Creepypasta Italia Wiki
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John in quel momento stava singhiozzando davanti alla finestra. Era seduto sul letto e si reggeva la testa con entrambe le braccia. Dei pallidi raggi di luce filtravano ai lati della sua figura china, facendo sembrare mio fratello più un’ombra che una persona. Mia madre non era in una situazione molto diversa. In quei giorni trascorreva le sue giornate oscillando senza sosta tra la poltrona, per vedere la televisione, e il nostro piccolo giardino, per fumarsi una sigaretta. Dovunque fosse, i suoi occhi erano sempre spenti e fissi, come due gelidi pezzi di vetro.

Nessuno sapeva come mio padre fosse morto. Il suo cadavere era stato trovato afflosciato a terra nei pressi di un vicolo vicino alla strada principale della città, mentre stringeva in mano una bottiglia di birra. Nessuno aveva mai capito cosa fosse successo. A nessuno era mai importato davvero. Ciò che contava erano le conseguenze: l’impatto sulla mia famiglia era stato devastante. Nell’ultimo periodo mi occupavo io di Jenny, la più giovane di casa. Nonostante questa situazione deprimente, Jenny sembrava l’unica ad essere riuscita ad accettare l’accaduto. Solo Jenny, tra i membri della nostra famiglia, mi scaldava il cuore mostrandomi il suo tenero sorriso.

Per questo motivo, quando mio fratello tornò a casa con un inquietante sorriso stampato sul volto, il mio cuore si colmò di angoscia. Nel luogo in cui vivevamo, la nostra famiglia non era per nulla amata. Ai loro occhi eravamo i bifolchi che abitavano nei pressi della palude: nessuno si era mai interessato dei problemi che ci affliggevano. Città Piccola era sempre stata molto dura e crudele nei nostri riguardi, e soprattutto con John. Mio fratello era una persona debole e silenziosa. Per questo motivo nel liceo che frequentava lo evitavano. Era una delle vittime preferite dei bulli, che lo fracassavano di botte senza alcuna pietà. Quando tornava a casa col il volto pesto e cupo non degnava nessuno di uno sguardo e correva subito a chiudersi nella sua stanza. Era sempre stato un ragazzo infelice, l’unica persona che riusciva ad aiutarlo era nostro padre.

Quando papà ci lasciò, non sorrise più. Nell’ultimo periodo, lo avevo visto andare in giro con tre ragazzacci della sua scuola. Lo trattavano come un pezzente, ma forse stava meglio in compagnia di quelle persone. Probabilmente li considerava i suoi amici. Quel giorno però qualcosa in lui era diverso. Il suo volto risplendeva, riflettendo la speranza che aveva nel cuore.

“Forse c’è un modo!” Esclamò.

Non riuscivo a capire a che cosa stesse alludendo con quella frase. Lui però continuò: 

“Abbiamo trovato un modo per riportarlo indietro!”.

In maniera concitata e confusa, iniziò a parlarmi di uno strano rituale che avrebbe dovuto far tornare in vita nostro padre. Sapevo che questo genere di cose erano soltanto leggende metropolitane inventate. Tuttavia, non dissi nulla, per non vedere la felicità nel suo volto mutarsi nella solita espressione vuota. Decisi dunque di aiutarlo a cercare ciò di cui aveva bisogno. Il rituale era inquietante ma semplice: bisognava fare un intruglio contenente alcune piante, ossa e sangue, per poi bruciarci una foto sopra. Dopo un paio di giorni avevamo trovato, in un modo o nell’altro, tutto ciò che ci serviva. Non avevo mai visto mio fratello tanto eccitato per qualcosa, ma io non mi fidavo dei suoi “amici”.  Quelle persone ogni volta che vedevano John felice sogghignavano e parlottavano tra loro. C’era qualcosa di marcio nelle loro intenzioni.

Era un sabato sera. Eravamo nel garage di casa nostra, seduti in cerchio attorno a un pentolino. La puzza dell’acqua fetida e stagnante della palude vicina ci avvolgeva, rendendo ancora più squallida l’atmosfera di quei momenti. Mio fratello pestò con molta energia la malsana mistura di ossa di pollo e di foglie, fino a quando uno dei ragazzi non lo fermò, estraendo un coltellino a scatto. 

“Può bastare. Ora tagliati la mano e fai cadere il sangue lì dentro.” Disse.

Digrignai i denti dalla rabbia. Perché non lo faceva lui? Perché doveva essere mio fratello a ferirsi? John tuttavia non esitò un istante prima di tagliarsi il palmo della mano e far gocciare il liquido rosso nel pentolino.

“La hai portata la foto?” Chiese subito un altro ragazzo. 

“Sì, ce la ho in tasca.” Rispose John, mentre la sua mano tremava dal dolore. Estrasse quindi dalla tasca una foto. Nonostante il buio, riconobbi subito chi c’era nella foto: era una foto di Jenny. Mi infuriai immediatamente alla vista del volto della mia sorellina. 

“Calmati, piccola stronza isterica! È necessaria una foto di un parente della persona che deve essere riportata in vita. E non può essere di chi è stato coinvolto nel rituale.” Mi urlò uno dei ragazzi. Volevo sputare in faccia a quel bastardo, ma mio fratello mi calmò: 

“È colpa mia, ho scelto la prima foto che ho trovato. Non preoccuparti però, non succederà niente a Jenny. Non ci sono effetti collaterali in questo rituale”.

Detto questo prese un accendino e, dopo un profondo respiro, diede fuoco alla fotografia e la gettò nel pentolino. In quel momento una sensazione orribile attraversò il mio corpo. Ci fu un attimo di silenzio, ma questo venne bruscamente interrotto da delle urla strazianti. Tutte le luci nella zona si spensero. In mezzo al buio, mi ci volle qualche istante per capire che quella era la voce di Jenny. I ragazzi iniziarono a ridere. 

“Che cosa sta succedendo?” chiese John, sconvolto. Il ragazzo del coltellino gli rispose, soffocando con fatica le risate:

“John sei un coglione! Hai appena scatenato una maledizione sulla tua famiglia! Ma quanto puoi essere idiota?”. Un altro ragazzo aggiunse: 

“Eravamo su internet a cazzeggiare quando abbiamo trovato questo rituale. Sono stupito che sia successo davvero qualcosa alla fine! Ma la cosa più difficile da credere è che tu abbia fatto tutto quello che ti abbiamo detto senza farti problemi!”. 

Dopo quella frase, mentre John era paralizzato dall’orrore, tutti e tre lo iniziarono a prendere a calci con una ferocia bestiale.

Io scappai dal garage. Non potevo fare altro. Corsi in casa e urlai a mia madre di aiutare Jenny. Mia madre però era sulla poltrona, con gli occhi girati, completamente stordita dall’alcol che aveva ingerito. La bottiglia le era caduta dalla mano sul pavimento, colpendo le altre bottiglie svuotate di superalcolici che la circondavano. Senza perdere un altro istante mi lanciai da sola nella camera di Jenny. Sul piccolo letto c’era soltanto della cenere. Tutto quello che era rimasto di Jenny era solo delle cenere che mi scivolava tra le dita e che si mescolava con le mie numerose lacrime. Sapevo che era tutta colpa mia. Avrei dovuto impedirlo.

Il mio pianto venne interrotto però da una nuova serie di grida. Queste però erano diverse e provenivano dal garage.

Mi affacciai dalla finestra e non riuscii a spiegarmi quello che stava succedendo. Due di quei bastardi erano terrorizzati e stavano scappando via dall’oscurità del garage per lanciarsi dentro la nostra casa. Incuriosita da questo fatto, mi affrettai a tornare nel garage. Lo spettacolo che mi si palesò davanti era agghiacciante. L’unica cosa che rimaneva di quel poveraccio erano dei vestiti intrisi di carne spappolata e sangue sparsi dappertutto. In mezzo al pavimento c’era il suo inutile coltellino a scatto.

Dove era finito mio fratello? Che cosa era successo? Decisi di tornare dentro casa quando sentii altre urla soffocate da un macabro concerto di rumori di carne lacerata e di ossa spezzate. Corsi su per le scale, quei suoni provenivano dalla mia stanza. Spalancai la porta della camera, ma non c’era nessuno. Nelle tenebre soltanto riuscii a vedere degli schizzi e tracce di sangue che conducevano al mio armadio.

Avvicinandomi sentii chiaramente qualcosa agitarsi al suo interno. Continuai a camminare nonostante il mio esile corpo di bambina cercasse in ogni modo di ribellarsi. Raccolsi tutto il coraggio che avevo in corpo e lentamente spostai l’anta socchiusa. In quel momento lo vidi.  Lui, infastidito dalla luce della luna, tentò disperatamente di nascondersi con i miei vestiti.

Emetteva dei versi disumani mentre si grattava furiosamente la pelle che gli stava cadendo un pezzo dopo l’altro con le sue lunghe e mostruose mani sporche di sangue. Non appena mi vide, sgranocchiò e ingoiò subito quello che sembrava essere ciò che restava di un cranio. La violenza con cui divorò quei resti era la stessa di un uomo che stava morendo di fame. Lo guardai negli occhi. Brillavano di un rosso intenso, bruciavano di dolore e di rabbia. Riconobbi quello sguardo. 

“John, sei tu?”. 

Non appena dissi queste parole mi si lanciò contro emettendo un grido terrificante. Chiusi per un istante gli occhi, consapevole del fatto che probabilmente avrebbe squartato anche me. Tuttavia, quando l’aria spostata dal passaggio di quell’essere mi accarezzò la guancia, riaprii subito gli occhi. Vidi per un attimo il suo corpo deforme fuggire dalla mia stanza per poi confondersi nelle tenebre della notte. I rumori che produceva mentre zoppicava si fecero sempre più lievi, ed alla fine scomparvero. 

Non c’è un motivo per il male. Non c’è mai stato. Succede e basta. Ma soprattutto, la prossima volta che lui arriverà, voi non potrete fare nulla per evitarlo.



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Città Piccola

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