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Dopo una ventina di chilometri, la statale ventuno subisce un'innalzatura vertiginosa.

Il percorso si fa ricco di tornanti, l'asfalto cosparso di buche. Su un lato, ci sono - anche se trascurate dai più a causa dell'alta velocità di passaggio - due croci di pietra conficcate nel terreno, incise con una data e due iniziali, ormai coperte dal muschio e scavate dalla pioggia. Sono quelle di un pilota aereo e della sua spalla morti in un incidente molti anni addietro. Proseguendo ancora per qualche chilometro, sull'altro lato si apre una stradina. Piccola, buia, nascosta tra le steppe incolte.

Ai pochi occhi che riescono a coglierla sembra un'illusione. Ma esiste e si stende per diverse centinaia di metri. Imboccandola, si prosegue prima su una strada sterrata, poi sulle foglie umide, che si incollano alla suola delle scarpe. Il bosco digrada ai lati e pare di passeggiare sull'orlo di un pericoloso precipizio. Si cammina, cercando di ignorare il fruscio delle code dei serpenti che frustano la vegetazione e il ronzio incessante degli insetti.

Il volo obliquo delle falene e l'ululo dei lupi. Uno scalpiccio di passi, che qualcuno cerca di camuffare con scarso successo.

A un certo punto, illuminato da una luna che non osa infiltrarsi tra le fauci del bosco, si nota un cartellone. Campeggia sul nulla e presenta una scritta mezza mangiucchiata: è quella di un distributore di benzina. Poi appare l'insegna di un McDonald's, che si illumina a scatti irregolari solo nella parte destra. Fondato anni addietro e con notevole spreco di denaro, l'autogrill è rimasto abbandonato nel giro di qualche mese. Isolato com'era, i clienti erano pochi e di conseguenza i soldi insufficienti. Ora rimangono i ruderi, il bosco e la paura. Quella non muore mai. Guardo la luna piena, mi rincuora un po'. Sono le tre di notte, mi fa male la testa e ho la nausea.

E non so come mi trovo qui.

Cerco una cabina telefonica nei dintorni.

Non c'è, ovviamente. Mi piego sulle ginocchia. Non ricordo nulla, o quasi. La musica, l'alcol, le sirene della polizia. E poi?

Entro nel McDonald's: magari avranno un telefono, anche se lo credo improbabile. Avrò comunque un luogo riparato in cui dormire. Il vecchio locale puzza di urina, alcol, marijuana. Forse anche sangue. Mi faccio luce con l'accendino, riesco a vedere a malapena ciò che c'è a due metri da me. Cocci di vetro a terra, un materasso sporco, sedie di plastica rotte. Poi le macchie di umidità sul muro. Ma nessuna traccia di un telefono. Rassegnato, mi accascio sul materasso.

Sento come una patina appiccicosa avvolgere il mio corpo e vengo scosso da un brivido. Poi colgo un ragno zampettare sul mio viso. Lo scaccio schifato.

Cerco ancora di ricordare, ma non riesco. Mi sento svanito, il cervello leggero di un fantasma, lo stomaco in subbuglio. Mi alzo per andare in bagno, facendomi ancora luce con l'accendino. Il cesso è sporco e puzza, c'è un ronzio indefinito nell'aria. Dopo aver pisciato, vado d'istinto al lavandino, ma ovviamente non c'è acqua. Ci sono due mosche: una mi ronza intorno e mi saltella addosso, l'altra è immobile sul lavello. In quel silenzio, mosso solo dal ronzio dell'altra, sembra quasi che mi stia fissando. Vomito nel lavandino.

È a quel punto che il gas nell'accendino finisce. Cerco di riaccenderlo, non ci riesco. Spero di trovarne un altro nelle tasche, ma invano. Respiro, il buio mi scorre addosso come lava rovente. Ricordo la strada sino al materasso e dovrei essere in grado di arrivarci. A tentoni, proseguo. Trovo la porta, la sorpasso; cammino rasente al muro, cercando di capire quando devo discostarmi.

Un paio di passi dietro di me. Attutiti da qualcosa di morbido, ma comunque distinguibili. Il cuore mi sale in gola. Lo scalpiccio si fa più fitto, io prendo a correre verso quello che credo che sia l'ingresso. Inciampo nei cocci e mi taglio, ma devo rialzarmi e proseguire. Di sfuggita, mi pare di vedere il mio inseguitore, ma sono sicuro di essermi sbagliato: non può esistere qualcosa del genere. Supero il portone e subito sento il vento freddo sferzarmi il viso. La luce è sollievo lieve. Continuo a correre, ma ormai sono a corto di forze e sento quella cosa sempre più vicina.

Mi piomba addosso quando sono ormai in prossimità del bosco, mi sbrana le caviglie e risale verso le cosce. Il dolore mi acceca, cerco di divincolarmi e mi ritrovo sdraiato supino, il mostro ai miei piedi. Rivedo il suo volto peloso, le sue fauci enormi, mi si ripresenta il calore del suo abbraccio. Poi guardo in alto, verso quelli che saranno gli ultimi colori della mia vita.

In cielo c'è la luna piena.

Supermoon-one


Scritta da Tommas02, nel forum.

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