FANDOM


La prima volta che la vidi fu il cinque di ottobre; avevo diciannove anni, ed ero andato al lago con la mia famiglia per una gita fuori porta, quasi si volesse ricreare la facciata di una vita felice. Come al solito mia madre aveva alzato troppo il gomito e si era messa a sbraitare per un futile motivo; sia stata una posata caduta nel fango o il sole che picchiava troppo forte non rammento, e mio padre ascoltava pazientemente in attesa del termine di quella commediucola da quattro soldi.

Non avevo voglia di sentire ancora quelle idiozie, e già la testa esplodeva di suo prima del carico da novanta; per cui decisi di allontanarmi per passeggiare in solitudine, unica cosa che riusciva a far smettere le forti emicranie. Camminai a lungo; distese di ulivi alla mia sinistra e uno scuro fiumiciattolo dall'altra parte. Aguzzai la vista sforzandomi di scorgere i miei genitori, e con fatica vidi due puntini ancora gesticolare animatamente, dove li avevo lasciati. Proseguii per la mia strada noncurante del tempo che passava; il sole si stava coprendo e la scarpinata dava l'effetto desiderato; troppo inebriante per interromperlo e tornare indietro.

Seguii il corso del fiume fino ad arrivare ad un piccolo lago; uno spettacolo magnifico. L'uomo non aveva ancora posato la sua mano cancerogena in quel piccolo paradiso terrestre, i campi coltivati si fermavano più di settecento metri prima, ed a vista d'occhio non era possibile scorgere nulla di artificiale, se non le impronte che io stesso avevo lasciato nella terra umida. Il sole oramai coperto donava a questo palco una luce soffusa, quasi metafisica; terribilmente triste, eppure così evocativo, magico.

Mi sarei aspettato di vedere uno scheletrico braccio uscire dall'acqua, porgendomi una Excalibur in grado di sconfiggere la mia infelicità, ma ovviamente non accadde.

Rimasi un tempo a me indefinito ad osservare le ninfee muoversi leggiadramente sul pelo dell'acqua, quasi temessero ciò che vi fosse sotto, e cercassero in tutti i modi a loro possibili, di fuggire. Sorrisi amareggiato ed immaginai nella mia testa un paio di paragoni tra me e loro; alquanto stupidi ed infantili, a rammentarli oggi.

Una libellula quasi mi perforò un timpano, riportandomi alla realtà e facendomi lasciare bruscamente il piccolo mondo che avevo creato nel mio stato semi-catatonico. Capii che era il momento di tornare indietro, alla mia vita di sempre, lasciando incontaminato ciò che doveva rimanerlo.

Mi girai, e non senza poche difficoltà ripresi il mio cammino; mi serviva tempo per potermi preparare a quanto avrei potuto subire al mio rientro; ma il gioco era valso la candela. Dopo pochi passi, sentii un flebile pianto provenire dalle mie spalle, che mi fece fermare di colpo; forse ero rimasto sovrappensiero troppo a lungo, e ancora facevo fatica a tornare con i piedi per terra. Decisi di non dare troppo peso alla cosa, e continuai la mia marcia, come un condannato che si accinge al patibolo.

Stavolta un colpo di tosse, come mi si volesse richiedere l'attenzione. Realmente spaventato mi girai di scatto, con la previsione di vedere chi o cosa mi si parasse dietro per poi correre all'impazzata il più lontano possibile da quel luogo così tetro. Fu allora che la vidi.

Una ragazza che avrà avuto si e no la mia età, terribilmente pallida, ma con dei lineamenti così dolci da far sciogliere il cuore. Era immersa fino alla testa, da cui spuntava una lunga chioma mogano; del corpo erano invece visibili unicamente i contorni; l'acqua salmastra, benché pulita, non permetteva di vedere troppo in profondità e distorceva a suo piacere ciò che voleva. Non so ancora perché non fuggii; in fondo avevo appena visto una ragazza uscire da un lago che avevo fissato per delle probabili ore, senza aver mai visto una solo movimento se non quello della flora locale. Eppure rimasi li a fissarla, esattamente come lei fissava me; qualcosa di recondito e nascosto ci accomunava. Cosa che sono riuscito a scoprire solo adesso, a distanza di anni.

Continuammo la nostra discussione muta fatta di soli sguardi per molto tempo; il sole era in dirittura di riposo e le prime zanzare iniziavano a farsi vedere. Feci la prima mossa, e voltai il capo. Senza troppi rimorsi iniziai a correre, sperando di trovare ancora i miei genitori ad aspettarmi. Fortunatamente fu così, e tra silenzi imbarazzanti e finte sdrammatizzazioni, tornammo a casa.

La settimana seguente andai nuovamente in quel lago, stavolta, solo. Non ne capivo il motivo, ma avevo bisogno di rivederla, di sapere di più di un essere così poco comune e tanto interessante. Rimasi tutto il pomeriggio in attesa, ma come la prima volta, tardò ad arrivare. Mille pensieri mi passarono per la testa; domande senza risposta ed accuse contro me stesso mi tormentarono per ore. E proprio mentre la speranza si era esaurita per lasciare lo spazio alla sua gemella ed antagonista rassegnazione, Ella si mostrò. Così come l'avevo impressa nella mia mente, la posa, i capelli, era rimasta. Stavolta nessun pianto o richiamo dell'attenzione. Già l'aveva tutta. Dopo i primi minuti passati nell'immobilità più totale, decisi di prendere il coraggio a due mani ed avvicinarmi. Dopo un solo passo in avanti, Lei urlò spaventata e si ritrasse con la testa sotto l'acqua. Ma non era andata lontano; nonostante il colore dell'acqua, potevo distinguere chiaramente gli occhi scuri fissarmi da pochi centimetri di profondità. Rassegnato feci un passo indietro e mi sedetti per terra.

Nel giro di mezz'ora la vidi far capolino da più parti del lago; usciva, mi guardava di sfuggita, rideva, e tornava giù. Non avevo di che lamentarmi, di certo quella compagnia era la migliore che avessi mai potuto immaginare. Alla fine iniziai a ridere anch'io con lei, forse per compassione, o per un senso oramai tutto suo di comicità. Anche quella volta aspettai l'imbrunire per allontanarmi; e proprio mentre facevo i primi passi, Lei ripeté lo stesso fiacco piagnucolio del nostro primo incontro. Ripetevo tra me e me "tornerò".

E lo feci, per tutti e dodici gli anni a seguire.

Ogni fine settimana andavo in quel lago, ogni volta sperando che la misteriosa dama si presentasse, per regalarmi anche solo un sorriso. E ogni volta non mancava ad un solo appuntamento. Ma mentre io ero cresciuto, maturato, invecchiato, Lei era rimasta la stessa di sempre. Come sollevata dalle dure leggi del tempo, era un qualcosa di sospeso, indecifrabile per l'intelletto stesso. Non doveva esistere ma esisteva; nuotava, rideva e piangeva. Con il tempo il nostro stesso rapporto era cambiato; adesso potevo avvicinarmi al bordo del lago senza farla fuggire intimorita, e discutevamo anche animatamente di qualsiasi cosa. Oh, per meglio dire, io discutevo. Lei si limitava alla mimica facciale e a versi che caratterizzano il sistema di comunicazione dei bambini.

Nonostante tutto, ero realmente felice. Non avevo avuto particolare fortuna con il resto della società, ma avevo un buon lavoro e un'ottima amica. Sognavo che quei giorni non finissero mai, ma sapevo di aver chiesto troppo.

Cancro ai polmoni, pochi mesi di vita, forse un anno, con chemioterapia.

Non mi pesa la cosa, sapevo che prima o poi sarebbe successo. In fondo è pur sempre colpa mia. L'unico vero peccato è lasciarla sola, dopo tutto questo tempo. Non so neanche il suo nome.

Anche oggi sono andato a trovarla, abbiamo chiacchierato del più e del meno, della sua immortalità o forse solo eterna giovinezza, e della mia futura scomparsa.

Una canzone di tempi lontani.

Canta? È così indifferente alla cosa? No. Mi fa un cenno con la mano, quasi giocoso. Mi chiede di entrare in acqua.

Mi tolgo unicamente le scarpe e mi tuffo. Nuoto piano verso di Lei, ma mi precede. Il lago, nonostante la dimensione, è terribilmente profondo, tanto da dover faticare per rimanere con la testa fuori dall'acqua. Ma siamo finalmente uno davanti all'altro, così vicini come mai prima. Mi prende la mano, e mi indica di scendere sotto quella coperta di vegetazione, scoprire cosa si cela nelle profondità di quell'immenso forziere.

Perché no.

Scendiamo insieme, nuotiamo, fintanto che la vista non comincia ad annebbiarsi, e in un ultimo sforzo e senza più aria nei polmoni, mi giro verso l'alto, dal nostro punto di partenza. Si intravede un distante puntino giallo, sole morto che mi saluta. Giro la testa, a cercarla.

"Grazie di tutto."

Una voce delicata, soave, inumana quasi.

"Grazie a te."

Acqua, acqua, buio.



Scritto da Ronfasano Senzasosta.


Vota questo racconto:

Voto complessivo:

È necessario registrarsi e collegarsi dal browser per poter votare e visualizzare i risultati.