di Nyx che regnava sovrana in quelle buie ore, vedevo il faro amalgamarsi con il cielo e la notte. Quella costruzione terribile mi teneva inchiodato in quei luoghi che avevo tanto amato ma dove non potevo più vivere in pace. Non avevo abbastanza denaro per partire. Osservai per tempo indeterminato quella calma notte che circondava tutto e tutti. I miei occhi caddero nuovamente sull’ombrosa figura del faro; guardai le mie braccia ferite, graffiate a causa della pazzia, dovevo sopprimere ciò che avevo liberato, che fosse stato nella mia mente o nel mondo esterno.

Fantasma del mare

Avanzavo spedito per le fredde vie di quell’antica città, le strade e i vicoli si diramavano come i rami contorti d’un albero d’inverno. La cittadina stava dormendo, ero come un lupo che caccia funesto, un gufo che ulula da sopra i tetti, un pipistrello che si sveglia e vola via dalla caverna dove riposava. Camminavo, quasi correvo per le vie e intanto sentivo, nella mia mente, le urla del vecchio marinaio e i pianti della giovane, che mi accompagnavano dovunque come ombre e che non mancavano proprio in quei momenti, proprio in quella notte. Quella notte che sarebbe stata l’ultima, il giorno del giudizio della mia maledizione, il culmine della mia tormentata tragedia. Intravedevo ancora l’antico campanile che mai più avrei udito stridere, rivedevo le case e la foresta dietro di esse svanire nel buio. Mi stavo avvicinando sempre di più alla costa; sentivo la salsedine, ero rapito dal suono perpetuo e stabile del mare, di quel gelido mare che era la tomba della sventurata. Attraversavo il porto e ricordavo il primo giorno che approdai e che ritornai in quelle terre. Non avrei mai potuto immaginare che mi sarei imbattuto in tanta disperazione, in tanta miseria; tutto ciò che accadde fu un’inesorabile viaggio verso la follia, una rovinosa caduta nell’omicidio e nella colpa. La mia vita, paragonabile ad una foglia morta che si stacca dall’albero, non poteva che cadere fino a toccare il suolo e giacere sulla terra umida di novembre per mai più risollevarsi.

Mi ritrovavo, infine, nel luogo da dove il male era scaturito. Un vaso di Pandora senza più demoni, così si presentava ai miei occhi il faro maledetto, custode di terribili segreti che sarebbero dovuti rimanere tali. Guardai il cielo, l’unica cosa che riusciva a sollevarmi; niente luna, niente stelle, questo mi fece sentire ancora più solo di quanto non fossi. Sentii, lontano verso il mare, la pioggia che avanzava e che avrebbe probabilmente raggiunto anche la costa. La bassa porta di legno cigolava spinta da un filo di vento. Feci un profondo respiro e varcai nuovamente la soglia del faro.

Salivo le scale a chiocciola che scricchiolavano ad ogni mio passo, pensando a quello che sarebbe successo. Mi facevo luce con l’accendino che avevo portato con me, non mi sarebbe servito solo a quello scopo. All’interno il silenzio era l’unico suono udibile insieme a piccoli scricchiolii nelle mura e nel pavimento, era il faro che riposava. Se c’era qualcosa nel faro, essa sapeva che stavo salendo le scale, sapeva cosa stava per accadere. Niente era cambiato dall’ultima volta che ero entrato in quel luogo o così mi sembrava. L’abitazione al piano prima della lampada era immutata; vedevo le foglie secche sul pavimento, il letto disfatto, i quadri e i mobili: tutto era lasciato intatto. Attraversai la ripugnante stanza, avevo la costante sensazione di non essere solo; poi, difronte allo specchio in frantumi, notai una cosa che prima non avevo visto: a terra, sotto lo specchio, c’era un foglio di carta. Lo sollevai lentamente, ripulendolo dal velo di polvere che lo rendeva illeggibile: era un foglio di giornale, cronaca nera, parlava dell’omicidio avvenuto in quel faro. La ragazza era stata brutalmente assassinata, il cadavere non era stato ritrovato; si pensava che il vecchio marinaio avesse ucciso la figlia e si fosse suicidato ma delle strane ferite, sul corpo di quest'ultimo, facevano credere ad un violento scontro con un terzo individuo di cui si erano del tutto perse le tracce. Un tale mostro non poteva essere lasciato libero: “Verrà senz’altro condannato per i crimini commessi e appeso dal collo finché morte non sopraggiunga” recitava l’articolo. In quel momento ricordi seppelliti da troppo tempo ritornarono nella mia ingannevole mente, che tutto aveva dimenticato, poiché dimenticare era meglio che soffrire. Mi rividi udire urla dalla cima di quella torre infernale. Mi rividi correre per le ripide scale, spalancare la botola e scoprire gli orrori che si celavano dietro di essa. Vidi il marinaio che trascinava il corpo della figlia, ancora vivo, sulle scale per la lampada. Si girò verso di me con uno sguardo indemoniato mentre si bagnava con sangue innocente. Avevo d’avanti a me la personificazione dell’abominevole, del grottesco, dell’orrido. L’assassino, che già rimpiangeva le sue azioni, mi guardò fisso negli occhi con lacrime che si tingevano di rosso a contatto con il viso macchiato. In quegli istanti tutto apparve marcio e dilaniato dalla follia ai miei occhi, riuscivo a vedere l’anima dello scellerato ridotta in una carcassa per i terribili crimini che aveva commesso. L’assassino stava portando la giovane sulla cima del faro. Salii rapido e lo seguii per cercare di fermare l’inevitabile. Il perfido stava trascinando la vittima, urlante, per gettarla giù dal faro. No! Non poteva morire! Corsi per riuscire a fermare il folle che si difendeva con un coltello. Fui preso da attimi di terrore, terrore che divenne rabbia e, davanti a tale miseria, non potevo che reagire di conseguenza. Aggredii l’assassino cercando di strappargli il coltello dalla mano. Venni ferito a un braccio, il dolore pervadeva il mio corpo. Lottammo aspramente ma il demone che risiedeva dentro di lui era troppo forte. Lei era gravemente ferita, forse, però, se ce l’avessi fatta… con un gesto netto, una risata folle, lacrime rosse di sangue, le tagliò la gola e la gettò dalla cima del faro. Precipitò negli abissi, dove riposa tutt’ora. Spinto da emozioni che non riconoscevo colpii con ferocia il vecchio come a far uscire la cattiveria dal suo corpo. Accadde l’inesorabile.

Study for a head francis bacon

Fuggii in preda alla follia da quel faro promettendomi di non rimetterci mai più piede, quanto mi sbagliavo... Vagai freneticamente, senza più pensare, senza più sapere dove andare. Chi poteva dire che quello che avevo fatto era lecito? Avevo ucciso per cercare di salvare una vita e avevo perduto anch’essa, mi era sfuggita come acqua fra le mani. Avrei voluto salvarla e, con lei, salvare anche me.

Volevo dimenticare e l’avevo fatto, volevo cancellare quello che era successo e l’avrei fatto. Tremavo mentre accartocciavo lentamente quel foglio che mi aveva risollevato dall’oblio. Ora sapevo, o ero convinto di sapere. Alle mie spalle, il resto della stanza attendeva in silenzio di vedere cos’avrei fatto adesso. Era mai possibile che avessi dimenticato tutto? Non accettavo ciò che era successo, volevo cancellare, seppellire, ignorare perennemente l’accaduto. Ma ormai non aveva più importanza. Nel silenzio di quella stanza potevo sentire lievi sospiri, percepivo la giovane vittima dietro le mie spalle; forse era lì anche il marinaio. Mi voltai, ero solo. L’unica cosa che realmente sentivo era la lontana pioggia e il tristo ululare del vento di quella fredda notte senza luna. Quindi radunai al centro della stanza tutti i mobili in legno, i quadri, i libri. Infine presi il foglio di giornale accartocciato e lo misi insieme al resto degli oggetti. Sarebbe finita lì, quella notte. Tirai fuori dalla tasca l’accendino. Il tempo si fermò un istante. Ripensavo a tutto prima di quel momento, cercai di ricostruire gli eventi in modo lineare, cercai di dare un senso logico ai ricordi, subdoli e contraddittori, che avevo. Ripensai al mio arrivo tempo prima, ripensai alla data trovata dietro alla fotografia, che riconduceva gli eventi a troppo tempo addietro, troppo per poter incontrare il marinaio e sua figlia vivi. Ripensai al mio arrivo dall'Inghilterra, quando, per credere a ciò che avevo scoperto, non poteva esserci mai stato. Aggrappai la mia testa. La stringevo, graffiandomi le guance. Non riuscivo a capire... lacrime bollenti penetrarono nei graffi che avevo appena tracciato. Cercai di ricostruire gli eventi in modo lineare, non ci riuscii, né oggi posso farlo. Diedi tutto in pasto alle fiamme.

Joseph Wright of Derby - A Lighthouse on fire at night

Il fuoco ardeva già violentemente quando scesi le scale per uscire da quella trappola per topi. Nello scendere, nell’abbandonare le mie paure, le mie angosce, le colpe, il dolore e lasciarli bruciare sentii pianti e grida provenire dalle pareti del faro. Erano loro: i fantasmi e i ricordi che bruciavano insieme a quella torre del demonio. Una volta scappato, mi voltai a contemplare l’origine di tutti i miei mali ardere. Intanto la pioggia aveva raggiunto la costa e, nonostante questa, il faro bruciava con fiamme che sembravano provenire direttamente dall’inferno. La pioggia lavava la mia coscienza mentre nel faro bruciavano le mie colpe. Finalmente ero libero da ogni agonia, libero di andarmene e di cancellare col fuoco l’orrore.

Scappai da quei luoghi. Non avevo più vincoli né incubi, né grida, né fantasmi o ricordi. È vero, ho molti rimorsi e rimpianti, ma sono sempre riuscito a seppellirli nella mia anima; solo ora capisco che non posso più incolparmi per quello che è successo, anche se il ricordo persisterà in me fino al mio ultimo respiro.

Questa è la mia confessione. Ma ormai è tardi per la mia redenzione terrena, forse solo la mia anima potrà essere giudicata correttamente e non ho la certezza che questo manoscritto venga letto, ma forse meglio così; perché alcune cose vanno tenute segrete, come un tremendo omicidio, come un cadavere sul fondo dell’oceano.

Faro2

Autore: NotteNera










Narrazioni[]

Il_segreto_del_Faro_-_CreepyPasta_ITA

Il segreto del Faro - CreepyPasta ITA

Narrazione di La Voce Dell'Alchimista

Advertisement