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"E infinite tristezze vagano fra gli uomini
e piena è la terra di mali, pieno n'è il mare;
i morbi fra gli uomini, alcuni di giorno, altri di notte
da soli si aggirano, ai mortali mali portando,
in silenzio, perché della voce li privò..."

Silenzio. L'unico rumore distinguibile dentro la mia dimora era un basso rantolo, un respiro strozzato che riempiva ogni stanza e ogni angolo, che si propagava ad ogni inspirazione ed espirazione. Fuori dall'abitazione, invece, potevo udire urla concitate, lamenti strazianti, spari ed esplosioni distanti. Se fuori c'era la fine del mondo , lì dentro c'era l'Inferno in terra. Caos. Lo stridere delle lame ruppe il silenzio e questa volta non sentii il lamento e i gemiti strozzati di mio figlio, ma tonfi sordi la cui provenienza mi era ignota. Ero rannicchiato... non sapevo da quanto... dietro quel tavolo rovesciato, non avendo la forza di muovermi o altro: sarei potuto essere denutrito o disidratato, ciò era diventato superfluo. Ciò che contava era sopravvivere, nascondersi dalle ombre e dagli esseri, continuare ad aspettare finché tutto sarebbe finito. Ma avevo capito ormai che ciò che era iniziato, se fosse davvero iniziato con solo quel gesto avventato, non si sarebbe mai concluso...

Quando mio figlio era tornato, euforico, a casa, portando tra le braccia un forziere d'argento con sbiaditi ornamenti dorati, avevo sperato vivamente che la sua idea fosse quella di venderlo, non importandosene certo del perché gli era pervenuto fra le mani. Eppure il giovane era sembrato fin da subito interessato a quell'oggetto e aveva insistito sul tenerlo come "ricordo" a memoria della scoperta. Inoltre, cosa più importante, il forziere sembrava non volersi aprire: come se contasse qualcosa aver ritrovato un forziere che probabilmente chiunque altro avrebbe venduto ai mercanti con la speranza di ricevere quanti più denari. Aveva inoltre affermato, con improvvisa cupezza, che molti avrebbero "fatto a botte" per pretendere quel forziere, persino fra i mercanti, e per proteggerlo (e in questo momento mi stupii del tono quasi affettuoso nei confronti del recipiente) avrebbe dovuto tenerlo segreto e conservarlo fino alla morte, avendo già constatato di che natura fossero le occhiate che avevano notato il forziere misterioso. A meno che non fosse riuscito a dischiuderlo. Lo lasciai andare, lasciai perdere il forziere, che pose in camera sua in un incavo speciale nel comò di legno e ogni sera si dedicava alla sua ammirazione, cominciando a parlarmi, sempre con maggior frequenza, del desiderio di aprirlo. Prima la sensazione l'aveva spaventato, poi si era tramutata come in un vizio difficile da rimuovere perché... contraddittoriamente soddisfacente. E anche io sentivo soddisfazione nel poterlo osservare, studiare i suoi dettagli. Da lontano, a prima vista tra le braccia di un uomo, poteva sembrare un semplice forziere d'argento decorato d'oro, ma osservando meglio si poteva individuare sul coperchio, al centro di una semisfera anonima, un deteriorato simbolo, in contrasto con il buono stato del resto dell'oggetto. Questo simbolo era "Π". E come un'influenza, come se il forziere emettesse una strana aura percepibile fuori dalle mura di casa mia, la voce del nostro personale segreto arrivò alle orecchie dei nostri concittadini. Questa gente passava davanti alla dimora più spesso e lanciava occhiate curiose o schive alle finestre. Qualche volta ne sorpresi alcuni a sbirciare. Altre a bussare alla porta chiedendo con arroganza spiegazioni. E ogni volta, sia da parte mia che da quella di mio figlio, l'odio nei loro confronti cresceva, mentre in loro nasceva una rabbia che era arrivata perfino a sfociare in disperazione, tanto che un vecchio prima sbraitò offese e poi si buttò a terra supplicante ad un mio medesimo gridato rifiuto a proposito di mostrare il forziere. A nessuno la situazione parse strana, bensì così interessante, così... seducente, da portare le voci del forziere al di là della città, al di là della regione, al di là di quanto avrei mai potuto pensare. Vedendo la rabbia e la tristezza farsi strada nei cuori di entrambe le fazioni, cominciai a temere per la mia vita e sopratutto per la mia sanità mentale. Perché la mia mente mi incitava ogni notte, con sempre maggiore insistenza, a trovare il modo per aprire quel forziere e mio figlio, quando si avvicinava ad esso, pareva provare le stesse emozioni e per molti notti restò chiuso in camera, e io lo intuivo, a studiarlo senza potersi fermare, preoccupato che qualcuno potesse entrare in casa e scoprisse prima di lui il metodo per aprirlo. Ciò che fece impazzire mio figlio, difatti, furono il sasso che ruppe la nostra finestra e una tentata incursione in casa nostra tramite lo sfondamento della porta d'ingresso. Io, oltre alla grande tristezza, al grande odio, provavo immensa vergogna e lo vidi anche nel viso di quella giovane donna che pur di vedere il forziere si spogliò dinanzi a mio figlio, concedendosi. La città era depressa, buia e desolata per le strade e lo scenario non aiutava mio figlio a desistere dall'aprire il recipiente. Così, una notte, il mio caro bambino, assicurandosi che io non udissi alcunché, prese il forziere e lo aprì, avendo scoperto il metodo; prima che entrasse in camera correndo, i miei occhi scorsero una lama. Quella notte mi girai e rigirai tra le coperte in preda all'ansia e l'invidia e strani pensieri mi si accavallarono, pensieri inquietanti, pensieri violenti...e innaturali. Ciò che sarebbe accaduto, non avrei potuto neanche immaginarlo nei miei peggiori incubi, neanche nel mio più cupo futuro. Quando accorsi in camera sua poiché avevo udito un acuto urlo, vidi egli tenere fra le mani gocciolanti sangue la lama, conficcata nel petto trapassato da parte a parte e la sua espressione, da una stupita, passò ad un'altra d'orrore che pose fine ad una breve risata isterica. Pochi secondi e quel che mi parse una follia umana, ennesima nata a causa dell'oggetto, si mostrò, repentinamente, con forza, tenendo la lama e con vigore spedendo mio figlio verso l'alto, facendogli sbattere violentemente la testa al soffitto. Cadde prono, immobile. E io credo fermamente fosse già morto nonostante continuasse a urlare come un maiale in procinto di essere sgozzato, ma volevano che lui soffrisse perché soffrissi io e iniziarono a far soffrire tutti quanti, perché altri ancora soffrissero e si disperassero nel dolore. Dopo quella scena straziante, il mio istinto mi portò a correre giù per le scale, inciampando, sentendo dietro di me ombre striscianti sulla superficie dei gradini, sul soffitto, sulle pareti, accompagnate dalle grida agghiaccianti di mio figlio che avrei potuto dire fosse ammazzato ripetutamente in ogni angolo di casa per quanto quelle grida si erano espanse. Arrivato alla sala da pranzo, qualcosa fece rovesciare il tavolo e ne approfittai per gettarmici dietro a capofitto, mentre sentivo la prima esplosione fuori, in città, e i primi lamenti.

...forse non avrebbe mai potuto concludersi, per questo faceva parte della nostra discesa nell'oblio, ove adesso avremmo dovuto espiarci dalle nostre colpe totalmente e raggiungere il vero male, ricongiungerci ad esso. L'odio che avevo fermentato finora nel mio cuore esplose unitariamente e il mio desiderio fu di giungere al forziere: per cosa? Per chiuderlo? Avrei voluto distruggerlo, farlo sparire per sempre. Con la forza della disperazione, per scudo contro la sofferenza, mi alzai e mi guardai attorno, nel buio. In quel momento ci fu un lampo, una risata. Io non riuscii a scorgere in quel barlume sagome a terra, né attorno. Era nel buio che sentivo un sibilare, ma stringendo i pugni andai tentoni verso l'unica cosa che potevo vedere: un piccolo baluginare, il baluginare del recipiente maledetto sopra un tavolino, pochi metri più avanti.


ΚΑΚΙΑ

Era una voce incomprensibile, rauca e incomprensibile. Un tenue raggio rosso scaturì dall'interno parzialmente visibile del forziere.


ΘΛΙΨΗ

Le voci erano due, una più aspra come la precedente, una più malevola. Erano dolorose, erano attanaglianti quelle parole, ma non le comprendevo e io non volevo sforzarmi per capirle: volevo solo continuare ad avanzare. La voglia di arrivarci fu tale da spingermi a camminare nonostante i tremori forti e l'oscurità fitta e innaturale, nonostante ebbi la fugace impressione che ci fosse sotto una sedia un'ombra. Nonostante la sensazione di essere scrutato.


ΜΙΣΟΣ

Un sommesso ringhiare. Era solamente un gioco, nulla più. Quando qualcosa produsse vicino al mio orecchio destro una folata di vento... cominciò il battito costante di un cuore in petto che echeggiava e echeggiava. I miei occhi erano fissi al forziere per non alzare lo sguardo verso il soffitto, perché ero certo avrei trovato qualcosa che si allungava verso la mia nuca.


ΛΥΠΗ

Silenzio. Il respiro e il battito. Unici suoni: ed erano quelli che ti uccidevano davvero. Mi spaventava, mi terrorizzava... mi intimorivano i fruscii nello spazio intangibile davanti a me. Ci fu un lampo e una figura massiccia balzò a lato, seguita da artigli ticchettanti sul pavimento, che poi si spensero. Mi morsi la lingua e ne uscì sangue quando una lama sferzò dinanzi a me stridendo, facendomi balzare e mugolare come un animale ferito.

ΑΠΕΛΠΙΣΙΑ

Lo sguardo si fissò ancora sul forziere e ciò mi fece camminare. Mentre le plurime voci mi rimbombavano nella testa...e cercavo di non pensarci... cercavo di non prestare attenzione a niente...cercavo di non voltarmi... e di non badare a ciò che era caduto davanti ai miei piedi. La tentazione vinse e in un lampo potei scorgere i lineamenti di mio figlio, la sua faccia senza mascella e il capo deformato. Alzai immediatamente la testa alla risata gelida che ne conseguì. Il forziere irradiava ormai raggi rossi per tutta la stanza, rendendo visibile il cadavere martoriato del mio orgoglio inchiodato alla parete in una posa contorta al di sopra del tavolino su cui poggiava l'oggetto.


NTPOΠΗ

Caos. Ancora presenze intorno a me. Le lacrime mi rigavano il volto come fiumi in piena senza che me ne accorgessi. Il respiro si tramutò in un forte risucchio, cosa che mi fece porre l'attenzione sul petto del cadavere che si muoveva, su e giù...su e giù...su e giù...e poi soltanto giù, contraendosi. Artigli raschiarono sul legno e le lame stridettero ancora alla mia sinistra, con un sinistro sibilo. Le voci... provenivano dalla gola di mio figlio e l'unica cosa che me lo facesse intendere era la mascella lievemente traballante. Un'ombra si stagliò sulla parete dell'assassinio (se la vittima fosse davvero morta o meno),sempre più grande. L'enorme ombra si contorceva. Volevano gli ultimi passi, li volevo anche io, disperatamente.


ΦΟΒΟΣ

Silenzio. Poggiai le mani sul tavolino e all'altezza del petto del ragazzo morto, al centro dell'ombra imponente, si aprirono lentamente due purpurei occhi di sangue. Sentii una lama trafiggermi e conficcarsi nel legno e degli artigli solcare la mia pelle tirandomi all'indietro. Il forziere si sollevò in aria e si capovolse sopra il mio viso rivolto al soffitto, inondandolo di rossa luce.

Dentro il forziere potevo vedere uomini felici. Potevo vedere bambini ridenti e in corsa attraverso i prati. Donne sorridenti che lavavano con zelo i panni e salutavano i propri mariti appena tornati a casa. I mariti che tornavano, soddisfatti del loro operato, trovando un bel pasto caldo e la gioia dei famigliari nel rivederlo. La sera gli uomini facevano festa, scherzavano e cantavano, ballavano intorno al falò e bevevano fino ad addormentarsi. Dormivano beatamente o facevano l'amore. Era tutto così bello che mi chiesi, sorridendo, come non potesse finire. Anche per me una volta era stato così, ma d'un tratto tutto mi era stato strappato e la mia tortura, quella di veder soffrire la mia gente, uccidersi fra loro, odiarsi e insultandosi, picchiando le donne e non considerando i bambini, era iniziata nel momento in cui mio figlio era entrato in casa euforico con quel forziere d'argento ornato d'oro fra le mani. Adesso vedeva qualcosa dentro quel forziere: o meglio, quel che era stato strappato, derubato. E provai disperazione, tristezza, sofferenza, odio, invidia e paura. Volli distruggere quel che era stato mio. Volli portare il male. Volli vivere o morire per portare il Silenzio e il Caos.

Nessuno può essere felice. Arriva la fine: e non si tratta della fine del mondo. Ma si tratta della fine di un'era, per darne inizio ad un'altra, in modo che tutti possano conoscere il vero male. In modo che tutti possano capire quanto siano deboli e miserabili. Che alla fine dovranno fronteggiare i loro demoni e prenderne il posto. In ogni epoca, in ogni tempo. In diverse forme, la stessa oscurità.

Lo stesso Vaso. E altre Pandora.

E così io, Demone, entrai nel forziere insieme ai miei fratelli. In modo che qualcuno trovasse un piccolo recipiente chiuso.


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