Creepypasta Italia Wiki
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Copertina -Il volto della paura-

Due volte vidi quel volto alla finestra, premuto contro la superficie, il suo gelido respiro appannava il freddo vetro. All’inizio mi parve bizzarro: la pelle al di sotto degli occhi penzolava, scoprendo il sensibile strato di carne rossa sottostante.

Era l’inverno dell’83, ed avevo affittato una baita per tre notti – solo tre notti. Avevo bisogno di una pausa, di un luogo dove potermi rilassare, un luogo dove potermi riprendere. Avevo avuto un attacco cardiaco due mesi prima; una dolorosa e straziante esperienza che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Giacevo disteso sul pavimento della cucina, mentre il terribile supplizio pervadeva le mie vene – petto – braccio – mascella. Avevo perso conoscenza, per poi ritrovarmi sul letto di un ospedale qualche giorno dopo. Era stata mia figlia, Jen, a trovarmi. Ringrazio il cielo, e lei.

La baita avrebbe dovuto fungere da ritiro, un luogo lontano dallo stress della mia vita; le conseguenze di un matrimonio fallito, la pressione dovuta ad una carriera instabile e l’orrore di ritrovarsi faccia a faccia con la morte. La tranquillità mi era ormai estranea. La paura, tuttavia, era divenuta sia la mia nemica che la mia perenne compagna. Ero consapevole di ogni singolo battito del mio cuore, la minima variazione nel ritmo o una palpitazione facevano subito germogliare il terrore. La consapevolezza che, in qualsiasi momento, lo stesso organo che dava la vita avrebbe potuto portarmi di fronte al supplizio della morte sembrava un pensiero perverso, un abominio. Procedevo lungo il sentiero della mia vita come fossi fatto di vetro, col timore che il minimo sforzo avrebbe potuto infrangermi.

I medici avevano fatto la loro parte grazie alla chirurgia e ai farmaci, ora era il mio turno far sì che il mio corpo guarisse al meglio. Solo con il tempo si sarebbe potuto stabilire quanto successo avrebbero avuto tali sforzi. Mi venne suggerito di rilassarmi, di intraprendere un breve percorso di fisioterapia e di evitare ogni fonte di ansia o forti emozioni. Ma come fa una persona ad evitare situazioni di shock o brutte sorprese? Per definizione, lo shock viene scatenato da un evento ignoto, imprevisto ed inatteso che rimane in agguato nell’oscurità, lì da qualche parte, confuso nella nebbia di ciò che deve ancora avvenire – dietro un angolo, nella stanza successiva, uno sviluppo imprevisto delle cose, o una sgradita chiamata portatrice di cattive notizie. L’intero concetto di evitare l’imprevisto lo trovavo esilarante. In ogni caso, mi ritrovai a prepararmi per la tranquilla solitudine della campagna, seguendo il consiglio degli esperti e di quegli uomini e quelle donne con i lunghi camici bianchi e sterili.

All’inizio ignorai le loro raccomandazioni, rimanendo rinchiuso in casa a marcire, contando le ore ed i battiti del mio cuore, le unità di misura che scandivano la mia vita. Quando si resta immobili senza far nulla, la mente può rievocare terribili ondate di ricordi. Pensai a Suzie, agli anni passati insieme ormai gettati nella pattumiera. Eravamo stati felici, una volta, ma avevo contribuito con la mia parte quanto tutto finì. Era venuta a farmi visita in ospedale, probabilmente pure lei desiderava una riconciliazione, tuttavia sentire il baratro tra di noi, quando si sedette al fianco del mio letto, fu una sensazione peggiore di qualunque dolore fisico. Con un sorriso, ci scambiammo alcune vuote parole di tutti i giorni, quelle che intasano ogni reparto di un ospedale. Quando se ne fu andata, sfiorò la mia mano per un brevissimo istante, nonostante fossi consapevole che non serbasse più la scintilla d’amore che una volta aveva per me. Cercava di essere gentile, ma alcune cose che si dicono e che si fanno non possono mai essere cancellate, come un incendio di risentimento che non può mai essere estinto. Si dice che il tempo curi ogni ferita, ma alcune ferite sono più profonde di altre.

In quegli squallidi giorni di solitudine, avevo in mente solo il pensiero di mia figlia ad aiutarmi a non cadere nella spirale della depressione, nonostante rimanesse con la madre per la maggior parte del tempo. Forse ero stato troppo freddo anche con lei, riconoscevo il mio fallimento come marito, ma non riuscivo a concepire di essere stato tutto fuorché un padre amorevole; vivevo quindi per quei brevi due giorni alla settimana, nei quali potevo vederla. Il resto del tempo era pervaso dal timore della morte e dal pensiero di non valere nulla. Amici, famiglia, dottori – tutti mi spronarono a prendermi una vacanza, ma ero spaventato, avevo paura che il mio cuore cedesse, terrorizzato dalle possibilità che la mia paranoica mente riusciva a generare, preoccupata dallo stato fragile del corpo che la ospitava.

Se non fosse stato per Jai, non me ne sarei mai andato. Veniva a trovarmi diverse volte nel corso di una settimana e mi spronava ad essere il più positivo possibile grazie ai suoi racconti e alle sue battute. Fu lui a farmi continuare ad andare avanti, e alla fine mi convinse che passare alcuni giorni in campagna mi avrebbe sol giovato. In ogni caso ero terrorizzato all’idea di stare da solo, isolato, lontano da tutto e da tutti. E se avessi avuto un altro arresto cardiaco? Forse, il secondo sarebbe stato quello decisivo, quello fatale, e anche nel caso potessi essere salvato mi sarei ritrovato troppo lontano perché qualcuno potesse raggiungermi in tempo. Avevo bisogno di un luogo isolato dal mondo in cui rilassarmi, ma non troppo lontano dai prodigi della medicina moderna.

Per tale motivo scelsi la baita Blackwood.

Jai c’era stato quando era più piccolo. La baita si trovava in un appezzamento di campo aperto, da un lato confinante con una grande foresta e dall’altro sfiorata da un meraviglioso torrente. Nonostante sembrasse un luogo distaccato da tutto il mondo, si trovava a neanche dieci chilometri dall’ospedale più vicino in linea d’aria, il quale si trovava in una piccola cittadina sul confine di quella fitta e cupa rete di alberi. Questo, unito all’ostinazione di Jai, che pur di convincermi sarebbe rimasto pure lui alla baita, mi rese abbastanza sereno, consapevole che un aiuto sarebbe sempre stato a portata di mano.

Già mi sentii più rilassato quando abbandonammo la città, e durante il viaggio chiacchierammo e ridemmo, ricordando i nostri giorni passati insieme all’università. Per la prima volta dopo mesi mi sentii estremamente positivo ed ottimista, mentre osservavo l’autostrada allontanarsi dietro a noi, abbandonando le sue grinfie di cemento per cedere posto alla natura incontaminata, e al grandioso splendore degli spazi aperti. Menzionai Suzie e la nostra separazione solo una volta, ma Jai glissò immediatamente il discorso verso qualcosa di più allegro e positivo, come faceva spesso. Serbavo ancora la speranza che il divorzio non venisse ufficializzato, che lei tornasse da me, ma la speranza può essere qualcosa di estenuante e logorante, per cui cercai di tenere Suzie il più lontano possibile dai miei pensieri.

La strada a corsia unica serpeggiava in mezzo alla Foresta Blackwood. Ci dibattemmo lungo oltre dieci chilometri di tornanti e curve e serpentine, prima di raggiungere la radura aperta. La radura era tappezzata da erba selvatica ed era pregna d’acqua, così pregna che fummo costretti a parcheggiare l’auto a circa un centinaio di metri dalla nostra effettiva destinazione per evitare che rimanesse impantanata. Nel mezzo di quel terreno zuppo, simile ad un acquitrino, si ergeva il vecchio e percolante rifugio che avremmo chiamato casa per i seguenti tre giorni.

La baita era di per sé piccola, dotata di una stanza principale completa di una stufa a legna e di un cucinino, e di due anguste camere da letto che si affacciavano sul retro. Si trovava lì da molti anni, questo era certo, e le travi di legno scuro, le quali sopportavano il grave peso del tempo su di loro, attraversavano il soffitto incurvandosi, come una conca. L’odore del muschio e della corteccia avvolgevano l’atmosfera, e il suono dello scorrere del torrente, sul lato della baita, gorgogliava e scrosciava – pacifico, sereno, ma allo stesso tempo misterioso.

Durante il primo giorno non accadde nulla di particolare: proprio ciò di cui avevo bisogno, ovvero rilassarmi con un libro davanti a tre grandi tronchetti di legno che ardevano, e passare qualche attimo seduto sulle scale di fronte alla baita, osservando come il torrente accresceva la sua portata con le correnti invernali. Fu in quel momento che compresi il perché del nome di quel luogo. Guardando oltre i ciuffi d’erba, verso il confine di alberi, la foresta aveva un aspetto suggestivo ma impenetrabile da quella distanza; la radura che accoglieva la baita arrestava solo temporaneamente la sua sconfinatezza, che tornava a ricoprire il terreno dall’altra sponda del fiume. Il bosco era cupo e fitto, sì, ma gremito di vita, di vitalità, di cose – cervi, volpi, coleotteri, scarabei, conigli – ma non avrei mai potuto immaginare gli orrori che si nascondevano tra i suoi fitti e intrecciati rami sempreverdi.

Molte trappole per turisti sopravvivono grazie ai racconti di fantasmi e di ghoul che si nascondono in qualche luogo; storie che vengono esagerate dai proprietari delle osterie o dai direttori degli hotel, i quali narrano di stanze nelle quali qualcosa di infausto si aggira allo scoccare della mezzanotte. I turisti si ammassano come un gregge in posti simili, nella speranza di passare la notte in una camera infestata; sperano di scorgere di sfuggita qualcosa nell’oscurità, qualcosa che suggerisca quanto la vita sia molto più bizzarra – più interessante – di quanto possiamo immaginare. Persino quella solitaria e dimenticata baita pareva avere qualche leggenda legata ad essa.

In una libreria, incastrata in un angolo di una delle camere da letto, Jai trovò un vecchio tomo in copertina rigida e rilegata. Le pagine erano ingiallite, citava al suo interno il 1967 come data di pubblicazione, ed era chiaro avesse avuto una sola edizione, per essere poi abbandonato in quella baita per titillare la curiosità di coloro che ci avrebbero alloggiato. Il libro si intitolava “La Bestia della Foresta Blackwood”. Sfogliandolo, scoprii che l’autrice aveva dedicato gran parte della sua vita alla documentazione di una leggenda locale. Io stesso avevo sentito varie storie a riguardo quando ero più giovane, quando frequentavo una ragazza che viveva in un paese vicino. Tutti i ragazzini parlavano di questa Bestia della Foresta Blackwood, una creatura che ogni adulto aveva avvistato durante una battuta di caccia nella foresta – una creatura tetra, mastodontica, mostruosa. Ovviamente ho sempre riso in faccia a racconti del genere, e nessuna prova concreta sulla sua esistenza era mai stata trovata; tuttavia, ogni inverno, si spargevano delle voci riguardo a qualcosa che si aggirava nel bosco camminando in modo dinoccolato durante la notte.

Man mano che il giorno si trasformava gradualmente in crepuscolo, lessi alcune pagine del libro mentre Jai mise altra legna sulla stufa e preparò la cena. Nonostante rifiutavo l’esistenza di una tale leggenda, considerandola insensata, trovai il libro piuttosto persuasivo; le testimonianze contenute in esso mi suggestionarono al punto che vidi qualcosa che non c’era: delle ombre muoversi all’esterno, sotto al mantello del tramonto. Iniziai ad essere consapevole del mio cuore, percependo ogni battito, e decisi che era meglio lasciarsi alle spalle i timori che causa il genere horror – che fossero storie reali o inventate. La mia mentre era ancora afflitta dallo stress dovuto alla separazione con Suzie e alla paura che anche la minima palpitazione potesse segnalare un altro attacco cardiaco; per questo motivo, i resoconti riguardanti una terrificante creatura che cacciava in quelle vicinanze, non importa quanto fosse assurda o irragionevole come cosa, non erano adatti alla mia fragile situazione. La pura aria di campagna, d’altro canto, mi stava facendo un mondo di bene.

Dopo cena, Jai mi fece una sorpresa con una bottiglia del mio whisky preferito – Lagavulin 16 anni. Sapevo che i medici non sarebbero stati d’accordo, ma l’idea di portare quel dorato e riscaldante liquido alla bocca per prenderne un grande sorso mi sembrò qualcosa di essenziale. Mi ricordò come fosse essere normale, forte, seduto all’interno della casa della mia famiglia con mia moglie e mia figlia, godendosi gli aspetti migliori della vita. Un bicchierino non mi sarebbe dispiaciuto affatto.

Chiacchierammo e ridemmo, parlando del passato, mentre giocavamo a carte, rivivendo nuovamente le vecchie avventure che avevamo passato viaggiando assieme durante le nostre estati universitarie con la vecchia compagnia. Sarei molto volentieri rimasto avvolto nel la dolcezza di quei ricordi per l’eternità, e avrei desiderato di poter immergermi ancora più profondamente in quell’attimo di sollievo che mi distaccava dalle mie preoccupazioni, ma purtroppo non mi fu concesso.

Attorno alle undici di sera la stufa stava iniziando ad essere a corto di legna, ed avevamo esaurito i tronchetti. Jai, con fare ubriaco, afferrò una torcia e decise di andare a raccoglierne rapidamente un po’, in modo che potessimo poi continuare a rievocare i buoni vecchi tempi. Non protestai, ero felice, ero lieto di poter far continuare quella serata. Lui era un buon amico, ed insistette perché io non muovessi un dito o non andassi lì fuori nella gelida oscurità – era sempre stato più coraggioso di me, e mentirei se dicessi che l’assurda idea di qualcosa che potesse nascondersi nel bosco non aveva lasciato alcun segno nella mia psiche.

Osservai per un po’ il fascio di luce della sua torcia rimbalzare sulla incolta, e ora gelata, erba. La luce della torcia cadde a terra per un istante, e udii la sbronza risata del mio amico echeggiare, prima che lui recuperasse la torcia e continuasse a camminare verso il limite degli alberi. Sorridendo, riportai la mia attenzione sul libro che avevo con me, sfogliando alcune pagine di un romanzo poliziesco di Ellery Queen; meno pericoloso del libro che avevo letto prima. Dopo circa quindici minuti mi resi conto di quanto davvero silenziosa fosse la baita. Nessun rumore, niente vento, nessun suono di vita o di esseri viventi, e per la prima volta ebbi l’impressione che in quella quiete ci fosse qualcosa di sinistro.

Inaspettatamente, Jai irruppe nella baita e collassò al pavimento, col respiro affannoso. Si voltò verso la porta e la chiuse febbrilmente tirandole un calcio col tallone; i suoi occhi erano sgranati, in preda al panico, increduli. Si rialzò di scatto in piedi. Afferrò il bordo di un piccolo tavolino e lo incuneò nel vecchio legno scorticato sotto alla maniglia.

“Aiutami, per l’amor del cielo,” sussurrò affannosamente.

Mi alzai all’istante e mi precipitai in suo soccorso, aiutandolo ad accatastare i mobili – e qualunque cosa fosse pesante – davanti alla porta. Era la prima volta, da quando avevo avuto un attacco cardiaco, che sforzavo fisicamente il mio corpo. Sentii il sangue pompare nel mio petto, e sul momento rabbrividii a tale sensazione. Cercai di capire cosa fosse successo, ma Jai era esausto e sconvolto; un lucido rigagnolo di sudore scorreva giù dalla sua guancia mentre rantolava e respirava affannosamente. Premette l’interruttore della luce, facendoci affogare in un mare di oscurità che veniva trafitta solo dalla luna crescente che pendeva nel cielo sopra di noi, il suo fascio di luce illuminava vagamente l’interno della baita.

Con un movimento furtivo Jai si avvicinò verso la finestra che si affacciava verso la foresta, il suo sguardo rimase fisso sul ghiacciato mondo esterno, senza mai staccarsi nemmeno per un attimo. Rimanemmo fermi, le mie ripetute domande continuavano ad essere prive di risposta, e lentamente la mia fragilità tornò a farsi sentire. Mi massaggiai il petto per qualche istante, la preoccupazione del mio amico sembrava raggiungere anche me. Il mio battito accelerò, la mia mente oscillò come un pendolo tra la paura di un altro agonizzante attacco al cuore e il terrore inciso sul volto di Jai. Che cosa lo aveva spaventato così a morte? Respirai profondamente per calmarmi, ma Jai non notò nulla, era troppo concentrato sull’oscurità all’esterno della finestra. Solo quando mi versai un bel bicchiere di whisky egli ruppe il silenzio.

Non ero mai stato spaventato dalle parole, ma quelle che pronunciò il mio amico mi lasciarono sicuramente sconvolto: “C’è qualcosa lì fuori.”

Non risposi immediatamente, ma quando lo feci, l’unica cosa che riuscii a pensare e a chiedere fu: “Qualcosa?”

Che cosa voleva intendere con un termine così indefinito? Non c’erano orsi in quella zona, nessun tipo di grande predatore, eppure pareva proprio che Jai avesse avvistato ‘qualcosa di grande’ nel bosco. Era andato a raccogliere della legna vicino al confine degli alberi, e mentre raccontò l’accaduto rimanendo lì fermo ad ascoltare il ticchettio della leggera pioggia che colpiva la tettoia, potei scorgere le grinfie della paura avvinghiare le sue interiora, così come le mie. Il mio cuore iniziò a palpitare quando Jai balbettò le parole: “L’ho visto muoversi tra gli alberi, proprio davanti a me. Non mi sono guardato indietro, ma te lo posso dire, non era umano.”

Il mio amico era chiaramente convinto di quello che diceva. Mentre rifiutavo l’idea dell’esistenza di una creatura sconosciuta aggirarsi nel bosco – e nel tentativo di dimenticarla, avevo sigillato le sue descrizioni tra le pagine ingiallite di quel libro, descrizioni che ormai erano incise nella mia mente – considerai la possibilità che ci fosse qualcuno lì fuori. Qualcuno di pericoloso, pazzo, o forse entrambi. Il mio battito continuò ad accelerare, riuscivo a sentire il mio cuore palpitare selvaggiamente al pensiero di una figura misteriosa aggirarsi furtivamente lì fuori, osservandoci, aspettando.

Dopo essermi finalmente ripreso, Jai mi chiese se stavo bene, la sua paura aveva lasciato il posto alla preoccupazione per il suo amico, tuttavia io ero trafitto da un solo istinto: fuggire. Mi precipitai verso il telefono della baita, ma sollevando la cornetta venni salutato da un gelido silenzio. La linea era interrotta, e ciò che suggeriva quell’immobile ricevitore privo di vita riguardo all’invisibile minaccia che ormai ero certo stessimo affrontando, fu sufficiente ad influire in me un timore che raggiunse il profondo del mio animo.

Rimasi lì fermo per qualche istante, cercando disperatamente di capire cosa fare. Quel sereno e pacifico luogo durante il giorno lo sentii ora opprimente e senza pietà. Volli solo tornarmene a casa. Jai entrò in azione per me, e puntò con mano tremante verso l’oscurità esterna. Fu allora che liberò un sussurro soffocato. “È lì.”

Guardando fuori dalla finestra la notte illuminata dalla luna non vidi inizialmente nulla, ma non appena i miei occhi si abituarono al buio paesaggio, finalmente lo vidi. Nel profondo aveva sperato che Jay avesse semplicemente bevuto troppo e che si fosse spaventato da solo, ma in quel momento il sogno di un’innocua spiegazione svanì. C’era qualcuno tra gli alberi. Se ne stava lì in piedi, a guardare, immerso nell’oscurità. Era difficile scorgere alcun dettaglio, ciò che riuscii a vedere fu solo una sagoma – la sagoma di una figura curva e ingobbita, il suo braccio era avvinghiato attorno ad un albero come per avere un appiglio per raddrizzarsi. Non potevo esserne certo, ma sembrava che il suo sguardo fosse inchiodato sulla nostra baita; il nostro pericolante rifugio per la notte che, senza dubbio, aveva visto passare molti inverni prima del nostro arrivo, e che forse aveva già incontrato chiunque o qualunque cosa fosse a guardarci dal fondo di quella radura gelata e acquitrinosa che ci circondava.

“Chi… chi è?” balbettai.

“Parla a bassa voce,” mi aggredì in risposta Jai.

Quindi sussurrammo, e discutemmo di quella curva figura che si trovava a solo un centinaio di metri da noi.

“Non è umano,” continuò a dire Jay, ma cercai ostinatamente di dissuaderlo dal giungere a tale conclusione.

“Lo ho visto tra gli alberi. Si muoveva… si muoveva in maniera strana. Zoppicava, come se non avesse l’equilibrio, o avesse una deformazione o cose simili, ma si muoveva veloce. Non so come io sia riuscito a ritornare. Forse non abbandona la zona alberata.”

Sgranò gli occhi, e fu chiaro come una rivelazione gli fosse sorta nella mente. Si voltò improvvisamente, attraversando la stanza e raggiungendo il tavolo dove avevo abbandonato quelle pagine ingiallite che raccontavano di una strana creatura che viveva nel bosco. Jai sfogliò facendo scorrere le pagine con il pollice, cercando di nascondere la luce della torcia facendo scudo con la mano come meglio poteva. Osservandolo analizzare i vari paragrafi e sfogliando le pagine fino ad arrivare a quelle che contenevano ciò che era nel suo interesse, quasi mi venne da ridere alla sua insinuazione. “Sarà un uomo, Jai. Sarà solo qualcuno che vuole infastidirci,” tuttavia lui era convinto del contrario.

“Guarda qui,” disse, seguendo con il dito le linee di testo mentre leggeva. “Le testimonianze variano di secolo in secolo, ma un elemento cardine del mito afferma che la Bestia di Blackwood si aggira nella foresta la tarda notte. Alcuni hanno suggerito che la creatura sfrutti la fitta copertura degli alberi per proteggersi durante le ore diurne. La gente del posto afferma sia una creatura completamente notturna.”

“Non esiste nulla di simile a questa bestia.” Sentii il mio polso ingrossarsi e la pressione sanguigna aumentare all’idea che esistesse; mi sentii così male da dover sedermi per un momento per permettere al mio cuore di recuperare il suo normale ritmo cardiaco.

“Stai bene?”

“Starò bene, aspettiamo che faccia giorno e andiamocene.”

“Sei impazzito? Non hai visto quella cosa da vicino. È enorme, rapida, e se volesse entrare qui sarebbe in grado di farlo.”

“Allora si tratta di uno strambo nel bosco. Non può starci ad aspettare tutta la notte in ogni caso, sarà probabilmente un cacciatore o qualcuno che sta campeggiando nella foresta, qualcuno di innocuo.” Ascoltavo le parole che uscivano dalla mia bocca – anche se non credevo ad una sola di esse. C’era qualcosa di sinistro in quel luogo, una quiete minacciosa. Letale, gelida; una spettrale sensazione di paura aleggiava nell’aria, nascosta tra la corteccia e il muschio.

Jai si voltò per guardare di fuori la distesa erbosa che si stagliava fino alla nostra auto, dormiente in quel gelo notturno tra noi e la minacciosa foresta. “Dobbiamo andarcene, oppure tu stai qui e io raggiungo la polizia. In ogni caso, io vado.” Si voltò per rivolgermi uno sguardo inflessibile. “Quale preferisci?”

Potevo non essere convinto che fosse stata un’ignota creatura ad averlo inseguito nel bosco, ma per Dio se non volevo starmene in quella baita da solo. Gettai le mie cose nella borsa, e Jai fece lo stesso, entrambi prendemmo un coltello dalla cucina come protezione; ed eravamo lì, a guardare la porta, una pila di mobili incuneati dietro di essa. Smantellammo la nostra barricata di fortuna il più silenziosamente che potemmo e, dopodiché, brandimmo nervosamente i nostri coltelli da cucina, aprendo lentamente la porta. Cigolò lievemente, risucchiando l’aria notturna la quale era fredda e pungente, e rivelò un lento picchiettio di pioggia che minacciava qualcosa di più grande dai cieli.

Jai tirò fuori la testa per primo, e dopo un breve silenzio mi fece segno di uscire. Scendemmo la decina di scalini che portavano sull’erba, e sbirciando dietro l’angolo potevamo vedere il nostro biglietto per casa: l’auto era parcheggiata ad un centinaio di metri da dove eravamo noi, rannicchiata sull’ultimo tratto di sentiero sterrato, il quale avrebbe poi ceduto spazio ad una strada, e poi al sicuro abbraccio di casa – se ce l’avessimo fatta. Ci sarebbe voluto un minuto o giù di lì per raggiungerla, ma con la consapevolezza della presenza di una figura nella foresta aggirarsi da qualche parte nei dintorni sembrava lontana un’eternità. Sistemai la tracolla della mia borsa sulla spalla e Jai, coscienzioso della mia condizione, si avviò per primo verso l’auto.

“Continua a guardare intorno,” mi spronò con un sussurro.

L’erba pregna d’acqua faceva ciac ciac sotto ai piedi, e la pioggia iniziò a crescere con la sua ira man mano che avanzavamo con esitazione verso la salvezza della macchina. Cercammo di essere più silenziosi possibili, ma persino sotto la luce della luna dovemmo utilizzare le nostre torce per vedere cosa ci fosse davanti a noi, rendendo pubblica la nostra posizione a qualunque persona o cosa nelle vicinanze. Continuai a fare attenzione alla foresta; al confine degli alberi; al fiume che si ingrossava dietro di me – ma non vidi nulla, né riuscii a udire nient’altro se non le gocce di pioggia che in quel momento picchiavano contro la macchina e imbrattavano il mio cappuccio. Al che, Jai si fermò improvvisamente.

“Cosa c’è?” sussurrai oltre la pioggia, il mio cuore stava in quel momento battendo all’impazzata, la gola si seccò per la preoccupazione.

La pioggia si attenuò lievemente, rimpiazzata dal silenzio di un paesaggio pietrificato, gelato dal freddo invernale. Jai parlò senza voltare la testa verso di me, il suo respiro era visibile nel raggio della mia torcia: “Pensavo di aver visto qualcosa muoversi al confine degli alberi.”

Uno scricchiolio nel bosco, il suono di una camminata invisibile sul terreno della foresta. 2Andiamo!” sussurrò con urgenza Jai, e partimmo in una corsetta. L’adrenalina correva nelle mie vene mentre il mio battito pulsava disperatamente. Mentre continuavamo a procedere, tutto ciò a cui riuscivo a pensare era al mio cuore e ai profondi, irregolari e gelidi respiri che prendevo per cercare di calmarmi.

Man mano che ci avvicinavamo alla macchina, il più tenue raggio di luce soffocò quando la falce di luna sopra di noi dondolò dietro alla coltre di nuvole, e il mondo assunse una strana tinta blu ghiaccio.

“Apri la porta, andiamocene da qui,” implorai mentre Jai rovistava alla ricerca delle sue chiavi, facendole cadere a terra.

“Bastarde,” ringhiò.

D’istinto, puntai la torca verso il basso, illuminando la lunga erba selvatica, ora sbiancata da uno spesso mantello di brina sotto ai nostri piedi. Attesi un istante e, mentre osservavo il terreno in basso, riconobbi che qualcosa non andava proprio: Jai non si stava muovendo. Non aveva nemmeno abbassato lo sguardo per vedere dove avesse fatto cadere le chiavi. Stava fissando qualcosa, e lo sguardo di puro terrore nei suoi occhi mi disse che non eravamo soli.

Sollevai la mia mano, e con essa un raggio di luce si rifletté sull’auto. Due grandi occhi fissavano di rimando dall’altra parte del veicolo – una gobba, mastodontica figura ci osservava, rannicchiata dietro al cofano. Ebbe un fremito, poi un altro, e quando si sollevò lo vidi per un istante. Capelli fradici di acqua, bocca spalancata, la sua pallida faccia grigia e tremante. Gemette sonoramente, con una strana, spettrale e acuta sfumatura nel tono, la quale contribuiva solo all’orribile aspetto della creatura.

“Corri!”, urlò Jai.

Non dovetti farmelo ripetere due volte. Lasciai cadere la mia borsa e corsi più veloce che potei. Ansimai, sudai, inciampai, mi lanciai in avanti con ogni goccia di energia che mi era rimasta, e facendolo i primi dolori sopraggiunsero. Il gelo pungeva i miei occhi, caddi due volte, venni aiutato a rialzarmi dal mio amico. Il mio cuore iniziò a scaglionare, si ingrossava e pulsava nel mio petto. Riuscii a sentire la lieve fitta di dolore percorrere il mio collo, annidandosi nella mascella. Il mio petto s’irrigidì. Urlai dal terrore. Quello era un infarto.

Urlai: “Aiuto…”, ma tutto ciò che udii fu Jai correre dietro di me, gridandomi di accelerare.

“Vai, e non guardarti indietro.”

Man mano che la baita giungeva a distanza ravvicinata, udii la straziante assenza dei passi del mio amico. Conoscevo Jai, dopo tutti quegli anni e vicini com’eravamo, era sempre stato quello coraggioso, qualcosa di cui a volte ero stato invidioso, era quello abbastanza testardo da affrontare qualunque cosa. Intuii che stava guadagnando tempo per me, un gesto altruista che mi aiutò a farcela fino agli scalini, inerpicandomi su di essi solo per girarmi e vedere lui fissare la creatura, faccia a faccia, la belva velata da frammenti della notte. Quando la sua mastodontica massa balzò verso di lui, un feroce dolore corse sul mio collo partendo dal petto. Collassai a terra; ma lui aveva bisogno di me, e qualunque vitalità fosse rimasta nel mio cedente corpo mi sentivo in dovere di sfruttarla per aiutarlo. Rialzandomi in piedi vacillando, l’aria notturna che pungeva i miei polmoni, barcollai in avanti tenendomi stretto il petto, pronto a colpire la bestia con tutto ciò che mi era rimasto. Prima che potessi aiutare, Jai comparve dall’oscurità, afferrò il mio braccio e mi lanciò dentro la baita.

Barricò freneticamente la porta un’ennesima volta. Ci accasciammo al pavimento, senza fiato, decidendo di tenere le luci spente, ed ascoltammo: trascinava i piedi nell’oscurità, ma nulla di più. Il dolore nel mio petto si era leggermente alleviato, era chiaro che l’infarto fosse incominciato, ma sembrava incerto quando mi avrebbe finito.

“Che… Che era quella cosa?” chiesi tra un rantolo e l’altro.

“Non lo so, ma non era umana,” disse Jai, serio, prima di mostrarmi il coltello che aveva utilizzato durante il combattimento, ora ricoperto da un putrido liquido nero. “Non penso che questo l’abbia nemmeno ferito così tanto.”

“È da pazzi. Cosa facciamo adesso?”

“Non lo so, davvero non lo so.”

E così, aspettammo, ed aspettammo, ma il dolore nel mio petto cresceva costantemente, il mio respiro sempre più irregolare. Presi le mie pillole, ma sapevo che il vecchio nemico era tornato e che avevo bisogno di più di qualcosa che mi calmasse. Se non avessi ricevuto attenzioni mediche, con tutta probabilità sarei morto.

Jai mi fissava mentre stavo seduto sul vecchio divano contro la finestra, preoccupato che ogni respiro potesse essere il mio ultimo.

“Dobbiamo portarti in ospedale,” disse delicatamente.

“Già, con un elicottero.” Ridemmo entrambi per un momento.

Jai si alzò e guardò fuori. Sembrò riluttante inizialmente, per forza considerando ciò che si aggirava là fuori, ma la sua preoccupazione per me sembrò far ridurre lentamente la sua paura. “Non vedo più nulla qui fuori, la luna è dietro le nuvole, o potremmo non avere un’altra occasione. Penso che riuscirò a raggiungere l’auto più velocemente da solo.”

“Ma quella cosa lì fuori…” dissi, sotto sotto mi vergognavo di come la mia paura per la morte avesse galvanizzato la speranza che il mio amico trovasse il coraggio di provare di nuovo.

Si chinò verso di me e sorrise gentilmente, dandomi una pacca sulla spalla. “Posso farcela.”

“È buio pesto lì fuori, avrai bisogno di usare una torcia, e a quel punto ti vedrebbe,” dissi, trasalendo un’ennesima volta al crescente dolore nel mio petto.

“La accenderò e la spegnerò, in questo modo non saprà dove sono. Forse la confonderà, non lo so.” Serrò la presa sulla torcia, osservando il coltello da cucina nella sua altra mano. “Se tutto va bene mi concederà abbastanza tempo per vedere cosa c’è davanti a me e andare verso l’auto. Le chiavi dovrebbero ancora essere dove le ho fatte cadere.”

“Jai, per favore, aspetta fino la mattina,” chiesi, ma il mio amico mi vide tenermi stretto il petto, sapevo che ormai aveva preso una decisione, e parte di me era lieta per la speranza che il suo coraggio mi forniva.

“Barrica la porta non appena sono uscito.”

“Okay,” dissi, cercando di trattenere le lacrime sia per il dolore che per la preoccupazione per la vita del mio amico.

Mi diede un abbraccio, e poi se ne andò. Chiusi la porta e la bloccai nuovamente con ogni cosa che riuscii a trovare, prima di riportarmi sul divano e guardare fuori. Inizialmente non riuscivo a vedere nulla se non la nera immobilità della foresta. Dopodiché, un bagliore, poi un altro, ed un altro ancora, mentre la torcia di Jai prendeva vita sporadicamente. Ogni bagliore illuminava il paesaggio attorno a lui come una fotografia spettrale che documentava il suo progresso verso la macchina. Capii cosa stava facendo, e sorrisi tra me e me per un momento, colpito dalla sua ingegnosità. Non si stava spostando in linea retta, ma a zig-zag, in modo che il suo percorso non fosse prevedibile. Un altro bagliore. Ed un altro. Ogni volta, nessun segno della creatura e un ulteriore prezioso passo più vicino alla macchina. Erba. Albero. Un’anonima selva di oscurità. Un altro bagliore, un altro pezzo di terra. Era così vicino. Dopodiché, l’intermittente luce divenne irregolare, spostandosi prima da una parte, poi dall’altra. All’indietro. Sinistra. Destra. Si era perso? Non era sicuro da che parte fosse l’auto? Un pensiero ben più raccapricciante si insinuò nella mia mente: era inseguito? Un bagliore di luce, niente. Poi un altro, ancora niente. Finalmente, la luce fu abbagliante – ce l’aveva fatta fino alla macchina. La luce venne rapidamente spenta, seguita dal suono di una portiera aprirsi. Un ultimo bagliore della torcia. La sagoma solitaria di una gobba figura in piedi dietro al mio amico. Un urlo da far gelare il sangue, poi nulla.

Jai non c’era più, la bestia lo aveva preso, e io ero da solo.

Il lutto si mischiava ora con la paura, nutrendo i dolori al mio petto e al mio braccio. Il mio amico era con tutta probabilità morto, ed ero certo che presto lo avrei seguito. Caddi sulle mie ginocchia, sicuro che ormai fosse arrivato il momento – la fine. L’agonia pervase il mio petto un’ennesima volta. Ero lì inginocchiato nell’oscurità, da solo, rassegnato alla mia morte. Ma mentre il mio cuore rallentava, i miei pensieri si fecero limpidi. Si rivolsero a mia figlia. Che io fossi un buon padre o meno, che fossi dannato se l’avessi lasciata senza un padre. E cosa ne sarebbe stato di Suzie? La amavo ancora, e forse in quei dolci ricordi dei tempi migliori tra di noi avrei potuto sistemare le cose, riunirci di nuovo come una famiglia. Avrebbe potuto imparare ad amarmi ancora. Avrei rimesso le cose a posto.

Il mio cuore batteva ancora, e fin tanto che lo faceva c’era ancora tempo, per sperare, per fuggire, per vivere. Ma tempo per fare cosa? Il telefono era morto, e tutto ciò che potevo attendere era la luce del giorno. Eppure, mancavano almeno tre ore al suo arrivo, e dubitavo fortemente che sarei durato così a lungo, senza pensare che non ero sicuro la porta della vecchia baita sarebbe sopravvissuta ad un attacco da parte di qualsiasi cosa fosse quella gobba creatura che si aggirava lì fuori.

Sbirciai fuori dalla finestra, la pioggia scrosciava ancora, oscurando un mondo esterno già indefinito. E comunque, ero sicuro di riuscire a vedere qualcosa claudicare in giro nell’oscurità. Sprazzi di luce lunare oltrepassarono le nubi carbone sopra, ed io ero sicuro che l’aggressore fosse lì fuori da qualche parte. Avanti e indietro, in cerchio, aspettando. Ma cos’era? Era un uomo? O qualcosa che la scienza ancora non aveva scoperto? Non sapevo dove sbattere la testa, ma tutto ciò a cui riuscivo a pensare era tornare a casa dalla mia famiglia. Il caldo abbraccio pieno di speranza di Suzie e di mia figlia era sufficiente ad alimentare la mia ricerca per una via di fuga.

Il mio unico rifugio era il libro; quel volume che avevo deriso con tanta prontezza prima. Dovevo ora considerare la possibilità che il mio caro amico ed io fossimo entrati in contatto con la Bestia di Blackwood. All’inizio di quella giornata quell’idea sembrava ridicola, ma la paura aprì rapidamente la mente per accettare qualunque via di fuga. Mi sedetti al tavolo ed usai la luce della mia torcia per illuminare le pagine, schermandola comunque per ciò che stava all’esterno. Ciò che lessi mi intrigò. La creatura era stata descritta già nel 1700, e si suggeriva addirittura fosse stata avvistata prima di allora, in quanto c’erano dei riferimenti ad un ‘Uomo Grigio’ di Blackwood in frammentari resoconti di secoli antecedenti. Non sembrava esserci molto in termini di avvistamenti nel ventesimo secolo, infatti l’ultima persona ad essersi fatta avanti ufficialmente era stata nel 1952, affermando di aver incontrato una figura china dal volto grigio, con una schiena contorta ed arcuata, scomparire tra gli alberi dall’altro lato della foresta.

Le leggende originali non dicevano molto riguardo alle sue origini, ma di certo parlavano delle sue motivazioni. La creatura era attirata o attratta dall’avidità. Ai bambini veniva detto di condividere ed essere gentili, altrimenti la Bestia di Blackwood sarebbe apparsa dalla foresta e li avrebbe portati via la notte. Non potevo guardarmi allo specchio e dire di non essere mai stato colpevole di avidità, o egoismo, o di altre meschine fragilità umane, ma venire punito in questo modo sembrava crudele, un prigioniero morente intrappolato in una baita della foresta di Blackwood. Ritornando al libro, l’unica presunta difesa contro la creatura era la luce, o essere una persona senza debolezze egoiste. Nei secoli passati, gli abitanti locali costellavano dei sentieri attraverso la foresta con torce accese da quando la bestia era stata avvistata, per allontanarla da viaggiatori ignari.

Thump. Thump. Thump. Ogni colpo diffondeva ondate di terrore per tutto il mio corpo. Non era il mio cuore, ma qualcuno alla porta. Thump. Thump. Thump. Sperai oltre ogni speranza che il mio amico fosse riuscito nuovamente a fuggire dalle grinfie della creatura. Brandendo un coltello da cucina, zoppicai fino alla porta e mi feci coraggio per urlare: “Jai, sei tu?”. Pregai che fosse lui, ma la risposta che mi venne data non proveniva dalla voce di uno dei miei più vecchi amici, non era nemmeno quella di un uomo, ma lo stridente grifo di qualcosa per nulla umano. Un suono carico di tempo, ed epoche, e di muschio e foresta umida. Uno strillo innocente di inconcepibili intenzioni.

La porta tremò violentemente mentre impilavo ancora più sedie, vasi – qualsiasi cosa riuscissi a trovare – dietro alla barriera di legno. I colpi erano forti e pieni di rabbia, e le strilla continuarono. Mi tappai le orecchie dalla disperazione, poi mi ricordai: la luce. Le torce che anticamente allontanavano la bestia. Attivai l’interruttore e la luce del porticato fuori si accese. Un altro grido echeggiò per tutto il vuoto paesaggio, e con ciò i colpi cessarono.

Accesi rapidamente tutte le luci di casa, avendo compreso il punto debole della creatura. Non ero certo se sarei sopravvissuto, ma se ce l’avessi fatta fino all’alba forse il sole mi avrebbe salvato. Dopodiché, lo udii. Il suono di qualcosa muoversi. Strascicarsi, arrampicarsi. Rimasi paralizzato alla realizzazione – proveniva dalla mia camera da letto. La bestia era entrata, senza dubbio attratta da qualunque avidità o egoismo avessi covato lungo la mia vita. Lentamente, la porta della camera di aprì cigolando. Il mio cuore palpitava, e i miei pensieri andarono nuovamente alla mia famiglia, alla risata di mia figlia, alla confortante carezza di mia moglie. Mi alimentavano, mi diedero una forza che non sapevo di avere. Mi gettai con terrore dall’altra parte della stanza, sbattendo contro la porta. Nonostante il mio slancio, la mano della creatura riuscì a sgusciare fuori dalla fessura, la sua penzolante grigia pelle e gli infeltriti capelli neri zuppi d’acqua. Agitai il coltello solo per mancare il suo braccio. La bestia sembrò esitare per un momento, e come lo fece ficcai la mia mano attraverso la fessura della porta ed accesi la luce della stanza – un ululato di dolore, e poi nulla. Annaspai alla ricerca di aria e mi riposai appoggiato contro la porta per un po’, prima di finalmente farmi coraggio e guardare dentro. Una finestra giaceva spalancata, ma la stanza era vuota.

Chiusi la finestra e tornai barcollando alla sala principale. Il mio cuore accelerò, e mentre lottavo per riuscire a stare in piedi, un grande dolore percorse la mia schiena e punse come aghi il mio petto, togliendomi il fiato. Mi sembrò di essere sul punto di svenire e incespicai in avanti, atterrando sul divano. Respirai lentamente e profondamente, non ancora, ti prego Dio non ancora. La baita rimase sinistramente silenziosa, ed in quel silenzio c’erano i ricordi di tempi migliori, di mia figlia giocare da bambina, di viaggiare con Jai quando avevamo vent’anni, del sorriso di Suzie. Non so quanto tempo rimasi disteso lì, ma sapevo che presto il mio corpo avrebbe ceduto. Guardai fuori attraverso la grande finestra a golfo dietro al divano, e sperai di vedere i primi benvenuti raggi di sole, ma non vidi altro che oscurità. Se dovevo sopravvivere, dovevo raggiungere quella macchina, essere più veloce della bestia, e guidare oltre la foresta verso un ospedale, o almeno una strada principale. Se dovevo rivedere nuovamente la mia famiglia, rimettere tutto a posto, la macchina era la mia unica speranza. Era tutto o niente.

Al che improvvisamente l’innaturale testa della creatura si alzò da sotto la soglia della finestra. L’inumano volto pressato contro il freddo vetro. La pelle grigia afflosciata pendeva dai suoi occhi, l’umida carne rossa sottostante visibile alla luce della baita. Lo shock mi finì. Il mio cuore si fermò per un breve istante, dopodiché palpitò, lottando per mantenermi in vita. Il mio corpo si afflosciò, la mia testa giaceva a solo pochi centimetri dalla finestra. Impotente, osservai la bestia fissarmi negli occhi attraverso il pannello di vetro.

Il mio cuore scattò in un’altra valanga di battiti, sbattendo contro l’interno del mio petto. Un lancinante dolore corse sul mio collo, lo sguardo tinto di verde della creatura mi pugnalava e, mentre il suo respiro appannava il vetro, afferrai l’unica cosa a portata di mano – il vecchio libro ingiallito – e lo scaraventai contro il suo putrido volto. Il libro, seguito dal pugno, frantumò il vetro, innumerevoli pezzi e frammenti piovvero addosso sia alla bestia che a me. un urlo, un esecrabile strillo di derisione si stagliò nella nera e gelida notte non appena colpii quell’orrido e maledetto muso, ancora e ancora. Le sue nodose mani si agitarono e dimenarono, afferrandomi, e per un istante pensai mi avrebbe strappato dall’interno della baita. Al che, il gelo dell’inverno giunse in mia difesa. La bestia scivolò dal suo appoggio su una tubatura che si avvinghiava attorno all’esterno della vecchia e sgangherata baita, e dopo aver graffiato il suo volto con totale disgusto, la creatura cadde per circa due metri fino a terra.

Il suono di qualcosa di ferito giacere sotto alla finestra in frantumi mise fine al mio stato di stordimento, mentre osservavo il contenuto nelle mie mani. Dove una volta c’erano stati gli occhi, il volto ora mi fissava con due cavità vuote. Dove una volta c’era stata la bocca, la creatura era spalancata, priva di vita, senza mandibola, e completamente priva di organi. Perché nella mia presa ora meno vigorosa giacevano i lacerati e sgualciti resti di una maschera.

Nel terreno sottostante un uomo si contorceva dal dolore, avvolto nelle vestigia di un chino, falso e mostruoso costume, la caduta gli aveva mozzato il fiato. Qualcosa a quel punto si mosse nell’oscurità. Un rumore di passi, leggero ed agile. Suzie. La donna che presto sarebbe diventata mia ex moglie. Colei che avevo adorato e per cui mi ero tormentato. Lei urlò, preoccupandosi il suo amante a terra – il mio più caro e grande amico, Jai, la Bestia della Foresta di Blackwood.

Suzie alzò lo sguardo verso di me con odio e disprezzo nei suoi occhi. Ma non riuscii ad accumulare rabbia, né gelosia, tutto ciò a cui pensavo era quanto dovevo essere stato un mostro per meritarmi una tale cattiveria da coloro che amavo; le due persone di cui mi fidavo più al mondo. Jai si sollevò lentamente in piedi, eppure non fece alcun cenno verso di me. non riusciva a sollevare lo sguardo verso l’amico che aveva tradito.

Dopodiché giunse. Finalmente, il mio cuore iniziò a cedere. Non per lo spavento, o paura, ma per tristezza, perdita; l’agonia di un cuore infranto. Mi alzai tenendomi stretto il petto, incespicando all’indietro, vidi il volto sorridente di Suzie, e poi le parole del mio un tempo fidato amico: “Grazie a Dio.” Si abbracciarono sotto la finestra mentre io cadevo sul freddo e duro pavimento in legno della baita. Eppure, non persi ancora coscienza. Il dolore era agonizzante, ma nulla se comparato alla lancinante incisione di ogni parola pronunciata da sotto alla finestra.

“Cosa facciamo per la finestra?” chiese Suzie.

“Dirò semplicemente che l’ha distrutta durante l’attacco al cuore.”

“Ma se capissero?”

“No, cara, non capiranno niente. Lui sarà morto, e noi potremmo iniziare una nuova vita assieme quando l’assicurazione pagherà tutto. Ora, devi tornare nel bosco e tornare a casa. Darò una pulita qui e chiamerò un’ambulanza non appena sarò sicuro che se n’è andato.”

Quasi ridacchiai tra me e me mentre mi contorcevo impotente sul pavimento. Speravo che Suzie avrebbe rifiutato il divorzio per amore, perché sotto sotto ancora mi voleva, ma invece era rimasta con me solo per il denaro che la mia morte le avrebbe provveduto. Per un po’ sentii Jai scivolare ed imprecare mentre cercava di riarrampicarsi dentro la finestra rotta, ma ogni volta falliva nell’intento. Cambiò quindi tattica e cercò di spingere la porta, ma ancora, la avevo barricata efficacemente ed ovviamente non voleva forzarla e lasciare ulteriori prove dell’omicidio.

Fu allora che iniziò ad urlare dalla rabbia, persino imprecando contro il mio nome per ogni cosa. Era solo una questione di tempo prima che riuscisse ad entrare, ripulire tutto e dire alla polizia quanto fosse dispiaciuto che ‘il cuore del suo caro vecchio amico avesse ceduto’. I miei ultimi pensieri furono per mia figlia, e di non avere mai avuto la possibilità di riparare i miei errori come padre. Finalmente svenni.

Eppure, la mia presunta morte non era destino. Mi svegliai trovandomi nel bianco bagliore di una stanza d’ospedale, la mia mano stretta da mia figlia, la quale dormiva su una sedia vicino al mio letto. Il medico che mi teneva sotto controllo mi disse che avevo sofferto di un altro infarto, ma uno che non era grave quanto l’ultimo, e che, anche se dovevo prendermela comoda, con un po’ di terapia mi sarei ristabilito.

La polizia fu desiderosa di parlare con me. Fornii loro il mio resoconto di ciò che era accaduto, e in cambio mi rivelarono ciò che loro sapevano. Il mio corpo privo di coscienza era stato scoperto vicino al lato di una strada principale appena fuori alla foresta di Blackwood, alla periferia della città più vicina. La baita era stata ispezionata da cima a fondo ed era stata ritrovata nelle stesse condizioni di come l’avevo lasciata, la finestra rotta, e la porta d’entrata bloccata e barricata dall’interno. Non c’era traccia di Jai o di mia moglie, non erano da nessuna parte. L’unica prova che erano stati lei erano le loro impronte nel fango attorno alla baita, accompagnate da un terzo paio molto più grande, il quale si dirigeva nelle profondità della foresta Blackwood.


[ Racconto originale di Michael Whitehouse - traduzione di Moka ]