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La ragazza era seduta di fronte al Direttore della rivista “Scrittori oggi...”, in placida attesa. Le gambe erano accavallate e la pelle liscia era protetta alla vista solo da una tenue calza nera. Lo sguardo del direttore non potè fare a meno di risalire verso la gonna corta, che le arrivava a malapena a metà coscia. Risalendo, gli occhi del direttore incontrarono una camicia a maniche corte, così attillata da rendere ancora più evidente il prosperoso seno. Con un piccolo sospiro, Anthony Summers, direttore della rivista da quasi sette anni, si costrinse a spostare lo sguardo dai punti caldi della ragazza, per tornare a guardarla negli occhi, come aveva fatto nei primi secondi del colloquio. “Bene signorina...” lasciò la frase in sospeso, osservando la giovane: era così preso dalla bellezza della ragazza che ne aveva scordato il nome. “Hopkins” “...Hopkins” ripeté il signor Summers, asciugandosi la fronte con un fazzoletto che portava sempre in tasca. Era caldo, quel giorno, e la presenza di una così bella ragazza contribuiva ad alzare la temperatura dell'ufficio. Con un gesto secco, il direttore prese i fogli che si trovavano sulla sua scrivania, alzandoli di fronte a sé. Quella ragazza così tremendamente carina si era presentata nel suo ufficio, quella mattina, con quei fogli in mano, gli aveva detto che si trattava di un racconto che aveva scritto e che le sarebbe piaciuto se fosse stato pubblicato nella sua rivista. “Qui abbiamo dei canoni molto seri...” cominciò lui, ma subito la giovane alzò la mano verso di lui, interrompendo il suo discorso. “Me ne rendo conto, e le sono grata per il tempo che mi sta dedicando” Anthony Summers annuì leggermente, per poi portare gli occhi al testo ed iniziare a leggere il racconto della giovane.

[Mark Skyler non sapeva a cosa stava andando incontro, quel giorno. Sapeva soltanto due cose: la macchina si era fermata e si trovava in mezzo al nulla. Si guardò intorno, osservando la stradina in cui si trovava: poco più di un sentiero, in verità, più buche che altro, proprio per questo la sua macchina l'aveva abbandonato: un sasso preso dalle ruote aveva creato più danni del previsto. La notte era ormai calata e Mark non riusciva a vedere niente, perso in quell'oscurità che lo avvolgeva. Mosse qualche passo lungo il sentiero, guardandosi disperatamente attorno, e sperando di scorgere qualcuno, nel buio. La temperatura calava rapidamente, da quelle parti, ed il freddo era ormai una morsa che lo stringeva, sempre più forte. Camminò per quasi un'ora, prima di riuscire a scorgere qualche segno di vita. Finalmente, a non troppa distanza dal punto in cui si trovava, vide una grande casa illuminata. “Finalmente...” disse, tirando il fiato. Con un ultimo sforzo, si incamminò lungo il vialetto in salita che conduceva alla villa, sperando di trovare persone cordiali che l'avrebbero ospitato e gli avrebbero permesso di usare il telefono per chiamare un meccanico. Man mano che si avvicinava, i dettagli della casa prendevano forma, permettendogli di farsi un quadro più preciso: era una villa molto isolata, ma non sembrava esserci alcun cane da guardia, una cosa, questa, piuttosto strana. O si trattava di persone eccessivamente fiduciose, o di persone armate. Dentro di sé, Mark sperò che la prima soluzione fosse quella giusta. Ormai mancavano pochi passi, lanciò un'occhiata ai vetri illuminati, e scorse qualcosa al suo interno, niente di chiaro e definito, fu solo un'ombra rapida, ma, almeno, gli diede la certezza che dentro c'era davvero qualcuno. Bussò piano alla porta, stringendosi di più nella giacca, per riscaldarsi le membra. Dovette aspettare solo pochi secondi, poi udì un rumore di passi in avvicinamento, e la porta si aprì, lasciando fuoriuscire all'esterno uno spiraglio di luce. “Ehm...salve...” iniziò lui, poi fu costretto a bloccarsi, osservando la figura che gli si parava davanti. Era una ragazza di circa venticinque anni, non troppo alta, con lunghi capelli neri che le arrivavano fino al fondoschiena, un corpo perfetto e due grandi occhi verdi in cui Mark sentiva di poter perdersi. “Salve” gli rispose lei, con un sorriso che scaldò il cuore del povero ragazzo “Posso aiutarla?” “Ecco...la mia macchina si è fermata...così...” deglutì a vuoto, si sentiva in soggezione di fronte a tanta bellezza “...io...mi chiedevo se fosse possibile chiamare un meccanico...e...magari...trascorrere qui la notte...” La giovane annuì, aprendo del tutto la porta. “Oh, certo che può fermarsi!” disse, con un tono di voce forse leggermente alto, o almeno così parve a Mark. In quel momento, si udì un rumore di passi, poco distante. Mark si voltò verso una porticina in legno, che sembrava l'origine di quei suoni. Confermando le sue impressioni, la porta si aprì e fece la sua apparizione una seconda ragazza, che stringeva tra le mani una cassetta degli attrezzi. “Che succede, Marion?” Mark osservò la nuova apparizione: era più alta della prima ragazza -che adesso sapeva chiamarsi Marion- aveva corti capelli biondi e due profondi occhi di un azzurro pallido, quasi lo stesso colore del ghiaccio. Il fisico squadrato e atletico fece capire al ragazzo che aveva a che fare con una donna autoritaria e sicura di sé. Lo sguardo della ragazza si focalizzò su di lui, incupendosi in un'espressione interrogativa. “La mia macchina si è fermata non troppo distante da qui” Mark fu lesto nello spiegare anche a lei il motivo della sua venuta “Sono qui per chiedervi ospitalità...e...” le sorrise, cercando di risultare accattivante “...potrei fare una telefonata? Sa, per chiamare il meccanico” La ragazza bionda lo osservò ancora per qualche istante, senza dire niente, poi alzò le spalle, in un gesto di noncuranza. “Sì, può restare” posò la cassetta degli attrezzi sul tavolino dell'ingresso “Il telefono si trova su quel mobiletto” con un cenno del capo indicò un piccolo mobile in ebano, dove faceva bella mostra di sé un grande telefono nero e un elenco telefonico. Mark si diresse verso il punto indicatogli, mentre dietro di lui poteva avvertire il brusio delle voci delle due giovani, senza, purtroppo, riuscire a distinguere cosa stessero dicendo. Doveva ammetterlo, Marion l'aveva stregato, e adesso moriva dalla voglia di conoscerla meglio e sapere tutto il possibile su di lei. La telefonata fu breve, trovare il meccanico non fu un problema, fortunatamente non si trovava molto lontano da un centro abitato, il proprietario della rimessa sarebbe venuto a trascinare via la sua auto il mattino dopo. Posò la cornetta e rimase fermo, cercando di acutizzare i sensi, così da poter percepire qualche rumore di passi: non gli sembrava cortese fare un giro della casa per trovare le proprietarie. Gli sembrò di sentire nuovamente qualche rumore soffocato, dietro la porticina in legno già notata in precedenza. I suoi occhi saettarono verso il tavolino dove era stata posata la cassetta degli attrezzi: vuoto. Evidentemente la giovane bionda era tornata al lavoro, qualsiasi cosa stesse facendo. “Ha finito di telefonare?” La voce alle sue spalle lo fece sobbalzare, ed il cuore cominciò a battere all'impazzata, quando però si voltò, vide solo il volto divertito di Marion. “Oh, mi scusi, non volevo spaventarla” Mark cercò di riprendersi e allungò la mano verso la giovane “Che maleducato, non mi sono presentato! Io sono Mark” In risposta, la giovane allungò a sua volta la mano, stringendo quella dell'uomo “Marion” Mark ritirò la mano, sentendosi improvvisamente a disagio. “Spero di non recare troppo disturbo” Marion ridacchiò appena, inclinando la testa di lato, e facendo sprofondare ancora di più il cuore di Mark. “Oh, no” mosse qualche passo verso l'ingresso “E poi, anche Silvia non ha niente in contrario, quindi non c'è alcun problema” Mark annuì appena, Silvia doveva essere la ragazza bionda. “La sua amica sta...” Lasciò la frase in sospeso, considerava maleducato interrogare quella ragazza così bella sulle attività di quella casa, ma lui era una persona per natura molto curiosa. “La caldaia” rispose Marion, con un dolce sorriso “Non funziona molto bene, Silvia sta cercando di aggiustarla” “Oh, ma posso dare una mano!” esclamò Mark, pronto a sdebitarsi per l'ospitalità delle fanciulle “Non credo che sia il caso” si affrettò a rispondere Marion “Ferirebbe il suo orgoglio, sa” Mark rimase leggermente stupito, ma decise di non ribattere, non poteva imporre il suo aiuto, se non era desiderato. “Sa, sono contenta che sia venuto” Mark guardò la fanciulla con stupore, ma dentro di sé si rallegrava delle attenzioni della ragazza “E' tutto il giorno che Silvia sta dietro a quella caldaia, e mi sentivo sola. Vuole farmi compagnia?” Il ragazzo non aspettava altro che un'occasione per starle accanto, per questo accettò senza indugio.

Le successive ore trascorsero con tranquillità, Mark scoprì che Marion, oltre ad essere una bellissima donna, era anche molto simpatica. Dalla cantina continuavano a provenire dei suoni soffocati, ma il giovane non ci fece caso, in fondo più Silvia litigava con la caldaia, più tempo avrebbe avuto lui per stare da solo con la mora. Silvia fece nuovamente la sua comparsa quando era ormai ora di andare a dormire. Mark si alzò dalla poltrona su cui era seduto, e, con un lieve inchino si congedò dalle giovani. Mentre saliva le scale, che l'avrebbero portato alla sua camera, sentì le due che discutevano al piano di sotto. Cercando di non farsi vedere, si fermò in un punto non illuminato, così da poter udire. “Allora, che stavate facendo?” la voce che aveva appena parlato apparteneva alla bionda “Niente, parlavamo” “Oh, certo...” il tono sembrava sarcastico “Ho visto come ti guardava, ti stava mangiando con gli occhi” Mark arrossì nella penombra delle scale, imbarazzato dal fatto che i suoi sentimenti fossero stati scoperti così in fretta. “Sì, hai ragione” la risposta della mora lo fece arrossire ancora di più “Ma che posso farci se attraggo gli uomini?” il tono sprezzante di questa frase lo stupì. Marion non gli era sembrata una tipa altezzosa “Sono una bella ragazza, no?” Era quasi un atteggiamento di sfida, che Mark non riusciva ad unire all'immagine della ragazza che si era formata nella sua mente. Pensieroso, decise che aveva ascoltato abbastanza e continuò a salire le scale, mentre, dietro di lui, le voci delle giovani si facevano sempre più indistinte.

La notte era ormai calata da molte ore, e Mark non faceva che rigirarsi irrequieto nel suo letto. C'era qualcosa di strano, in quella casa, qualcosa che non riusciva ad afferrare. Si sentiva irrequieto, il suo sesto senso gli urlava di fuggire... Il giovane scosse la testa, nascondendo il volto sotto le coperte. Tutte sciocchezze! Si era solo lasciato suggestionare! Era l'atmosfera di quella casa...così isolata e silenziosa. E poi, quella ragazza, Silvia...i suoi occhi di ghiaccio lo inquietavano, ed il tono arrabbiato delle sue parole gli aveva lasciato addosso una strana sensazione di disagio, che adesso non riusciva più a togliere. Con un sospiro scostò le coperte, lasciandole cadere a terra, quindi posò i piedi nudi sul freddo pavimento, ciò gli causò un brivido lungo la schiena che lo lasciò paralizzato per qualche istante. Si riprese, riempendosi d'aria i polmoni, anche per darsi coraggio. Continuava a ripensare a quei rumori soffocati...cosa li aveva provocati? E poi per quale motivo erano così bassi, sembrava che qualcuno si fosse preso la briga di insonorizzare quella stanza. Perché mai qualcuno avrebbe dovuto insonorizzare la cantina? Con queste domande che gli ronzavano nella testa, Mark scese le scale, cercando di muoversi silenziosamente. Non sapeva dove si trovassero le camere delle ragazze, quindi non poteva dirsi al sicuro in nessun punto. Camminando in punta di piedi e lentamente, gli sembrò di aver trascorso un'eternità su quelle scale, mentre, invece, doveva aver impiegato solo una manciata di secondi a scendere. Sempre cercando di non far rumore, si diresse verso la porta della cantina. Posò la mano, sudata a causa dello stress, sulla maniglia e si guardò intorno, temendo di essere scoperto. Si sentiva un ragazzino preda di paure sciocche, ma sapeva che non sarebbe riuscito a dormire se prima non avesse controllato cosa c'era in quella cantina. Con lentezza, girò la maniglia della porta, per poi spingerla verso l'interno e, così, aprirla. Una voragine nera si aprì su di lui, e per un attimo fu tentato di chiudere quella porta e andarsene, se non voleva rischiare di rimetterci l'osso del collo. Stranamente, però, fu proprio la paura a dargli il coraggio di allungare una mano sulla parete, tastando alla cieca alla ricerca di un interruttore. La sua ricerca fu premiata, e una luce soffusa illuminò l'ambiente, quel tanto che bastava per vedere dei piccoli scalini in discesa. Cominciò a scenderli, cercando di fare attenzione a non scivolare, non voleva che le due ragazze si accorgessero che era entrato lì dentro. Ci mise pochi secondi per terminare quelle scale e finalmente fu libero di guardarsi attorno. Ciò che vide, però, lo fece rabbrividire. La caldaia c'era, è vero, e, forse, era anche vero che Silvia la stava riparando, visto che la cassetta degli attrezzi vi era posata sopra, ma c'era qualcosa che attirò l'attenzione di Mark in maniera agghiacciante. Incatenato alla caldaia vi era un corpo umano. Mark fece qualche passo in avanti, avvicinandosi. La figura era ricoperta di sangue, in alcuni punti secco, in altri fresco, segno che era stato colpito più volte. Numerosi tagli erano presenti sul corpo, tuttavia nessuno di questi era letale, dovevano essere stati inferti al solo scopo di far soffrire quell'uomo. La causa della morte era evidente: un pugnale conficcato nel cuore. Mark lasciò vagare lo sguardo per il resto della stanza, ed i suoi occhi incontrarono un fagotto, abbandonato in un angolo. Il giovane si avvicinò, per poi fare un salto all'indietro, non appena capì di cosa si trattava: uno scheletro. Aveva decisamente visto troppo, voleva scappare, ma le sue gambe erano paralizzate. “Sono come te” Disse una voce alle sue spalle, Mark si voltò, ed un urlo uscì dalle sue labbra. Silvia si trovava ai piedi della scala, doveva essere scesa mentre lui era paralizzato dall'orrore, e non poteva sentirla. I suoi corti capelli biondi erano spettinati, e lei indossava un grande pigiama verde e delle pantofole dello stesso colore, segno che anche lei doveva essersi alzata in fretta. Probabilmente lui aveva fatto più rumore del previsto. Lo sguardo terrorizzato del giovane si focalizzò su ciò che la donna teneva tra le mani: un'accetta, che teneva con presa sicura, come se fosse un'abitudine, per lei. Rimase a guardarla, mentre sentiva distintamente numerose gocce di sudore scivolargli sulla schiena. “Anche loro la volevano” continuò la donna, muovendo qualche passo verso di lui “Ma io non permetto a nessuno di portarmela via” I suoi occhi di ghiaccio mandavano guizzi di pura malvagità, e Mark si sentì beffato dal destino, che l'aveva mandato proprio in quella casa. Il suo stomaco era chiuso, come in una morsa, non riusciva a deglutire, si sentiva improvvisamente vuoto, come se una corrente gelida gli fosse passata tra le membra. Si sentiva un bambino perduto e spaesato, e gli veniva voglia di piangere. Nonostante tutto, però, sapeva che la sua unica salvezza era mantenere una certa dose di sangue freddo. Piangere sarebbe servito solo ad accelerare la sua fine. La donna continuava ad avanzare verso di lui e al giovane sembrava quasi di cogliere un bagliore sinistro sulla lama, anche se sapeva bene che, data la penombra, questo non era possibile. “Te ne andrai anche tu...” sibilò ancora la donna, ormai vicinissima “Anche tu smetterai di guardarla così!” Con uno scatto la ragazza cercò di colpire Mark alla spalla, ma il ragazzo fu più rapido, si spostò e, sfruttando la momentanea perdita d'equilibrio della giovane, corse a perdifiato sulle scale. La sua unica salvezza era fuggire, lontano da quella casa, lontano da quella bestia.

Grazie alla forza della disperazione, in poco tempo si ritrovò fuori dalla casa, e ci mise appena una manciata di secondi a raggiungere l'aperta campagna. Solo a quel punto si guardò alle spalle: nessuno. Sospirò di sollievo, mentre l'adrenalina in circolo calava e l'uomo era libero di percepire il forte dolore ai piedi, tagliati e lacerati a causa della corsa a piedi nudi. Ma ce l'aveva fatta: era vivo! Solo in quel momento la razionalità tornò a imporsi nella sua mente. Sì, lui era libero, ma Marion era ancora prigioniera di quella casa, con un mostro simile! Mark riportò lo sguardo all'edificio, ormai lontano. Si portò una mano tra i capelli, cercando di riprendere fiato, mentre i polmoni gli bruciavano e le gambe si rifiutavano di compiere un altro passo, a causa dello sforzo a cui erano state sottoposte. Tuttavia era suo preciso dovere salvare quella povera ragazza, e doveva farlo in fretta, prima che la furia di Silvia potesse investirla...

Per raggiungere di nuovo la villa impiegò più tempo di quello impiegato a fuggire, tuttavia riuscì a tornare, nonostante i muscoli indolenziti ed i piedi martoriati. La porta d'ingresso era ancora aperta: nessuno l'aveva chiusa dopo che lui era scappato? Oppure Silvia era uscita a cercarlo? Sperò che la seconda possibilità fosse quella giusta e che non stesse per tornare indietro. Con il cuore che gli martellava in testa, mosse qualche passo cauto nell'ingresso, completamente buio. In quel momento avrebbe dato qualsiasi cosa per un fiammifero, Silvia poteva essere avvolta nel buio, pronta a giocare con lui come il gatto con il topo. Avvertì un movimento alla sua destra e si voltò, nel farlo urtò con la mano contro un vaso, rischiando di farlo cadere. Riuscì ad afferrarlo al volo e lo tenne tra le mani, pronto a usarlo come rudimentale arma, se necessario. Un secondo movimento mise i suoi sensi ancora più in allarme, e questa volta riuscì a riconoscere una sagoma umana nel buio. Alzò il vaso, pronto a calarlo sulla testa di quella donna malvagia, quando... ...la luce si accese, illuminando l'ingresso, e rivelando la figura di Marion, che lo guardava spaventato. “Mark! Cosa stai facendo?” Il giovane si lasciò andare ad un sospiro di sollievo e si affrettò a posare il vaso dove l'aveva trovato, guardando Marion pieno di gioia. “Oh, per fortuna stai bene!” disse, avvicinandosi a lei, e prendendole le mani tra le sue “Ma certo che sto bene...” mormorò lei, con espressione confusa. “Silvia dov'è?” “Non lo so. Non in camera, comunque. Sono scesa a cercarla...ed ho trovato te con il vaso in mano!” Mark sentiva di doverle delle spiegazioni, ma sapeva anche di avere poco tempo per trarla in salvo. “Ascolta, ti spiegherò tutto più tardi, adesso dobbiamo andarcene da qui, prima che torni Silvia!” La ragazza lo guardò, inclinando appena il capo, con un'espressione da dolce bambina dipinta sul volto “...non capisco...” Il ragazzo sospirò appena, stringendole più forte le mani “Lei è impazzita. Ha cercato di uccidermi...lei...ecco...” arrossì leggermente, sotto lo sguardo della ragazza “...il fatto è che tu mi hai colpito molto, e questo a lei non va bene. Dobbiamo scappare, prima che ci trovi!” Adesso lo sguardo della mora si accese di una luce di consapevolezza, e questo fece apparire un sorriso sul volto di Mark: aveva capito. “Capisco...” disse la giovane, ed un largo sorriso -per Mark decisamente inadatto alla situazione- comparve sul suo bel volto “...lei è gelosa” disse quindi. Mark la guardò, sorpreso e a tratti confuso. Aprì la bocca per dire qualcosa, ma non ne ebbe il tempo. Sentì un forte dolore alla nuca, e poi vide solo il buio.

Riaprì gli occhi, dopo un tempo che non seppe quantificare. Poteva essere rimasto svenuto per pochi secondi o per molti giorni, non aveva modo di saperlo. L'unica cosa che sapeva era che gli faceva male la testa, e che non riusciva a muoversi. Scosse la testa, mentre, piano, piano, la vista si snebbiava, permettendogli di riconoscere con più facilità gli oggetti che lo circondavano. Improvvisamente Mark spalancò gli occhi. Si trovava in cantina! Silvia doveva essere tornata, e aveva sorpreso lui e Marion. Cercò di alzarsi, ma si accorse di essere incatenato alla caldaia. Aveva preso il posto del corpo che vi si trovava prima. Era in una situazione disperata, ma non era a sé stesso che pensava in quel momento, tutta la sua preoccupazione era diretta verso Marion...dov'era finita? Cosa le era successo? “Ti sei svegliato, finalmente” Mark alzò lo sguardo, in cima alle scale si trovava Silvia, stringeva tra le mani la cassetta degli attrezzi. Lo osservava con uno sguardo beffardo, quasi di sfida. In un secondo Mark seppe con certezza che la sua ora era giunta. “Dov'è Marion? Cosa le hai fatto? Se le hai fatto del male giuro che io...!” Silvia scese qualche gradino, misurando con calma i passi, senza alcuna fretta. “Tu...cosa? Sei legato, amico mio” Purtroppo aveva ragione, non poteva muoversi, che cosa mai avrebbe potuto fare? “Dimmi cosa le hai fatto” ripeté, muovendosi furiosamente, anche se sapeva che si trattava solo di uno spreco di energia. “Oh, proprio niente” rispose la donna, sempre con quel sorriso beffardo sul volto. In quel momento la porta della cantina si aprì, catturando lo sguardo di Mark, e dentro il suo riquadro fece la sua apparizione proprio la mora. “Marion!” esclamò Mark, incredulo. La squadrò attentamente, in cerca di graffi o contusioni, ma sembrava stare bene. Non solo, non sembrava neanche triste, uno strano sorriso le illuminava la bocca e lo sguardo. “Ciao Mark” disse lei, scendendo le scale e raggiungendo Silvia, che affiancò. Adesso il giovane era ancora più confuso, gli sembrava di essere il protagonista di un film, o di un racconto dell'orrore. Marion dovette accorgersi del suo sguardo, perchè subito gli sorrise, per poi posare la testa sulla spalla di Silvia. “Te l'ho detto che è molto gelosa” non sembrava che la cosa le desse un qualche dispiacere, anzi, dal tono sembrava contenta, come una bambina a cui è stata appena regalata la cioccolata “Non è adorabile?” Mark non ebbe il tempo di rispondere, e, in effetti, non avrebbe neanche saputo cosa dire. Senza attendere oltre, Silvia aprì l'onnipresente cassetta, estraendone un punteruolo. “Te l'ho detto...non la guarderai mai più così...” Mark spalancò gli occhi e la bocca. Ma nessuno lo sentì urlare]

Anthony Summers finì di leggere il racconto della ragazza, per poi alzare lo sguardo su di lei, che sedeva, in placida attesa. “Bene, signorina...” cominciò, costringendosi a guardarla negli occhi. La giovane subito si sedette sulla punta della sedia, preda di una visibile emozione “...è ben scritta, mi piace il suo stile, ma...” L'eccitazione parve sparire dallo sguardo della ragazza “Ma...?” Il Direttore si sistemò la cravatta, leggermente a disagio. “Insomma, non è verosimile, capisce?” Visto che la ragazza non rispondeva, l'uomo decise di andare avanti con la sua argomentazione “Insomma...” prese i fogli e li sistemò in ordine, picchiettandoci sopra con l'indice “Una fidanzata gelosa che uccide tutti gli uomini che guardano la sua donna” smise di picchiettare, alzando lo sguardo sulla giovane “E l'altra invece di essere legittimamente spaventata da tanta ossessione...ne è felice!” scosse piano la testa, restituendo i fogli alla ragazza “No, no, mi dispiace. Come le ho detto, è inverosimile!” La ragazza afferrò i fogli, alzandosi con calma. “D'accordo signore. La ringrazio per avermi dedicato il suo tempo” L'uomo annuì appena, alzandosi ed aprendole la porta, per farla uscire. “Mi dispiace molto, signorina, le basi ci sono, ma provi a cimentarsi con un altro tema” La signorina Hopkins non disse niente, semplicemente uscì dall'ufficio, con il suo fascio di fogli sotto il braccio Una volta uscita dal palazzo chiamò un taxi, per farsi riportare a casa.

“E' sicura signorina? Vuole che la lasci qui?” Il tassista sembrava dubbioso, continuava a guardarsi intorno, preda di una strana inquietudine. Il sorriso dolce della ragazza, però, sembrò dissipare ogni dubbio. “Sì, io abito qui. Grazie mille” Una volta pagato il tassista, la giovane si incamminò lungo il sentiero, fino a raggiungere la sua casa. Bussò ed aspettò pazientemente, tenendo lo sguardo fisso sui fogli e sospirando appena. Anche se aveva cercato di non farlo vedere, c'era rimasta molto male per la decisione del direttore. Improvvisamente la porta si aprì, ed una figura femminile la guardò, con una luce di entusiasmo nello sguardo. “Allora, che ha detto?” chiese, con voce rotta dall'emozione. Marion Hopkins varcò la soglia, guardando la compagna con sguardo triste e scuotendo appena la testa.

“Ha detto che non siamo verosimili” “Oh...che peccato...”


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