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Non riuscii completamente ad aprire gli occhi. Combattei la luce del sole che batteva sul mio viso, mi voltai di fianco e cominciai ad alzarmi. Il dolore m’assalì. Sembrava che qualcuno, in quella notte un po’ tormentata, avesse aperto le mie labbra con un forte pugno. Le leccai entrambe per constatarlo. Erano spaccate, e bruciavano. Scrollai le spalle, saltai fuori dal letto, e mi nascosi dal sole, cominciando a riconoscere la stanza attorno a me. Ero ospite a casa di alcuni miei parenti, per una breve vacanza, e quello era l’ultimo giorno. Continuai a tastare le mie labbra martoriate, e pensai di essermele morse nel sonno. Ma in quella casa così poco famigliare, un pensiero lento e freddo cominciò ad entrare nella mia mente, e impercettibilmente rabbrividii. Era stato sicuramente qualcuno, qualcuno dei miei famigliari. Li conoscevo tutti, e la strana e immediata sfiducia che provavo in quel momento nei loro confronti non faceva che convincermi. I loro occhi, i miei ricordi e le mie sensazioni senza alcuna pietà fornivano prove esaustive. Fra di noi, c’era un unico nucleo, e sapevo quali desideri e pensieri potevano esistere in loro. In passato erano già successe tante cose. Io in primo luogo, avevo pensato e commesso azioni che contribuivano a farmi rabbrividire in quel momento. Cercai di riemergere, e rimasi col mio primo pensiero. Era stato qualcuno. Le labbra spaccate potevano non sembrare chissà cosa, ma non era la prima volta che succedeva. Anzi, spesso mi ritrovavo con ferite, lividi e altro. Vagai silenziosamente per la casa, riordinando pensieri e fantasie. Razionalmente era ridicolo pensare ad un maniaco nella mia famiglia, dall’altra era tremendamente affascinante. Gemetti nuovamente quando mi sfiorai nuovamente le labbra. I miei sospetti includevano per forza una presenza. Non era la prima volta che era così, sebbene la prima di quell’anno appena iniziato. Come sapevo dell’esistenza di un qualcosa fissato a trovarmi nel sonno? Forse l’avevo già conosciuto. La sentivo oscura, e ora che tanto ci ricamavo sopra, tanto instaurata in me. Non se ne sarebbe più andata..

Avrei potuto raccontare chiaramente ogni scossa, ogni lampo e tutto l’acido che mi percorreva il corpo. Sulle mie labbra il dolore era più intenso, sotto la violenza delle mie dita. Quello che stava arrivando era un ricordo cosciente, nitido e chiaro. Eccolo, lui, affianco a me, anche prima di quella sera. Quel tempo, godeva della lenta melodia che poteva avere un cacciatore di sogni, qualcuno che poteva e riusciva a danzare nel silenzio. In quel momento, ero rimasta senza una guida. Sentii ogni tocco, sebbene solo regalo del mio inconscio, che avevo immaginato con una sola persona. L’amavo. Io e lui non eravamo mai esistiti secondo la realtà, ma fra me e me, mi ero già concessa a lui. Era l’unica cosa che valeva davvero. Sì, sognavo una notte con lui, i nostri due corpi, solo noi due. Ed eccola, in una delle linee finali, la sensazione di quella presenza, la sentivo fluttuare sopra di me, avvicinando a me le sue dita appuntite che sporgevano dal suo corpo bordò quando pensavo al sesso. E mi abbandonavo sempre a quelle sensazioni, mi possedevano. Ero io. Mi trasformavo nel mostro che, inconsciamente o no, mi dava amore. Si dondolava nel lato più profondo di me, e dove andavo io? Alla deriva, di ogni cosa.

Avevo paura, e ora conoscevo il Demone del sesso. Ci parlavo, faccia a faccia. Pensavo che egli venisse ogni notte, che fosse sempre venuto. Sapevo che ognuna di esse lui mi aveva usato, mi aveva posseduto, in quello che era il nostro desiderio comune. Il fatto era forse che io e lui, ci conoscevamo molto bene. In quel momento, sveglia dal precedente incubo, crollavo stavolta realmente, affrontando ogni ricordo. C’era un’altra persona, forse una vera parte di me, che era anche la mia altra metà. Con lui era stato diverso. Lentamente, e una sola volta, avevo raccontato quella storia, lui e me, nel mondo del Demone. Soprattutto, io l’avevo portata da lui, e non il contrario. Non c’era nient’altro che valesse quanto quel legame, talmente mistico, che come il sonno stava nuovamente chiudendo i miei occhi, stava colorando sé stesso, e ora che il Demone tornava da me, manteneva il controllo. Ciò che era, era più importante di me e il Demone. Era mio e di nessun’altro. Era così facile ora fronteggiare il Demone, riuscire a non guardarlo. Passavo dal mio al suo mondo, come il sonno che non arriva subito. Parlavo, pensavo con lui. Poteva egli non dipendere da me quando ero io che l’animavo? E sullo sfondo, il legame, il mio legame, da me messo alla prova per gli occhi di quel Demone, non era stato attaccato, modificato o alterato, lo sapevo. Forse lo ringraziai, il Demone. Come essere umano, ciò che era più forte in me non poteva essere toccato, e m’apparteneva se io lo volevo.

La settimana si era conclusa, portandomi infine di nuovo verso ciò che sapevo affrontare: casa. Un mio parente, di cui il ricordo oramai sfuma facilmente, accompagnò me e mia madre all’aeroporto. Mi accorsi sicuramente però, quando osservai il suo viso e un nuovo episodio e un dialogo col Demone inconsciamente sorse. Il suo viso era bellissimo, i suoi occhi. Ciò che io e lui avevamo fatto quella settimana non importava più, svanito con quel momento. Un’altra volta, quella settimana, nel suo ultimo giorno, il Demone mi sopraffece. Per l’intero viaggio, lui parlava a tutto il mio corpo, e gli donava un unico desiderio. Il sesso. Non mi staccai da quel mondo neanche per un secondo. Il viaggio terminò, infine, e dovetti abbandonare la mia ultima preda, salutandolo. Cercai di ignorarlo per tutta l’attesa che mi avrebbe portato sull’aereo diretto a casa. Sopportai quel viaggio, ascoltando qualcosa che con ogni passo se ne stava andando, senza capire esattamente cosa. Appena scesa, ogni traccia di lui, di quel familiare Demone, era stata lavata via, quando i miei piedi toccarono il suolo della mia terra natale. Egli era andato via, e non sarebbe tornato, per un po’.


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