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1^ gennaio 1888

Caro William,

mi manchi come mi mancano le campagne di Bibury. Non credo di tornare presto, ma spero che tutto ciò abbia una fine. Fortunatamente siamo rimasti fra le colline di Cotswolds, la tristezza che mi avrebbe assalita altrimenti avrebbe potuto uccidermi; data la mia posizione tra un paio di giorni potrei farti visita; ma se verrò, un qualsiasi giorno, so che non potrei più tornare qui dove sono ora. Ti faccio una promessa, prima o poi ce ne andremo soli noi due, come abbiamo sempre sognato. Se non fosse per la mancanza di denaro sarei già lì con te, mio amato. Tuttavia, non stare in pensiero per me perché la nuova famiglia che mi ha assunto è tanto buona e mi tratta bene, anche se mi ricordo dei tempi passati quando ero io la padrona, ma ormai è inutile concentrarsi sul passato. Certo la vita borghese mi manca ma tu sai meglio di me che quando la mia famiglia è caduta in disgrazia non ho potuto fare altro che la serva per riuscire a vivere. Ringrazio Dio di avermi dato tempo di ricevere una buona istruzione, almeno so scrivere e posso quindi parlarti. Stamani siamo arrivati alla nuova casa dei signori Peterson: è una meravigliosa villa isolata dalla vicina cittadina di Ablington. Personalmente, da quando tutto è iniziato, non mi sono ancora abituata a stare nelle stanze della servitù, ma queste sono più belle sia di quelle che c’erano nella mia andata casa, sia di quelle appartenenti ai miei ultimi padroni. Al momento sono seduta sul mio freddo letto, e sono questi, e di mattina appena mi sveglio, i primi e gli ultimi momenti nei quali penso a te e ti ricordo. Mi mancano i tuoi bruni capelli, mi mancano i tuoi scuri occhi, profondi quanto la notte, mi manca il tuo sorriso e i tuoi baci sul mio corpo. Aspettami ti prego.

Spero per sempre tua,

Elena

2 gennaio 1888

Mio amato,

oggi ho fatto il primo vero giro della casa. Essa sembra grande fuori, ma dentro è ancora più immensa. Sarà che non mi sono abituata, ma per me è più facile perdermi qui dentro che non pensare a te. La casa è bella ma non ho una buona sensazione; probabilmente è la nostalgia. Anche se il mio umore non è dei migliori, le giornate qui sono piacevoli. I signori non sono molto severi, anzi sembravo avermi accolto molto bene e anche se passo la giornata a occuparmi della villa non sono sola, con me ci sono gli altri domestici anche se non sembrano volermi conoscere, tranne una cara signora che mi pare di buon cuore. I signori hanno inoltre due graziosi pargoli, lui di nove e la sorella di sei anni. Essi sono davvero bravi bambini e mi fa piacere vedere che non sono schizzinosi nei nostri confronti. Ho conosciuti ricchi ragazzini ben più spocchiosi, ti ricordi di Fryderyk e Martha? Erano i figli dei miei precedenti datori di lavoro, i due non degnavano di uno sguardo me e gli altri domestici. E pensare che prima anche io mi comportavo come loro. Aspetto ansiosamente tue notizie, scrivimi appena puoi.

Elena

17 gennaio 1888

Lontano William,

ho atteso tue notizie e finalmente ho ricevuto una tua lettera. Sono lieta del fatto che tu ti stia preparando economicamente a portarmi via con te, solo il pensiero mi fa sorridere. Questi primi sedici giorni sono trascorsi lentamente, ogni minuto che non sono con te mi sembra durare troppo, tuttavia devo essere paziente poiché già sogno il giorno che ce ne andremo. È tutto nella norma ma, tuttavia, una sensazione di ansia non fa altro che affermarsi nel mio animo, sono l’unica a percepire qualcosa? Tutti gli altri sembrano come incantati, o forse c’è qualcosa che non va in me. Il bellissimo panorama del tramonto sopra le colline inglesi a cui sono abituata da quando ho memoria non mi rassicura più come faceva un tempo. Mi sento come osservata costantemente, anche nei più privati momenti rimango vigile. Non ho idea di cosa stia accadendo. Forse sono turbata semplicemente di mio, non voglio spaventarti. Pensa solo a mettere da parte i soldi per noi che io starò bene, la paga me la daranno a fine mese, se solo avessi potuto terminare i miei studi; ora non sarei di certo qui. Avrei un lavoro più prestigioso, con più indipendenza, vicino a te.

Dalla mia stanza si vedono dei bellissimi campi, dietro ancora dei boschi e poi l’azzurro e il rosa del tramonto abbracciano la terra e ne creano un’opera d’arte.

Ti amo,

Elena

23 gennaio 1888

All’amore mio,

ho trovato uno specchio. So che per iniziare una lettera è una frase piuttosto bizzarra ma è l’unica importante. Quello specchio. È per questo che ti sto scrivendo di fretta e furia. Era nella soffitta, l’ho trovato per caso quando mi sono avventurata nell’unica parte della casa che non avevo visto. La stanza era vuota, probabilmente i vecchi proprietari avevano portato via tutto. L’unica cosa presente in quel posto, tutto in penombra, era quello specchio. Mi ritraeva dalla testa ai piedi, la cornice era di legno dipinto d’oro, tutta intagliata. Era così pulito che pensavo non ci fosse un vetro ma era palese perché vedevo la mia figura dall’altra parte. Non riesco a togliermelo dalla testa. Il mio riflesso…

Perdonami, non dovrei ossessionarmi per uno stupido specchio ora che siamo così lontani, vorrei piuttosto chiederti se è successo anche a te qualcosa di particolare; non che aver trovato uno specchio sia qualcosa di veramente rilevante.

Mi è parso di capire, dalla tua ultima lettera, che va tutto bene ma vorrei una conferma di questo. Ne sento il bisogno. Mi manchi. Voglio vederti ancora.

Tua e impaziente,

Elena

7 febbraio 1888

William,

le cose qui mi sembrano andare sempre peggio. Questa dimora diventa ogni minuto più simile ad una prigione, non nel senso che devo restare qui a lavorare, no, quello è il mio mestiere, ma intendo una prigione spirituale. Non saprei come altro definirla. Succedono cose strane. Cose spaventose.

La notte è il momento peggiore.  Durante la notte del tre febbraio, giuro d’aver sentito qualcosa al piano di sopra. Ieri notte invece mi sono svegliata trattenendo un urlo, avevo segni di denti sui miei seni. Non è stato nessuno dei residenti umani della casa. Il sangue era nero. Ogni notte faccio un incubo, è sempre lo stesso. Non voglio raccontarlo a nessuno.

Oggi ho appeso una croce benedetta difronte alla porta e ho intenzione di chiudermi sempre a chiave. Non voglio più stare qui. Aiutami.

22 febbraio 1888

Ormai di notte non dormo più. Ieri mi sono svegliata in soffitta, davanti allo specchio. Non ce la faccio più! Voglio andarmene! Perché non mi rispondi!?

28 febbraio 1888

La casa è viva. Non so perché è così affamata. Non so se… non so più niente. Mi sembra di sognare costantemente. I padroni non si vedono più da ieri notte. I bambini hanno paura e parte del personale se né andato. Aiuto! Chiunque riceva questa lettera, per favore ci aiuti. Non possiamo andarcene.

6 marzo 1888

Il bambino non si trova più, abbiamo passato la giornata a cercarlo, ma non abbiamo idea di dove sia andato.

Dormiamo tutti in una sola stanza per paura.

Sono andata in soffitta, non so il motivo. Mi sono fissata nello specchio. Non so quanto. Non so perché. Ogni giorno che passa mi sembra di essere sul punto di capire cosa faccia quello specchio, ma tutte le volte che sto per capirlo è come se mi perdessi ...

13 marzo 1888

Abbiamo trovato Louis, il bambino.

Era morto nel bagno del secondo piano. Non ho pianto. Aveva un filo rosso raggomitolato in gola. Avevamo visto anche lì ma non c’era. Sembra che si sia infilato il filo in gola da solo, fino a creare una specie di groviglio che l’ha soffocato. Non ho pianto. La sorella è stata la prima a trovarlo ed è da allora che piange. Piango anch’io.

Lo specchio in soffitta racchiude qualcosa, lo so.

23 marzo 1888

Non so ancora chi stia leggendo.

Chiunque sia, a meno che non si diverta nel leggere, mandi dei soccorsi.

Non possiamo andarcene, una volta abbiamo provato a fuggire, siamo arrivati fino ad una casa abbandonata e abbiamo passato lì la notte. Il mattino ci siamo risvegliati nella villa.

Non resisto più. Penso di gettarmi dalla finestra più alta della casa, sperando di morire.

Sono tornata spontaneamente allo specchio. Ho trovato la solita cornice ma senza il vetro. In quel momento un brivido mi è passato lungo la schiena. Fino alla mattinata, quando ho controllato lo specchio per la prima volta, c’era il mio riflesso dietro la cornice. Chi era quello donna? No, non era una donna, né un uomo.

Questa casa è la dimora del demonio, e come per tutti anche al demonio non piace che degli estranei entrino, senza chiedere, in casa sua.

Noi poveri dannati l’abbiamo fatto, ed ora siamo tutti morti.