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Era una strana serata quando decisi di fare la mia mossa. Insieme ai miei compagni andai controvoglia alla periferia della città, proprio dove tendono ad ammassarsi le villette delle famiglie che hanno un alto reddito o godono di qualche beneficio fiscale, in altre parole soldi facili.

Me la passavo esattamente come i miei compagni di sventura, ovvero male, e non mi restava molta scelta se non quella o vendere qualche parte del mio corpo. Almeno i sistemi di allarme si potevano superare facilmente e se, avevamo ragione, non c'era nessuno in casa; l'unica cosa di cui mi dovevo preoccuparmi era che gli altri non compiessero nulla di avventato, come svaligiare la casa di tutto e quindi allarmare subito i proprietari al ritorno o prendere qualcosa di facilmente tracciabile, ergo riconducibile a noi.

Fummo alquanto fortunati da fare un buon lavoro con le prime case, ma proprio alla fine la sorte ci voltò le spalle. Vedete, tutte le case dovevano essere vuote per un periodo minimo di tre giorni, il che è una circostanza a dir poco rara, e l'ultima casa che rapinammo era quella più grande, con più merce e con gli abitanti fuori dal quartiere per il periodo più lungo (un viaggio all'estero o giù di lì). Ma proprio nel bel mezzo del colpo, quando ci era impossibile abbandonare il tutto, udii un rumore dal viale di casa. Era un auto che si fermava accompagnato dal vociare di bambini intristiti e di genitori che cercavano di tirarli su il morale. Quasi mi morsi la lingua lanciando una silenziosa imprecazione a Leo, mio caro amico e unico del gruppo ad essermi accanto in quel momento.

"Adesso cosa facciamo?!", mi chiese visibilmente agitato,

"Cerca di non fiatare. Ne usciremo incolumi da qui", tentai di calmarlo inutilmente, stava ancora giocando con la sua collana adornata da ninnoli di ogni religione che conoscessi; cosa in verità mi aveva sempre aiutato a smorzare la tensione. Anche adesso non fu da meno, dandomi la forza di uscire dalla camera padronale del primo piano e di affacciarmi sulle scale.

I ragazzi assonnati erano vicino alla sogna della cucina, mentre la madre consolava il marito appoggiato sul tavolo del salotto, proprio sotto le scale e il mio sguardo. Tutto rimase calmo e quasi immobile fino al risuonare cupo e profondo delle assi sotto le mie ginocchia, che fu come un segnale concordato per smuovere un po' le cose. Neanche il tempo che i loro sguardi si posassero su di me che Sam afferrò i bambini e Lauriel la madre, mentre Tommy e Henry si concentrarono sul padre. In pochi minuti tutta la famiglia fu legata e sottomessa, mentre io mi precipitai con Leo al piano di sotto quasi implorando di aspettare, infatti ci mancò poco che Henry da brava testa calda qual era sfondasse la testa ai malcapitati senza troppi preamboli.

"Che c'è?! Cosa vuoi?", mi chiese irritato,

"Niente, solo non fare niente di avventato", dissi lentamente,

"Avventato!? Questi stronzi dovevano tornare tra una settimana senza accorgersi di niente e invece sono tornati vedendoci in azione! Quanto ci scommetti che neanche qualche giorno e ci ritroviamo in manette per colpa loro!!!", concluse puntando minacciosamente il manganello al figlio minore,

"E quindi vorresti aggiungere l'omicidio alle ragioni per arrestarci? Henry sai che questo sarebbe una grande seccatura, ci rallenterebbe e creerebbe molti indizi per trovarci, mentre se seguiamo il piano concordato e prendiamo le cose giuste non dovremmo avere problemi", provai a farlo ragionare il tono più ragionevole e asettico che riuscissi a fare,

"Vedi è proprio quel dovrebbe che mi infastidisce nel profondo!", stavo perdendo la presa,

"Piantala Henry! Sai che ha ragione e poi se non avesse pensato lui al piano non avremmo mai avuto questa occasione, ne le corde o i manganelli nel caso fosse andato storto qualcosa" mi sostenne Leo,

"Questo non cambia che ciò andato storto",

"Però non fa una piega", intervenne Lauriel,

"Ti ci metti anche tu!",

"Non ho intenzione di finire in prigione per questo", questo mise fine alla discussione.

Tempo, guadagnai del tempo; Henry se ne era andato con gli altri a saccheggiare il resto della refurtiva, mentre io mi ritagliai del tempo a rassicurare gli ostaggi e a controllare i dintorni. Fu allora che sentii un pesante e inconfondibile sospiro dal piano di sopra, proprio dove io e Leo ci eravamo rintanati.

Diamine, credevo fosse vuota la camera, come avrà fatto. Forse è uno dei figli maggiori rimasto a casa da solo, chissà se per malattia o per una scusa. Arrivai lentamente alla soglia della porta ed rimasi impietrito davanti al ragazzo dentro la stanza. Più che un ragazzo sembrava un reduce di guerra o di un disastro naturale con addosso dei vestiti un po' logori (T-shirt e giacca autunnale e pantaloncini estivi); con il suo fisico magro ed emaciato, forse un tempo impostato, pallido e grigiastro come il calce con dei semplici occhi castano scuro resi penetranti dalle profonde occhiaie nere che gli infossavano le orbite.

Mi guardava spaventato da un angolo della stanza mentre io tentavo di articolare qualcosa da dire ed ero quasi riuscito ad imporgli di scendere con gli altri quando la mia pietà prese le redini,

"Va tutto bene, non voglio farti del male. C'è qualcosa che posso fare? Non sembri stare molto bene", il ragazzo si limitò a scrollare la testa, almeno quello.

Adesso dovevo inventarmi qualcosa, Henry era già abbastanza su di giri ed è meglio non dargli ulteriori motivi per sclerare.

" Ascolta, adesso devo andare, ma ti giuro che torno. Prima aiuto la tua famiglia e poi ti vengo a prendere, intanto nasconditi sotto il letto e non fiatare", lui in tutta risposta si nascose veloce come un topo.

Da ladro a buon samaritano; proprio non ci voleva. Arrivato al salotto sentii il lontananza Henry lamentarsi che qualcosa non andava e Lauriel che lo incalzava, non ci diede troppo caso, ma almeno avrei avuto il tempo di liberare la famigliola sventurata.

Davanti al padre inizia a slegarlo avvertendolo,

" Non farti venire strane idee in testa. Se ti sto aiutando è solo perché non mi fido di loro e non voglio avervi sulla coscienza. Quindi in silenzio mi aiuti e lesti come volpi ve ne andate il più in fretta possibile in città, va bene. Non c'è anima viva per isolati, quindi niente imprudenze", il padre ormai libero e intento a slegare gli altri ebbe solo la forza di dirmi grazie e "perché?"; bella domanda, vorrei saperlo, il gioco non valeva la candela!

"Ora muovetevi. L'altro ragazzo vi raggiungerà presto", così si mossero con uno strano sguardo alla mia affermazione, stupore o confusione direi.

"Venite qui adesso!!!" Urlò urgente Henry, abbastanza forte da riscuotermi dalla mia riflessione.

Meglio andare a controllare così mi scattai verso le scale e fu lì che la notai… una foto di famiglia che di solito di fa durante le festività era disposta scomposta sulla parete delle scale e qualcosa non tornava.

. . . Perché il ragazzo di prima non c'era.

"Ragazzi!!!", Henry stava piagnucolando? Intravidi gli altri precedermi a parte Leo, dove sarà finito. Quando li raggiunsi ero davanti alla camera dove avevo lasciato quel cadavere ambulante pronto a trovarlo pestato a morte sul pavimento. Invece sul pavimento il corpo pesto, sanguinante e in fin di vita che trovai fu Leo, "Che cosa hai fatto?!", dissi furioso,

"Niente giuro! In casa c'è qualcun altro", e io sapevo chi c'era, ma non potevo credere che fosse stato lui.

"Separiamoci. Io e Tommy andiamo di sotto, mentre tu e gli altri controllate fuori", proposi,

" E se le cose si mettono male?",

" Allora, respiro profondo e corri come se ne andasse delle tua vita per il bosco".

Non troppo convinti ci dividemmo nei luoghi prestabiliti e per poco diedi un pugno a Tommy per tutte le volte che mi diede un falso allarme. Dopo un po', sfiniti dall'ansia e dai lamenti di Tommy per un improvviso mal di testa, stavamo per tornare indietro e dichiarare finalmente che potevamo andarcene quando lo intravidi. Io rimasi allibito mentre Tommy ne fu terrorizzato. Fu proprio il suo urlo che attraversando il silenzio del bosco, altrimenti immobile, distolse l'essere dalla sua corsa voltandosi verso di noi in tutto il suo orrore.

Se non l'avessi visto non ci avrei creduto, ma era innegabile che quel orrida cosa fosse il ragazzo del piano di sopra. Quasi ogni parte del suo corpo era diventata più lunga e stirata, quasi traslucida, addirittura affilata a parte la testa, normale tranne che per la mascella spalancata e deformata come un coccodrillo. Era come se un vecchio bambolotto di gomma dopo essere stato allungato venisse intriso di metallo liquido e lasciato a raffreddarsi; metafora perfetta per descrivere la poltiglia nerognola e fumante come catrame incandescente che trasudava da ogni orifizio, soprattutto dal naso e dagli occhi.

Un momento fu il tempo che separò il suo urlo straziante dalla nostra fuga in preda al panico. Era maledettamente veloce, così tanto che poco prima di arrivare alla porta feci in tempo a rivolgere a Tommy solo un'occhiata prima che lo addentasse per un braccio strappandolo, sbalzando il suo corpo in agonia lontano da me, e squarciargli il torace a mani nude.

Chiusi la porta con la prima cosa che trovai e lo guardai attraverso la finestrella. Pessima idea, perché dovevo farlo. La creatura si pulì rapidamente le lunghe dita affilate come farebbe qualcuno dopo aver terminato un piatto particolarmente unto e si voltò lentamente verso di me. Indistinto e strano mi parve il suo inquietante sguardo mentre si poggiava su di me. Stavo per svenire se non fosse che il battere del mio cuore mi pulsava così forte contro lo sterno da mozzarmi il fiato e il colpo che mi inferse quando quella cosa scatto facendo il giro della casa.

Voleva cogliermi di sorpresa.

Scappare era inutile, era troppo agile e veloce, mi avrebbe dilaniato appena avessi rallentato il passo.

Non resta altro che nascondersi forse al piano di sopra, acconto al corpo di Leo per celare a lui la mia presenza. Volai a passo felpato verso il mio nascondiglio sperando che gli altri fossero stati più fortunati quando ebbi l'ennesima prova che se mai un dio fosse realmente esistito allora doveva odiarmi. Sul bordo del letto accanto ai cadaveri smembrati dei miei compagni c'era lui sorridente ad aspettarmi. Nemmeno il tempo di fare un passo indietro che con un avambraccio mi tolse il fiato colpendomi alla gola e inchiodandomi al muro con la punta delle sue dita che incidevano pochi centimetri nella mia carne. Con cuore in gola non potei altro che osservarlo come lui osservava me con i suoi occhi curiosi e macchiati di nero come due profondi e marci crateri. Ormai ero morto, potevo solo aspettare.

"Perché?", chiese con voce spezzata la creatura, mentre impallidivo di colpo,

"Come hai detto?", chiesi mentre delle strane fitte mi attanagliavano le tempie,

"Perché?", insistette,

"I…io, non…capisco ", balbettai mentre iniziò ad affondare le dita di pari passo con l'aumentare della pressione alle testa,

"Perché?" Ripeté irritato,

"Perché … non avevo scelta", dissi improvvisamente senza rendermene conto,

"Perché?", chiese più calmo come fosse un'altra domanda,

"Perché non volevo fare del male a nessuno. Volevo solo tirare avanti un altro giorno in questa schifo di vita", disse senza controllo in lacrime con la testa che si stava aprendo in due, stavo piangendo sangue,

"Comprendo ", concluse quasi rammaricato mollandomi a terra, l'emicrania era passata di colpo,

"Dovresti andare a dormire", affermò candidamente,

"A dormire?" Ripetei scosso.

Non rispose mai in quei pochi secondi, semplicemente mi afferrò i polsi con una mano e con l'altra mi strinse forte la gola, mentre io potevo solo ansimare e dimenarmi, fino a quando la presa non si fece più salda e le tenebre intorno a lui diventavano più cupe.

Mi svegliai di soprassalto nel mio letto sudato che cercavo affannosamente di respirare, mentre sul comodino suono la suoneria di Sara, mi aveva scritto di aver trovato lavoro e che potevo presentarmi con lei per un colloquio.

Ero stranamente sollevato, così mi protesi verso il telefono intento a rispondere quando li notai sui polsi . . .

. . . Dei segni, come se qualcuno avesse affilato dei coltelli per ore su di essi, e allora ricordai tutto.

Cosa era successo?

Dove sono gli altri?

Perché sono nel mio letto?!

Mi alzai frettolosamente intento a prendere qualcosa da mangiare e uscire da lì e la trovai lì.

Una scatola di cartone con un biglietto. Ignorai il biglietto per aprire subito la scatola e vi trovai...

... Soldi.

Molti soldi intorno ad una busta legata da una collana insanguinata; quella di Leo. Timoroso aprii lentamente la busta trovandoci... Un cuore... Ancora sanguinante, come se fosse stato appena strappato dal petto di qualcuno.

La mia attenzione ritornò sul biglietto ora macchiato di sangue. Lo sfilai lentamente e lessi il messaggio. Era diviso in due parti, fronte e retro, di cui la prima sorprendentemente calma e pacata;

"Dormito bene, spero di sì. Mi ha fatto piacere sapere che in fondo avevi solo smarrito la strada come il tuo amico Leo. Dovrebbe essersi appena svegliato trovando la sua scatola. Quindi tranquillo, non è morto come i tuoi amichetti della rapina. Oh, il cuore e solo un avvertimento. I soldi sono per darti una spinta ad intraprendere la strada giusta, sai cibo, l'affitto e cose così...";

voltai la lettera passando morbosamente le dita sui segni lasciati sul torace e la gola, mentre lessi anche la seconda parte, con una grafia e parole più cupe e minacciose,

"... Dopotutto, sarebbe un vero peccato se tu o lui doveste riprendere una brutta strada. Mi sono così sforzato di essere clemente con voi che mi dispiacerebbe dovervi venire a trovare di nuovo a regalarvi una fine oltremodo atroce. In vero sono molto bravo in questo. Quindi non esitate ad essere dei bravi ragazzi e non preoccupatevi se nelle prossime notti sentirete qualche rumore nel buio. Sarò solo io, venuto ad osservarvi,per assicurarmi che stiate bene e che facciate i bravi.

Buona fortuna, da

-Nessuno di Importante-"

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