Creepypasta Italia Wiki
Advertisement
Creepypasta Italia Wiki

Era una giornata nuvolosa.

Una bambina dai ciuffi biondi ascoltava incantata la conversazione tra il vento e le grondaie, pettinando distrattamente i lunghi capelli albini della sua bambola Elsa.

Sua madre gliel'aveva regala al sorgere di quell'autunno, un altro suo capriccio, che la frivola e per lo più assente madre aveva ancora una volta accontentato.

Dopotutto, Chloé era stata quasi felice di strapparle quei 14,59$.

I genitori di Chloé sono sempre stati assenti nella sua vita.

Le sue uniche felicità erano i suoi amici e il suo armadio dei travestimenti, che non dava segno di voler funzionare da 4 giorni.

E forse, quel capriccio, era stato solo un altro tentativo di coprire il buco che l'assenza dei suoi genitori aveva lasciato nella sua infanzia.

Ma il filo del discorso era troppo complicato da seguire per una bambina.

La piccola Chloé sobbalzò quando nella stanza penetrò un lampo.

Aveva cominciato a piovere.

La bambina, spaventata, rabbrividì.

Decise finalmente di alzarsi, e, una volta acceso l'interruttore della luce, cercò con lo sguardo il suo Compagno di giochi.

Per quanto gli occhi azzurri della piccola perlustrassero la camera, la ricerca del suo amico paperuto si rivelava vana.

Non era sul letto. Non era nel fortino di cuscini. Non era sul comodino.

Sapeva che quella ricerca era tutto fuorché utile, perché ben sapeva che il pupazzo era rimasto abbandonato in camera dei genitori.

Eppure, nonostante il suo cervello infantile le indicasse la camera da letto, le sue gambe tremavano al dover attraversare quel buio corridoio da sola.

Nonostante la fifa blu che sembrava da giorni scorrerle nelle vene, direzionò i piedi tremanti verso la porta e le manine verso la massiccia maniglia in ottone.

La spinse giù velocemente e aprì la porta il più silenziosamente possibile.

Nonostante l'attenzione della piccola, la porta non si trattenne dal gracidare come una vecchia rana, diffondendo l'eco negli oscuri corridoi della casa.

Chloé si maledì del fatto che la sola idea di uscire dalla sua calda e accogliente camera le fosse balenata in testa.

Ma ormai, fatto il misfatto, decise di raggiungere la camera dei genitori passando velocemente sulle assi scricchiolanti dello sporco pavimento.

Mentre camminava, come ogni bambino fa, teneva attenzione per ogni rumore presente nella casa.

Non si sa mai. Magari, un mostro rancido con gli occhi verdi e la pelle blu sarebbe spuntato dall'oscurità, terrorizzandola a morte.

No.

Ma chi voleva prendere in giro?

Aveva visto qualche film horror con sua madre.

Ormai non erano più i grossi mostri pelosi blu, che poi si rivelavano maglioni nel suo armadio, che la spaventavano.

Lei aveva paura delle persone.

Nei film horror i cattivi sono sempre le persone.

Aveva paura che l'avrebbero uccisa, o peggio...

Che sarebbe diventata una di loro.

Una di quelle bambine brutte, con gli occhi bianchi, il sangue alla bocca, i capelli neri e sporchi.

E Chloé non voleva avere i capelli neri e sporchi e gli occhi bianchi.

Al solo pensiero, si toccò una ciocca di capelli, per assicurarsi che non si stesse trasformando in una bambina-mostro.

Le ciocche erano ancora bionde.

Erano sporche, ma bionde e lisce, come piacevano a lei.

La porta di cedro che portava nella stanza dei genitori era bianca ed alta. Molto alta.

Per vederne la fine la piccola Chloé doveva tirare indietro la testa fino a che toccasse le spalle.

Era tanto alta che Chloé, per raggiungere il ferroso e freddo manubrio, dovette eseguire ben tre saltelli, aggrapparsi ad esso e tirarlo giù. Dondolò leggermente in modo da abbassare, per quel che bastava, la maniglia, per poi lasciarsi cadere nel vuoto.

Saranno stati 3 centimetri di altezza, ma per la vasta infantile immaginazione di Chloé rappresentavano comunque un infinito, un'altezza lunga tempo e spazio.

Un'altezza durante la quale qualsiasi inquietante mano avrebbe potuto prenderla e trascinarla nell'oscurità del macabro corridoio.

Il pensiero di una mano viscida sul suo gracile corpicino la intimorì a tal punto che, appena sentì i piedi toccare terra, si chiuse dall'altra parte della porta.

Nessun mostro, nessuna mano viscida, nessuna bambina con i capelli neri e gli occhi bianchi avrebbe potuto prenderla lì.

Nessuno lo avrebbe fatto in presenza di mamma e papà.

Chloé tirò un sospiro di sollievo.

Loro erano ancora lì.

Cominciavano a puzzare, ma erano ancora lì.

A Chloé venne da pensare che papà non sapeva proprio giocare a quel gioco, e che la mamma non sapeva perdere.

Insomma, appena il papà aveva incominciato a toglierle la gonna aveva cominciato ad urlare e scalciare.

Il padre era caduto, e, sbattendo forte la testa contro il davanzale della finestra rompendosi l'osso del collo.

Chloé, nella sua beata innocenza, si era convinta che stesse schiacciando un "pisolino".

"Ma mamma" la bambina immaginò di comunicare con la mamma con la mente.

"Non sai proprio giocare pulito! Il signor papà ce lo dice sempre. La prima regola di questo gioco è il silenzio. Solo il signor papà è autorizzato a fare rumore!"

Sorrise compiaciuta a quel pensiero.

Chloé non aveva giocato molte volte a quel gioco, non le piaceva il dolore che le infliggeva il signor papà, eppure, questa volta, aveva trovato un gioco in cui era più brava della mamma.

Il pomeriggio dei quattro giorni precedenti era stato il più bello che ricordasse da tempo.

Dopo aver giocato col signor papà, anche la mamma aveva deciso di dedicarle del tempo.

Dopo che il papà si era addormentato, la mamma aveva cominciato a piangere.

Chloé non sapeva il motivo per il quale la mamma piangeva.

Era troppo impegnata a capire se il liquido cremisi che usciva dalla testa del papà fosse come le tempere che le facevano usare a scuola.

Constatò che questa era una tempera diversa, forse era un acquarello.

La mamma si mise a fare le boccacce.

Si era avvolta la tenda attorno al collo e si era lasciata penzolare nel vuoto, facendo le boccacce per Chloé.

E a Chloé piacquero molto quelle boccacce.

Avrebbe voluto anche lei essere capace di farne di simili.

Eppure, sia il signor papà che la mamma, dopo aver giocato con la loro piccola, si erano regalati un lungo sonno.

Non se ne erano mai dedicati di così lunghi.

Ed erano ancora lì.

Ma la mamma aveva smesso di fare le boccacce.

E il signor papà aveva smesso di creare tempera dal retro del suo capo.

Erano fermi lì, da quattro lunghi giorni.

"Chloé!"una voce acuta e decisamente buffa,chiamò il suo nome.

Chloé si girò

Oh.

Eccolo lì.

Il signor copertino era caduto dal comodino e l'aveva attesa ai bordi del letto, osservando sorridente ogni suo movimento con i suoi azzurri occhi perlati.

Chloé attraversò la pozza di sangue ormai rappreso e raccolse il signor copertino.

Era sporco anche lui, di rosso e polvere. Chloé lo sgrullò, alzando un nuvolone di polvere nella stanza.

Tossì ripetutamente, strizzando gli occhi e mettendosi la mano davanti la bocca, come la mamma le aveva insegnato.

Chloé riaprì gli occhi lacrimanti per la polvere quando sentì un fruscio.

Anzi, più che un fruscio, una melodia, quasi da carillon.

La coperta gialla girò il bozzolo giallo che gli fungeva da testa, fissando con gli occhi azzurri e vitrei la piccola, già eccitata poiché consapevole dell'avvenimento seguente.

"Chloé, è ora!" disse il pupazzo starnazzando, continuando a sorridere alla bambina.

Chloé sorrise ed annuì.

Questa volta, in compagnia del signor copertino, il corridoio sembrò molto meno spaventoso.

Lo attraversò velocemente e si chiuse in camera sbattendo la porta.

Il momento era vicino.

Dalla finestra luci blu e rosse penetravano nella camera di Chloé.

Ma Chloé non andò a controllare cosa fossero.

L'armadio aveva ricominciato a funzionare e questo era l'importante.

Chloé lo aprì con lentezza snervante.

I suoi occhi brillarono e un sorriso nacque spontaneo sul suo volto.

All'interno, penzolavano i cadaveri dei suoi amici.

Fino a qualche giorno fa anche loro facevano le boccacce, come la mamma.

Erano diventati mollicci e la pelle faticava a stare attaccata alle ossa. La decomposizione, in quell'armadio umido, aveva avuto un processo veloce sui corpi dei bambini, che ora, per le manine esperte di Chloé, erano penzolanti come la mamma.

Un agente sfondò la porta al piano inferiore, gridando ad un possibile maniaco, di gettare le armi ed alzare le mani.

Nel frattempo Chloé aveva afferrato la mano del suo vecchio amico, tirandola leggermente, quasi a volerlo svegliare.

La pelle intorno alle ossa era troppo debole.

Infatti, scivolò via da esse come il burro.

E, mentre l'agente ignaro si addentrava nel buio corridoio, egli udì una flebile vocina.

"È ora di travestirsi!"

Advertisement