Creepypasta Italia Wiki
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In un borgo senza nome nell’entroterra, da centinaia di anni circola la leggenda della Kajanera. Si dice che fosse una strega, che in passato, avesse maledetto quel borgo. Una storia dimenticata, divenuta leggenda e in seguito una filastrocca per far spaventare i bambini. La Kajanera, la vecchia megera del borgo che veniva allontanata da tutti. Nessuno voleva starle vicino, portava una maschera per coprire gli sfregi che le vennero fatti in volto dai soldati durante l’assedio per la conquista della regione. Tutti si tenevano alla larga dalla Kajanera, dicevano che se le stavi troppo vicino, la sua maschera fatta di tela nera, con piccole ossa cucite sopra, si sarebbe depositata sul tuo volto senza potersi staccare mai più.


I bambini le tiravano i sassi quando la incontravano e nel piccolo borgo chiudevano i battenti delle finestre quando passava per le stradine. Al mercato in pochi le vendevano qualcosa da mangiare, per questo la si vedeva spesso rovistare fra i rifiuti al tramonto, quando le strade erano libere e nessuno inorridiva alla sua vista. Nel buio infatti con la sua maschera oscura, divisa in due parti, una superiore che le copriva gli occhi e l’altra inferiore che le nascondeva la bocca e il mento, si confondeva con le tenebre della sera. Solo le piccole ossa bianche cucite sopra rilucevano alla vista della luna o dei lampioni, facendo comparire un ghigno sinistro e minaccioso disegnando fauci aguzze e occhi pungenti su quell’ombra nera che saettava fra i vicoli.


Si dice che un giorno, un ragazzo, poco più che un adolescente, per vincere una sfida lanciata dagli amici e provare il proprio coraggio, andò vicino alla Kajanera, per toglierle la maschera e osservare il suo volto senza inorridire e senza scappare. Fra i suoi coetanei, girava la voce che le ossa cucite sopra la maschera non erano ossa di pollo, o di qualche altro piccolo animale, bensì si trattava delle ossa delle dita dei bambini che provavano a toccare la sua maschera.


La Kajanera come ogni notte rovistava tra i rifiuti del mercato, cercando qualche avanzo di cibo, gli stessi cani randagi stavano alla larga da lei, impauriti, aspettando che andasse via per mettersi alla ricerca di qualcosa di ancora commestibile. Il ragazzo a cui era stata lanciata la sfida, decise che quella era la sera giusta e con i suoi amici ben nascosti nel vicolo dietro di lui ad osservare attentamente la scena, si diresse verso la Kajanera che in quel momento era inginocchiata, intenta a raccogliere qualcosa da terra per riempire una piccola cesta di vimini. Con passo felpato giunse ad un paio di metri dietro di lei, senza fare alcun rumore. La Kajanera si mise in piedi molto rapidamente, forse un po’ troppo per una donna della sua età e senza voltarsi cominciò a parlare, consapevole che il ragazzo fosse così vicino a lei. Da lontano i suoi amici non riuscirono a sentire le parole della megera, potevano solo intravedere ciò che accadeva con quella poca luce che illuminava la stradina del mercato. La videro voltarsi e avvicinarsi al ragazzo che apparentemente era pietrificato dalla paura, la visuale però era coperta da quest’ultimo. Riuscirono solo a intravedere le braccia della Kajanera sollevarsi sulla propria testa, e con la mano destra tirar su la parte superiore della maschera e con la sinistra tirar giù quella inferiore. Un grido squarciò il silenzio di quegli attimi di estrema tensione, ma non proveniva né dal ragazzo, né da lei. Era come se il buio stesso urlasse, non come il vento che ulula in una vecchia casa piena di spifferi, ma un suono più acuto, che penetrava fin dentro l’anima lasciando un’eco che rimbombava nel cuore.

I suoi amici fuggirono lasciandolo solo, ognuno tornò in fretta alla propria abitazione a tremare sotto le coperte e a sperare che fosse tutto un brutto sogno. Il giorno dopo rividero il ragazzo vagare come un fantasma per strada, con aria smarrita, ma nessuno gli andò incontro, nessuno gli rivolgeva la parola. Era come se una forza estranea o un istinto primordiale impedisse a chiunque di avvicinarsi a lui, trattandolo come un appestato. Egli la sera prima aveva osservato ciò che si celava dietro la maschera della Kajanera e ne aveva pagato il prezzo divenendo il pària del borgo. Gli occhi delle altre persone non potevano vedere ciò che lui vedeva ogni volta che osservava il proprio volto allo specchio, ciò che si poteva notare però era l’assenza di una delle sue dita, come se lui stesso si fosse strappato a morsi quella falange in un impeto di follia. Nel suo riflesso poteva vedere il suo volto coperto da una maschera nera divisa in due parti, con piccole ossa cucite sopra e un osso in particolare, al lato della bocca, che puntava verso il suo lobo sinistro, parzialmente ricoperto di carne e ancora sanguinante. Nessuno si avvicinò mai più a lui, nessuno parlò mai più con lui, morì da solo dopo anni e anni vissuti in totale solitudine con nient’altro che le parole della Kajanera a tenergli compagnia, le ultime che gli furono rivolte in quella vita, che risuonavano nella sua mente come una condanna eterna.

“Pulvis et umbra sumus”

Da allora nessuno osò avvicinarsi nuovamente alla Kajanera, per molti anni almeno, perché si sa, c’è sempre chi non crede alle storie, alle leggende e ai racconti popolari. C’è sempre chi vuol lanciare una sfida o una prova di coraggio e ci sarà sempre chi vorrà affrontare tale prova per mettersi in mostra o semplicemente per sfuggire dalla monotonia della vita. E ci sarà sempre spazio sulla maschera della Kajanera.


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