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Mark Sullivan non ricordava nulla di quello che gli era successo giusto un’ora prima, all’uscita del bar: essendo un accanito bevitore, propenso alle sbornie, avrebbe di solito attribuito la cosa al troppo bere… se solo stavolta non si fosse risvegliato in un luogo a lui sconosciuto, al buio e con le mani legate dietro la schiena. Il mal di testa che provava in quel momento non era certo quello di un alcolizzato dopo una serata di svago, ed il rivolo sangue che gli stava colando dalla fronte ne era la prova. Che diavolo era successo? Chi lo aveva colpito così forte? E più di ogni altra cosa, dove si trovava? La condensa del proprio respiro contro una superficie di stoffa gli fece capire che non era effettivamente in un luogo buio, ma che piuttosto era stato incappucciato.

“Come si sente, Mr. Sullivan?” una voce femminile interruppe i suoi pensieri sconnessi, facendolo sussultare. “Finalmente si è svegliato.”

“Ho avuto risvegli migliori…” mormorò lui in un falso senso di sicurezza dovuto ai troppi Martini. Cercava di fare ordine nella sua mente e nello stesso tempo mantenere la calma per capire chi fosse il suo rapitore e per conto di chi lavorasse. Che fosse stata una vendetta della sua ex moglie? Possibile in effetti, Mark non era mai stato un santo ed il suo divorzio era stato un logico susseguirsi alle sue continue scappatelle. Un’altra voce maschile si inserì nel buio: “Immagino si chieda del motivo per cui si trova qui stanotte. Ora le spiegheremo tutto.“

Qualcuno gli tolse il cappuccio e per i suoi occhi fu immediatamente luce. Inizialmente abbagliato dalla torcia che gli era stata puntata contro, Mark Sullivan riuscì piano piano a distinguere i suoi aguzzini: una giovane donna piuttosto avvenente se ne stava in disparte, mentre un anziano ed un uomo alto e muscoloso lo fissavano con espressione indecifrabile. 'Fantastico!' pensò 'Non uno, ma tre rapitori del cazzo!'. Quindi si mise ad osservare il luogo in cui si trovava: era buio, illuminato solo dalla potente torcia tenuta in mano dal vecchio, ma riuscì a distinguere delle lastre di pietra con delle incisioni parzialmente coperte di muschio. Ciò lo portò ad una realizzazione: era un cimitero, ed un cimitero piuttosto fatiscente, a ben vedere. Uno scrittore alcolizzato, tre rapitori ed un vecchio cimitero abbandonato di notte… inutile dire che lo scenario non appariva dei più rosei.

“Sentiamo, chi siete e cosa volete da me?!” chiese.

“Con calma!” lo interruppe la donna “…prima di tutto, Mr. Sullivan, ci dica: che ci faceva stasera al bar?”

“…Stavo festeggiando la pubblicazione del mio nuovo romanzo.” rispose lui. La giovane fece una risatina sarcastica e commentò: “Siamo arrivati proprio al momento giusto, allora!”

Questo fece irritare parecchio Mark, che cercò di alzarsi in piedi, ma venne repentinamente messo a sedere dall’uomo più giovane. “Mr. Sullivan, è impaziente di sapere tutto? Molto bene, dia un’occhiata…” accennò il vecchio, puntando la torcia verso una lapide. Mark dovette strizzare gli occhi per osservare la pietra tombale, ma si rese conto che rispetto alle altre non era consunta dal tempo. Qualcuno doveva essere morto di recente. Il nome inciso sulla lapide era Stephanie Knight, ma non gli diceva nulla. “E allora?” mormorò senza sapere che pensare. 


“Proprio non si ricorda di lei, vero? E se la chiamassi 'Stephanie la Buzzicozza', le tornerebbe in mente qualcosa?”


Stephanie la Buzzicozza. Una campana risuonò nella sua mente… come scordarsi di quella? Ai tempi del college Mark amava fare il bulletto, ed aveva posato gli occhi su quella povera disgraziata, brutta d’aspetto e pure cicciona. Era troppo semplice e divertente prendersi gioco di lei! Si ricordò della volta in cui lui e i suoi compagni raccolsero dell’acqua sporca in cui avevano buttato dei mozziconi di sigaretta, per poi gettargliela addosso di fronte a metà college. Non aveva mai riso tanto prima, a vederla scappare via in lacrime, mentre le ragazze le gridavano “Stephanie puzza! Stephanie puzza!!!”. E che dire di quella volta in cui avevano convinto un secchione a scriverle una lettera d’amore, per poi ridicolizzarla di fronte ai ragazzi del club di football? Un classico! Il viaggio nel viale dei ricordi adolescenziali fu interrotto dalla voce della donna: “Si ricorda di lei? Ci troviamo qui per conto suo…”

“Ma certo che mi ricordo di lei!” sospirò Mark. “E credo anche di avere capito anche come andrà a finire! Siete qui per vendicarvi , vero? Qui per vendicarvi delle stronzate che ho fatto a discapito suo, qui per uccidermi! Beh, vi do una notizia: ero solo uno stronzetto di 17 anni, cose simili le abbiamo fatte tutti quando eravamo stupidi e giovani! Posso dire che mi dispiace per quello che ho fatto, e d’altro canto il primo libro che ho scritto è proprio basato sull’esperienza di bullismo al college! Per cui voi assassini imbecilli siete liberi di ammazzarmi, ma sappiate che non finirà qui!” disse, urlando l’ultima frase con disprezzo. Sapeva di essere inerme e preda del destino che quegli aguzzini gli avrebbero riservato, ma l’alcool che aveva in corpo continuava a coccolarlo e farlo sentire forte avvolgendolo in una lieve nube. Aggiunse quindi, con aria di sfida: “Comunque sia, questa storia sarebbe ottima per un ennesimo romanzo da quattro soldi, non siete nemmeno creativi: la solita storia della tizia morta che manda galoppini per vendicarsi… sa di già visto, quanti cliché…!”

Il trio rimase in silenzio guardandosi negli occhi, quindi la donna replicò con un tono di voce pacato che gli fece gelare il sangue:

“Lei ha le idee confuse, Mr. Sullivan. Non siamo assassini, e non intendiamo ucciderla! Anzi, è vero il contrario…"

“C-cioè?!” mormorò Mark confuso.

“Deve sapere che all’epoca in cui si divertiva a molestare Stephanie, lei cadde in depressione. Tentò anche di suicidarsi un paio di volte, stanca di genitori che non la capivano e di ragazzi come lei che rendevano la sua vita un inferno. Riuscì però a trovare uno sfogo nella scrittura. Metteva su carta tutto il dolore, lo stress e l’ansia provati in vere e proprie storie d’orrore. E pensava spesso a lei, Mr. Sullivan. Quando creò il suo migliore personaggio, Il Demone dalle mille bocche, si ispirò completamente al suo carattere!”

“Stronzate!!!” gridò Mark interrompendo il discorso. “Il demone dalle mille bocche è un personaggio di Alexander Queen! Quello è uno scrittore di Best Seller famoso, non vorrete farmi bere una simile boiata?!” Conosceva bene i libri di Alexander Queen. Quando aveva deciso di esordire come scrittore, lui era stato un punto di riferimento. I suoi racconti dell’orrore, raccapriccianti e profondi, che vedevano spesso il Demone dalle mille bocche come protagonista, avevano riscosso un successo mondiale, annoverandolo tra gli scrittori più popolari del genere. Il trio rimase ancora una volta in silenzio, quindi l’anziano si avvicinò, sorrise e disse:  “Ragazzo, mi stupisco che tu non lo sappia! Non è per niente raro che uno scrittore donna utilizzi degli pseudonimi per firmare i propri lavori! Stephanie Knight decise di usare il nome di Alexander Queen… ed è anche il motivo per cui uno scrittore eremita come lui non è mai apparso in pubblico!” Mark spalancò gli occhi in preda allo stupore. Non riusciva a proferire parola, soltanto a muovere la bocca senza produrre suono alcuno. La donna dunque passò la mano sulla tomba di Stephanie, fissandolo bene negli occhi.

“Veniamo a noi, dunque. Come ti ho detto, Stephanie non avrebbe mai voluto la tua morte, proprio perché sei stato tu ad ispirarla per i suoi romanzi. L’ha detto lei stessa a me, sua migliore amica. In un certo senso ti era molto grata. E non solo: quando il cancro aveva preso ormai piede, si era messa a leggere tutte le tue opere. Vuoi sapere cosa ne pensava?” chiese con un’espressione curiosa.

“…Cosa pensava dei miei lavori?” mormorò Mark, deglutendo nervosamente.

“…Pensava che erano ben strutturati e scritti, ma che mancavano però di emozione. ‘Le sue storie d’orrore tentano di simulare esperienze traumatiche, ma non ha idea di come si debbano ritrarre’, diceva. Insomma, credeva tu avessi talento, ma che ti mancasse una certa esperienza.”

Mentre la giovane parlava, Mark vide con la coda dell’occhio il vecchio dargli le spalle e trafficare con una piccola valigetta metallica.

“Ecco dunque perché siamo qui.” Continuò la donna. “Prima di morire, Stephanie ha disposto una parte della sua fortuna per assoldarci, chiedendoci un ultimo favore, o meglio di fare un ultimo favore a te, Mark. Ci ha chiesto di sviluppare il tuo talento facendoti fare esperienza. Ed è proprio quello che ha detto: ‘Se intende scrivere racconti dell’orrore autentici, deve assaporare cosa sia il terrore ed il dolore, o il talento non basterà!’”

Così dicendo, ella si discostò da Mark, lasciando avanzare l’anziano.

“Dottore, credo tocchi a lei…”

Un rumore stridente e acuto perforò i timpani dello scrittore, che lanciò un urlo alla vista del trapano nella mano destra del vecchio, che roteava ad una velocità disumana. Coperto dalle urla di terrore di Mark, il vecchio si avvicinò, chiedendogli

“Allora, è pronto per coltivare il suo talento, Mr. Sullivan?”


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