Creepypasta Italia Wiki
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Io sentia d’ogne parte trarre guai,

e non vedea persona che ’l facesse;

per ch’io tutto smarrito m’arrestai.          

Cred’io ch’ei credette ch’io credesse

che tante voci uscisser, tra quei bronchi

da gente che per noi si nascondesse.

(Divina Commedia, Inferno XII, 22 - 27)


Sì lasciò alle spalle le anime ignave, anime che persino Lucifero stesso non ammette nel Suo Regno. Continuò il suo percorso in quel luogo sinistro dove la luce andava pian piano affievolendosi. Lo spettacolo macabro a cui aveva appena assistito gli fece vomitare anche l’anima nonostante fosse abituato a tutti quei corpi scuoiati vivi, mutilati o uccisi violentemente che sezionava nell’obitorio della città. Quello che aveva visto era diverso e se ne accorse non appena vide quei corpi coperti da pustole e bubboni, causati da enormi vespe, dai quali usciva uno strano liquido simile ad una mescolanza di sangue, pus e veleno che emanavano un odore di morte così forte da poter, per l’appunto, uccidere un uomo; i vermi striscianti sul terreno dove questi disgraziati correvano incessantemente peggioravano loro solo le cose. Questi essere insaziabili si infilavano nei fori sulla pelle provocati dalle punture degli insetti e si facevano strada nelle carni dei dannati che urlavano di dolore, imprecando e maledicendo Dio. Si lasciò le urla ignave alle spalle e proseguì seguendo le orme lasciate da colui che un tempo attraversò quelle terre da vivo. La strada continuava lungo una galleria buia e poco illuminata da torce sulle quali brillava un fuoco oscuro ed eterno. Nello stretto passaggio soffiava un vento leggero che portava con sé dei sussurri tetri; le pareti erano strette e si contrapponevano all’alto soffitto che facevano pensare più a un crepaccio che ad una galleria. Fantasticò a lungo sul perché di quel passaggio pur di lasciarsi alle spalle quello spettacolo macabro e crudele. Era arrivato lì quasi per caso e nemmeno lui sapeva il perché. Fu svegliato nel pieno della notte da un suono sordo di tamburi e voci e nonostante fossero le tre del mattino si svegliò come se fosse pieno mattino. Si alzò dal letto e, attirato da quei rumori, si affacciò dalla finestra: i suoi provenivano dalla foresta che si stagliava a perdita d’occhio dietro la sua casa. Accese una lanterna che illuminò la camera da letto, si infilò un paio di pantaloni, una camicia, una giacca e scese le scale. Arrivato sul pianerottolo indossò un paio di stivali per poi dirigersi verso la foresta con la lanterna in mano. Si fermò improvvisamente nel suo cammino attraverso quella grotta scarsamente illuminata poiché si rese conto di non sapere come fosse arrivato in quel luogo così crudele e così oscuro. Si ricordava di aver camminato ma nulla più. Proseguì ripensando a quella lanterna che gli sarebbe tornata molto utile ora. Si accorse che il suono dei tamburi e dei sussurri stava aumentando di intensità. Scorse una luce tremolante in fondo al passaggio e si guardò alle spalle: buio, solamente buio; le torce erano sparite e l’unica luce era quella in fondo al passaggio. Il suono dei tamburi si fece sempre più forte e i sussurri divennero un’unica voce cupa e grave. E allora la vide: uscendo dalla grotta si trovò davanti ad un’enorme scala sospesa su un oceano di fuoco. Essa collegava l’uscita del passaggio con un massiccio portale costituito da due piedritti di pietra su cui poggiava un pesante architrave. La voce divenne molto chiara e pensava che provenisse dalle iscrizioni sul fianco della scalinata: sembrava recitare una poesia di un tempo assai lontano.

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.


Giustizia mosse il mio alto fattore:

fecemi la divina potestate,

la somma sapienza e ‘l primo amore;


dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Le trombe squillarono e l’occhio onniveggente inciso sul portale si illuminò. La Voce divenne allora molto più forte e recitò quasi gridando le iscrizioni sui piedritti del portale:

Lasciate ogne speranza, o voi ch’ intrate.

D’improvviso La Voce cessò lasciando spazio ai sussurri. Al di là del portale l’oscurità soffocava qualsiasi luce e incuteva nell’uomo una grande paura che gli accelerò il battito cardiaco. Le mani gli tremavano e presto toccò anche alle sue gambe: aveva ora la prova che quel luogo non era stato costruito da nessun essere umano. Voltò le spalle a quel luogo maledetto, ma non appena si girò notò che il passaggio dal quale era uscito non c’era più. Era intrappolato e si vide costretto a proseguire. L’aria era calda, la grigia pietra della scala sembrava evaporare e l’uomo si vide costretto a togliersi la giacca rivelando una camicia zuppa di sudore alla quale si attaccava la polvere sollevata dall’uomo nel camminare. Cominciò a salire la scala e si accorse che, nonostante le fiamme sotto di essa, la roccia era stranamente fredda. La salita si rivelò più difficile del previsto e man mano che saliva il portale sembrava allontanarsi sempre più, ma non si diede per vinto e continuò a salire. All’improvviso un urlo bestiale echeggiò attorno l'uomo impietrendolo. I sussurri cessarono immediatamente, l’occhio sul portale mutò in un Pentagramma Luciferino e le scritte sui piedritti vennero sostituite da dalle parole in latino dalle quali cominciò a sgorgare sangue bollente:

Ave Luzifer, Principi Mundi

Il pentagramma emanò una luce forte che accecò l’uomo: immediatamente dopo ebbe una visione tremenda.Vide tre creature che gli parvero demoni. Il primo disse di chiamarsi Astaroth e si presentò come un uomo nudo con ali di drago ed un altro paio piumato, cavalcante un drago mentre stringeva in mano una vipera. Cavalcava sopra delle anime, dilaniandole e flagellandole in un modo così cruento che nessun essere umano potrebbe immaginare. Le fiamme si intensificarono e al posto di Astaroth l’uomo vide una città diroccata ed avvolta dal fuoco: c’erano cadaveri in putrefazione ovunque. Ed ecco che si udì un ruggito: la terra si squarciò ed un essere simile ad un uomo ma con le ali di un drago emerse dalla breccia. Urlò di nuovo ed un palazzo crollò. Disse di chiamarsi Apollyon, Il Distruttore, e prima di scomparire nella breccia la città fu invasa dalle locuste che si cibarono dei cadaveri sparsi in giro. Vide poi un luogo buio, illuminato da una forte luce cremisi ed ecco che vide una figura che lo spaventò a morte. Un essere antropomorfo con testa di caprone, busto e gambe di donna fornite di zoccoli caprini. Un coro cupo che adorava il demone si poté udire chiaramente e fu allora che l’essere parlò:

EGO SATAN SUM, REGES MALI, TIMOR CHRISTIANORUM ET INIMICUM DEI

IO SONO SATANA, IL RE DEL MALE, TIMORE DEI CRISTIANI ED AVVERSARIO DI DIO

E il buio cadde, il coro cessò e la figura scomparve. L’uomo si alzò dalla scalinata scioccato. I bisbigli ripresero e quasi come stregato varcò la soglia del portale. Non appena entrò un grave suono di trombe si poté udire, un suono che spaventerebbe pure i morti.

Varcata la soglia vide una spiaggia oscura formata da sassi neri come ossidiana levigata, subito dopo quello che sembrava un lago nero e l'unico suono che si poteva udire erano le leggere onde che si infrangevano sulla banchina di tanto in tanto. Silenzio, niente urla, niente imprecazioni solo lui e quel luogo inquietante. La calma durò ben poco perché improvvisamente sentì rumore di catene provenire dallo specchio d'acqua. Man mano che il rumore avanzava vide avvicinarsi una barca sul cui legno sembravano scolpite facce scheletriche ed angosciate, ma gli bastò poco per capire che quelle non erano sculture bensì i nodi di legno che andavano a creare quel bassorilievo macabro. Si accorse inoltre che il tintinnio proveniva dalla prua ove vi erano agganciate delle catene che scomparivano sott'acqua e davano l'impressione di imprigionare qualcosa condannato a trainare quella barca per l'eternità.

"GUAI A VOI, OH ANIME DANNATE! NON SPERATE MAI DI RIVEDERE LA LUCE DEL GIORNO. SONO IO QUI, IL TRAGHETTATORE E VENGO PER PORTARVI ALL'ALTRA RIVA DI ACHERONTE PER FARVI FAR DANNARE NELLE TENEBRE ETERNE, SIA IN CALDO CHE IN GELO"

Le trombe squillarono nuovamente, questa volta più tetre e più prepotenti. Tutt'intorno a lui si iniziarono a udire lamenti, pianti e maledizioni e fu subito circondato da centinaia di quelle che sembravano persone. Dalla barca partirono come vive centinaia di catene che si agganciarono al collo di quei disgraziati trascinandoli nelle oscure acque dell'Acheronte.

"Non penserete mica di attraversare il fiume senza il giusto pedaggio? Trainerete voi la mia imbarcazione e tu che sei rimasto lì in piedi muoviti a venire qui"

L'uomo si ritrovò improvvisamente a bordo della chiatta nodosa senza memoria del come ci era salito. Il vecchio traghettatore lo guardò attentamente e dopo averlo fissato per un bel po' si rivolse a lui in tono seccato.

"Tu non sei né vivo né morto eppure sei giunto fin qui. Mi domando appunto perché le mie catene non ti hanno afferrato. Di per certo so che tu non raggiungerai mai l'Alta Torre e quindi eccoti qui ad aspettare ch'io passi a traghettarti innanzi al Grande Minosse per finire chissà dove, ma non è ancora arrivato il tuo momento a quanto vedo. Ti darò una mano a tornartene a casa. Ci rivedremo e non sarai solo."

Il vecchio tirò fuori dall'acqua l'enorme remo usato per comandare il traghetto e con agilità lo schiantò sull'uomo che venne sbalzato fuori dalla barca cadendo di schiena sulla battigia sassosa. Il traghettatore che ripartì ridendo lasciando l'uomo supino sulla spiaggia. Il silenzio cadde e di nuovo fu solo. Stette seduto sulla riva per un po' riflettendo sulle parole del vecchio.

Tu non sei né vivo né morto eppure sei giunto fin qui: cosa voleva dire? Era lui Caronte, il leggendario traghettatore di anime di cui parlava il Sommo Poeta? Decise di alzarsi e tornare indietro ma d'improvviso una corda uscì dalla ghiaia avvinghiandosi attorno alla sua gola. L'uomo fu strattonato e cadde a terra; decine di mani simili a rami di alberi spuntarono da sotto terra afferrandolo e portandolo in alto come per appenderlo a qualcosa. L'uomo si trovò appeso a qualcosa di indefinito con la corda che stringeva sempre più e lentamente iniziò a perdere conoscenza fino a quando la vista non gli venne a mancare. Dal niente, con quel poco di coscienza che gli era rimasta, sentì urlo disperato come di qualcuno in preda al panico.


Rebecca era appena rientrata dal lavoro e non vedeva l'ora di rilassarsi dopo aver passato la notte intera ad imbalsamare corpi. Lavorava nella casa funeraria della città e questa volta le era toccato il turno notturno il che era alquanto strano dato che di solito la notte rimanevano chiusi. Erano tempi duri, la guerra stava divorando il mondo e tutti sapevano che prima o poi la morte si sarebbe presa tutte le vite del pianeta.

Aprì la porta d'entrata e quello che si ritrovò davanti non fece altro che sconvolgerla totalmente. Al centro del corridoio c'era suo marito che si contorceva mentre il cappio legato al suo collo si stringeva sempre più. Estese il braccio come per cercare di afferrare sua moglie in una disperata ricerca di aiuto. Rebecca si precipitò al centro del corridoio e sollevò il marito che riuscì a levare il capo dal cappio che lo strangolava.

I due caddero a terra con un tonfo che fece tremare le assi del pavimento. Rebecca si rialzò piangendo lasciando il marito supino a terra. Andò nel sottoscala e tornò nel corridoio con una corda in mano. La guerra li aveva sconvolti: lui non ne poteva più di fare autopsie a ragazzi sempre più giovani e Rebecca non riusciva più a dormire avendo il costante terrore di dover imbalsamare altri bambini; presero la decisione allora poiché sapevano bene che se non era una bomba sarebbe stato qualcos’altro.

"Joe, pensavi veramente che te ne saresti andato senza di me?" disse mentre lo aiutò a rialzarsi. Gli mise il cappio di prima al collo e lui fece lo stesso a lei.

"Scusami Robby, pensavo non saresti mai tornata… avevo ricevuto la notizia che la casa funebre era stata attaccata e allora io -"

"Non importa amore, la Morte ci aspetta e tu lo sai. Facciamolo seriamente questa volta, finiamola una volta per tutte."

I due si presero mano nella mano e salirono le rampe di scale al fondo del corridoio fino ad arrivare al secondo piano della villa. Legarono le estremità delle corde sul corrimano, si guardarono negli occhi, si diedero un ultimo bacio e poi saltarono nel vuoto. La corda di Joe gli ruppe le prime vertebre cervicali uccidendolo sul colpo, Rebecca invece morì strangolata dalla corda guardando il sorriso sul volto del marito. La vista le veniva a mancare lentamente, le immagini sbiadivano e alla fine le si chiusero gli occhi.

Ora nella foresta al di là del Flegetonte, oltre il deserto dimorano due nuove anime con i loro tronchi spessi e nodosi, i loro visi scolpiti nel pallido legno e la condanna alla sofferenza eterna. L'unico conforto che ormai possono trovare sono le loro fronde fuse tra loro come fossero una stretta di mano eterna.



Allor porsi la mano un poco avante,

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».


Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?


Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb’esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi».

(Divina Commedia, Inferno XII, 31 - 39)

Gustave Dore - Foresta dei Suicidi





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Narrazione di Misteriossa