Ho di nuovo sangue sulle mani, ma non è mio. Il Codex, vuoto, giace sulla mia scrivania. La mia calligrafia, ancora umida d'inchiostro, riempie una pagina che prima non esisteva. "Non so perché stia scrivendo questo. Forse per lanciare un avviso..."
Le parole sono mie, ma non le ho scritte io. Sono io, ma non sono io. Ecco come è andata.
Mi chiamo Charles. Ero un archivista, un uomo che ha speso la vita a respirare la polvere di storie ormai dimenticate. La nostra piccola università ha ricevuto una cassa senza mittente, di legno annerito e con corde intaccate da sale e sangue secco. Dentro non c’era un libro, ma un oggetto che si presentava come tale.
La copertina era di pelle, ma non del tutto umana. Le cuciture sembravano vive, pulsanti. Un odore di muffa marina e carne arsa si diffondeva. Al posto del titolo, un occhio allungato, serpentino, era inciso nel cuoio. Era il Codex. Nessuno si avvicinava, ma io sentivo il suo sussurro. Non solo nella mente: le mie vene formicolavano e avvertivo un dolore sordo al petto ogni volta che lo aprivo.
Sfogliandolo, ho capito che non era un libro, ma un contenitore. Un guscio per qualcosa che desiderava uscire. Le pagine raccontavano di una donna vissuta a metà Ottocento. Una scienziata, un'alchimista. Una strega. I suoi appunti, scritti in prima persona, erano freddi e metodici, ma sotto la superficie si percepiva una fame insaziabile.
Il suo nome era Maria.
Scriveva del Serpente, una creatura con cui era entrata in contatto nei sogni, una spirale che conteneva tutte le voci del tempo. Diceva che il Serpente le parlava attraverso le sue vene. Maria non era malvagia per scelta, ma per natura. Una creatura priva di empatia, rapita dalla decomposizione del mondo. Non era il Serpente a sceglierla: era lei ad averlo chiamato con la sua intelligenza brillante e una voracità insaziabile di sapere.
Il rituale per l’immortalità era descritto con dettagli agghiaccianti: una stanza circolare, ventisette cultisti, sangue, incenso e ossa di neonati. Ma non era una cerimonia, era una trappola. La donna non aveva mai creduto nei culti, li aveva usati come pedine. Quando il Serpente scese, non ci fu gloria, ma solo puro e assoluto dolore. La carne si staccò dalle ossa, la mente si aprì come un utero ribaltato, e la verità la travolse: il mondo è una menzogna, l’universo un incubo sognato da qualcosa che non dorme mai.
Lei non è morta. Si è trasformata. Ed è rimasta, oltre il tempo, oltre la realtà.
Nessuno sapeva dove fosse finita, fino a quando non ho letto l’ultima pagina del Codex, scritta a mano con un’urgenza terrificante: "Il mio contenitore si svuota. Ho bisogno di occhi. Aprimi."
Quella notte ho fatto il primo sogno. Ho visto le sue mani, ossa avvolte in lembi di pelle bruciata, muoversi tra palazzi moderni. L’ho vista in metropolitana, un’ombra tra la folla, senza occhi, ma con la bocca che sussurrava in lingue che non esistono. Il Codex non mi ha più lasciato. Non mi lascia dormire. Non mi lascia pensare. Quando lo apro, scrive da solo.
Ieri, ho trovato una pagina con la mia calligrafia. Diceva che Maria era a Birmingham, in uno scantinato sotto una biblioteca chiusa. E oggi, ci sono andato.
L’ho vista.
Era seduta su una poltrona sfondata, immobile. Il suo cranio esposto era coperto da un velo nero. Intorno, candele senza fiamma fluttuavano nell’aria. Quando mi ha visto, non aveva occhi, ma la sua bocca ha sussurrato una sola parola.
"Vuoto."
Mi sono svegliato nel mio letto. Ho sangue sulle mani. E il Codex, sulla mia scrivania, è vuoto. Ho provato a urlare, ma le mie labbra si sono solo mosse, e la voce che ne è uscita non era la mia. Era un sussurro antico, freddo, che pronunciava una sola parola. "Vuoto". Ho guardato le mie mani. Erano le mie, ma non le sentivo. Erano la sua pelle, le sue ossa. Se leggi queste parole, non cercarla. Lei non è una leggenda. Lei è ancora qui. E ora, anche tu sai che il mio contenitore è pronto.