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Vivo in un paesino nel bel mezzo del nulla, in una casa abbastanza grande, ma bassa. Intorno a questa c'è un giardino molto fitto. Solo l'entrata dell'abitazione dà direttamente sulla strada: sugli altri tre lati ci sono solo metri e metri di piante, che la rendono invisibile. L'unico lato della mia casa che chiunque può osservare è rettangolare, e ha una porta principale così grande da permettere l'accesso a quattro uomini l'uno accanto all'altro. Accanto al portone ci sono due finestre. L'entrata ha un portico... spesso mi metto lì ad osservare i passanti, perché mi piace ammirare le persone che svolgono le loro faccende e attività.

Tempo fa, siccome non abbiamo un sistema di posta, il Comune ha cominciato a pagare i ragazzi maggiorenni della cittadina affinché cominciassero a distribuire loro le lettere, i messaggi della banca e quant'altro. Ovviamente se qualcuno non voleva farlo non era obbligato, ma essendo che i giovani di questo posto stentano a trovare lavoro qui, hanno tutti accettato. In questo modo, ho conosciuto Luca, un giovane di appena diciotto anni che si occupa di distribuire la posta nel mio quartiere. Ha dei bei capelli castani, degli occhi color nocciola, ed è sempre cortese... però timido, troppo timido. Ogni volta che viene, da vecchio rimbambito quale sono, gli faccio qualche battuta sconcia. Lui sorride e finge di apprezzare, ma mi sembra evidente che lo metto in imbarazzo.

Ieri è venuto con la posta, e per la prima volta l'ho invitato ad accomodarsi. «Mi dispiace, sono di fretta... sarà per un'altra volta!» mi ha risposto con poco fiato. «Tranquillo, non ti mangio mica!» ho scherzato io, ridendo in un modo nel quale solo io posso. Non penso sia stata la risata a convincerlo. Aveva troppa paura di dirmi di no, come quasi tutti i giovani.

«Ti preparo un caffè? O preferisci qualcos'altro?" «Andrà bene un caffè, grazie...» Era ovvio che avrebbe risposto così. Potevo anche mettergli direttamente il caffè sotto il naso senza neanche chiedergli se gli piacesse, non avrebbe rifiutato.

«Allora, come va la scuola?» gli domandai, sedendomi di fronte a lui. A me avevo preparato un tè. «Bene, grazie. Adesso è finita perché è estate, ma...» «Ti trovavi bene a scuola? Ti piaceva?» gli chiesi, senza lasciarlo finire. «Eh beh sì, cioè... abbastanza, talvolta era un po' dura. Ma infondo non era brutta.» «Capisco». Mi alzai per andare in bagno.

Al mio ritorno, era sparito. Strano. Forse non era semplicemente timido: magari aveva qualche grave problema d'ansia, e non riusciva a stare per tanto tempo da solo con un'altra persona. Oppure... Sentii un rumore provenire dalla mia camera da letto. Corsi, e lo trovai con le mani nel sacco. Stava frugando tra la mia roba, e aveva appena preso tra le mani una collana appartenuta a una mia vecchia fiamma. «Ecco perché eri così teso prima... progettavi il furto, eh? Mi sembrava strano che tu avessi mollato il tavolo così, e...» mi scaraventò addosso il mobiletto con i gioielli. Piccolo bastardo. Cominciai ad inseguirlo per tutta la casa, ma l'idiota non si ricordava dove andare per raggiungere l'ingresso. O forse non ci pensava.

Devo ammettere però che quello che stava succedendo mi stava eccitando molto. Ero bello vederlo correre con quelle sue gambe sode, in preda all'adrenalina. Così, decisi di lasciarlo fuggire un po': non fraintendetemi, avrei potuto fermarlo subito, ma volevo prima vedere che cosa avrebbe fatto.

Dopo meno di un minuto, aveva trovato l'atrio antecedente all'ingresso. Era il momento di bloccarlo. Tirai giù con forza l'attaccapanni, e riuscii così a colpirlo sulla gamba. Cadde su un ginocchio, ma provò subito a tirarsi su. Lo raggiunsi, presi un bastone che tenevo in mezzo agli ombrelli e lo colpì in fronte, senza però metterci troppa forza. Rovinò a terra, per fortuna sul tappeto.

«Hai già provato a derubare altre persone? Fai così con tutti quelli a cui consegni la posta?» Mugolò qualcosa, ma non capii. Lo guardai un po': il suo bel petto ansimava bianco e pallido, gli potevo vedere le costole e una leggera muscolatura. A giudicare da come divincolava le braccia per rialzarsi, dovevo avergli fatto male... o forse era solo spaventato? «Adesso chiamo i tuoi genitori» affermai, ridendo tra me e me. «No...» mugugnò lui. «Mi dispiace... non volevo farlo, cioè, non dovevo. Lo faccio solo perché ho bisogno di soldi... io credo che... non so lei, ma io...» «Zitto» gli risposi, stizzito. Poi mi allontanai per prendere il telefono.

Dannazione! Era riuscito ad alzarsi!

Udii la porta aprirsi, e il legno di quest'ultima incrinarsi sotto il suo peso quando si accasciò sulla grande maniglia, reggendosi con fatica. Aveva un fiatone pazzesco. Era troppo tardi per chiamare i genitori. Nessuno doveva vederlo uscire di casa mia in quello stato. Non potevo permettermelo.

Arrivatogli alle spalle, lo afferrai alla gola con il braccio come se volessi strangolarlo, e lo rigettai all'indietro, nell'atrio. Poi chiusi a chiave.

Di nuovo non potei fare a meno di osservarlo ammirato... il suo corpo, il suo atteggiamento... mi piaceva troppo. Non doveva più andarsene.

Raccolsi il bastone e lo colpii ancora. Per lui cominciava l'incubo. Lo trascinai mezzo svenuto giù nella cantina, dall'altra parte della casa. Fu un lungo viaggio. Stavo avendo un'erezione. Forse tra le ultime della mia vita. Sicuramente la più potente di questi ultimi anni. Arrivati alla porta dello scantinato, gli accompagnai dolcemente la testa mentre lo facevo scivolare sulle scale. Ai piedi della scalinata lo baciai in fronte, e poi sul petto. Fece un'espressione strana - un misto di disgusto, meraviglia e terrore macchiarono il suo volto da efebo. «Coha fa?» disse. Non riusciva più a pronunciare la esse. Probabilmente gli avevo rotto dei denti. Beh, c'era un unico modo per controllare: lo baciai in bocca. Lui mi morse la lingua prontamente con disprezzo, ovviamente! Persi la pazienza. Dopo un'ultima carezza, lo presi a calci.

Quando fui abbastanza sicuro che non avrebbe più dato problemi, gli sollevai la testa, toccando i suoi capelli morbidi. «Vedi laggiù?» chiesi. Non rispose. «Guarda, guarda cosa c'è al centro della stanza! Non vedi? Riesci a sentirmi?» Sollevò lo sguardo, e si mise a fissare con gli occhi socchiusi l'oggetto che avevo collocato tempo addietro al centro della cantina. «Dimmi, che cos'è? Lo sai cos'è quello, no?» la mia voce stava diventando involontariamente mielosa. Esitò; poi, prima di proferire parola, tentennò nuovamente diverse volte. Era davvero stordito e terrorizzato. Infine rispose: «Una tela con un dipinto hopra e una hedia» «Bene, vedo che ci vedi ancora, caro» Ovviamente non capiva, in quel momento. Nonostante questo cominciò a piangere lo stesso. Strano che non lo avesse fatto prima. Mentre lui singhiozzava, corsi in un angolo: avevo poco tempo.

Mi avvicinai, si voltò di colpo verso di me. «Addio, splendido angelo. Peccato, saresti diventato un bell'uomo. Ma sei più bello così.». Gli tirai una secchiata d'acqua gelata, poi cominciai a lavargli le ferite con una spugna, spogliandolo. Si muoveva, ma farlo stare fermo era facile: una piccola strizzatina ai testicoli, e il gioco era fatto. Decisi di dirgli ancora qualcosa: «Quando avevo la tua età, mi piaceva molto la perfezione. In tutte le sue forme. Tu sei bellissimo, ma io desidero renderti perfetto. Ma ti voglio anche mantenere così per sempre. Sarà il nostro piccolo segreto. E tu sarai il mio piccolo dio. Un dio come Eros, o come Ermes, se preferisci. Se solo tu fossi biondo avrei detto Apollo, ma dato che non lo sei...». Poiché si stava riprendendo, gli mollai un ultimo, poderoso pugno sulla gamba destra, nel punto in cui gli avevo fatto cadere addosso l'attaccapanni nell'atrio. Urlò di dolore, ed emise vari rantoli. Ma non volevo che il nostro ultimo contatto fosse un pugno. Gli sussurrai all'orecchio: «Diventerai perfetto, credimi.»

Bene, avevo finito. Adesso era pronto. Completamente nudo e pulito. Mi allontanai di nuovo di corsa, ma lui ricominciò a muoversi. Non c'era tempo. E poi presto avrebbero iniziato a cercarlo. Dovevo finire il lavoro alla svelta!

Presi un telone e un altro secchio, che avevo incollato anni e anni prima a un imbuto dalla bocca larga. Era ancora pieno della magica sostanza. Aggiunsi un po' d'acqua. Ecco, era tornata come una volta. Mi avvicinai rapidamente. Adagiai il ragazzo sul telone, in modo che stesse semisdraiato, ma con il busto sollevato dal terreno. Lasciai che osservasse cosa c'era nel secchio: solo così sarebbe andato tutto bene. Ma non si spaventò. Dannazione. Fui costretto a parlargli ancora: «È colla mista a pece, platino e argento». Capì dopo due secondi, aprì la bocca per urlare, la sua espressione era di meraviglia mista a paura. Approfittai della sua reazione per versargli il liquido nelle vie respiratorie. Poi continuai. Prima lo ricoprì completamente, poi il composto cominciò a solidificarsi. Brillava tantissimo, di un bianco argentato molto intenso. Era ancora vivo, si muoveva impercettibilmente. Quando fu abbastanza solido, lo girai e completai l'opera sulle parti del corpo che prima erano a contatto con il pavimento. Le sue membra sfavillavano, il suo collo era diventato pesante e taurino, le sue braccia sembravano fatte di un ferro incantato, e la sua espressione... fantastica. Ogni volta che lo guardavo negli occhi la sua bellezza mi folgorava. Ora però dovevo finire. Con la mia sostanza - anni prima l'avevo chiamata "acqua d'argento", vi piace? - sulla punta di un pennello gli ripassai gli occhi magicamente aperti e immobili, le unghie delle mani e dei piedi, i peli più visibili e, soprattutto, l'interno della bocca. Che orrenda fine che ha dovuto subire... povero Luca, povero angelo.

Adesso l'ho messo nel mio giardino, sopra ad una fontana finta. È splendido. Sembra un re sul trono. All'inizio pensavo di buttargli addosso delle foglie d'edera per renderlo più magico, ma alla fine ho rinunciato: voglio che il suo corpo sia il più visibile possibile. Ho solo aggiunto una targhetta sotto alla statua, dove ho scritto: "Il Dio caduto dal Cielo". Mi piace tantissimo. Mi ricorda un po' la statua di Peter Pan nei giardini di Kensington, non so perché. Forse perché anche lui può acquisire le stesse sfumature. Ad ogni modo, è venuto davvero bene. La mia migliore creazione.

Non mi andava di metterlo insieme agli altri, tuttavia: era così diverso. Le mie amanti di quarant'anni fa sono tutte ricoperte dalla stessa sostanza, solo che con un colore diverso: il rosso del rame. Una di loro però è di platino, come lui: sotto a lei ho scritto "La Lupa d'Argento". E come ogni lupa, anche lei aveva dei cuccioli, che erano doppiamente mie creazioni... li ho fatti io facendo l'amore con lei, e li ho fatti io nuovamente quando li ho cosparsi di oro. Loro invece sono "Romolo e Remo", i figli della "Lupa". Sono tutti sotto lo scantinato, in una stanza nascosta ma grande.

Tuttavia, so che presto la polizia scoprirà tutto. Forse non troveranno gli altri, ma di sicuro troveranno lui. La posta che doveva consegnare è qui davanti a casa mia, sul suo motorino. Ed è lì da ore.

Ho preparato una vasca. Presto mi ci lascerò andare silenziosamente dentro, dopo essermi lavato per bene e denudato. Acquisirò un colore bronzeo, quasi nero. Dei canali di scolo - fori piccolissimi - lasceranno uscire lentamente il miscuglio, lasciandomi solo nella vasca. Voi potrete chiamarmi pazzo, assassino, vecchio pervertito, pedofilo, bastardo... magari anche "quello che uccideva le persone pensando di renderle immortali". Ma io, nella stanza dove è collocata la vasca della mia morte, ho posto una targhetta. E sopra alla targhetta io ho scritto: "Colui Che si è Reso Eterno".

2016 Trip to London - Hyde Park - Peter Pan









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