Creepypasta Italia Wiki
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Per poco Joe non cadde dalle scale. Era un bambino intelligente e spesso dotato di grande fortuna, ma quando si trattava di scendere in cantina le sue gambe si rammollivano e bastava un semplice ragnetto per farlo sussultare. Ma non era dei ragni che aveva paura, nossignore. E neanche di ipotetici mostri che si nascondevano nel buio. A nove anni era abbastanza grande per sapere che il babau non esisteva e che le bambole non potevano muoversi da sole. Sapeva anche che la cantina era solo una cantina e che l’odore di muffa era solo odore di muffa. Eppure il brivido c’era ancora. Perché i mostri non esistevano… tranne quelli che potevano strapparti il cuore con il potere del Dolore. Gliene aveva parlato sua madre, e lui le credeva sempre, quando c’erano di mezzo mostri e cose del genere.

«Joe?» Eccola, la sua ma’. La sua voce, gracchiante e senz’anima, che ricordava tanto il rumore che producevano delle unghie su una lavagna, arrivava dal salotto. L’ultima volta che l’aveva vista, vale a dire due minuti prima, se ne stava seduta sulla sua sedia, a guardare lo statico in TV. E sì che era cieca da anni, ma lei riusciva, a suo modo, a vedere ogni cosa. Con l’udito. Sentiva il battito del cuore delle persone, sentiva i passi degli animali, sentiva la neve che in quei giorni cadeva sulla cittadina. Sentiva e capiva, sentiva e guardava. In attesa. «Che ti è…»

«Sto andando!» gridò Joe. Sentiva i suoi capelli, neri come la notte, sudati e oleosi. Era forse la paura? O forse… forse l’istinto di sopravvivenza? Ma da cosa sarebbe dovuto sopravvivere? Da niente, ecco, si disse, perciò vai e scendi, dannazione, scendi! Ritrovò l’equilibrio, sospirò e si fece strada nel buio della cantina. Sentiva degli scricchiolii, anche se le scale erano di cemento. E qualcuno lo stava guardando. Sua madre. Sua madre, che gli aveva chiesto di prendere i fagioli. Sua madre, che aveva denti gialli come l’urina e gli occhi da tigre.

«Prendi anche una salsiccia, già che ci sei.»

Controvoglia, arrivò a mettere piede sul pavimento. Non portava le scarpe, quindi sentì tutto il freddo, che gli arrivò fino alla testa. Si guardò intorno, con quei suoi occhi azzurri come il cielo. La cantina era umida; le pareti sembravano sporche e c’erano dei vecchi giocattoli posati in un angolo. C’erano anche delle salsicce appese al soffitto e degli scaffali su cui erano posati dei ben di Dio. E uno di essi era proprio il barattolo di fagioli che andava cercando. Pochi metri e l’avrai preso, poi potrai uscire. Già. Solo pochi passi. E tuttavia i minuti sembrarono ore.

Da sopra non si sentiva più alcun rumore: mamma doveva aver spento la TV, il che significava che si era addormentata. O che aspettava immersa nell’assoluto silenzio. A lei piaceva aspettare. Aspettava sempre, quando l’ora di pranzo si faceva vicina, o quando la notte si allungava misteriosamente, o quando quelle cose attraversavano il corridoio, ciechi come la sua ma’, o quando…

Afferrò il barattolo. La sua mano si era fatta sudata, mentre il suo viso aveva assunto un’espressione gelida, che avrebbe fatto accapponare la pelle a non pochi adulti. Sbuffò e si congratulò con se stesso. Ecco un’altra missione compiuta, pensava mentre si avviava verso le scale da cui era sceso. Avrai un bel regalo, oh sì. Libri, giocattoli, e…

Qualcuno gli parlò dal buio. «Fermati, Joe.»

E Joe si fermò. Si fermò con il barattolo in mano; si fermò con un gelido sorriso in volto. Sorrideva perché aveva riconosciuto la voce, anche se avrebbe desiderato non saperlo. Lentamente, si voltò e vide un uomo, seduto sul freddo pavimento. Nell’oscurità si vedevano i suoi occhi marroni e i suoi capelli lunghi. E si vedeva un taglio sulla gola. Da cui uscivano delle gocce di sangue. L’uomo indossava soltanto un pantalone di pigiama. Sopra la sua pancia correvano numerosi tagli. «Come va?» chiese il padre di Joe.

«Bene» rispose lui. La sua faccia si stava facendo rossa e il sudore la copriva tutta. La voce di suo padre sembrava giungere da una caverna posta a settanta metri sotto la terra. Era una voce che avrebbe fatto piangere molti bambini e che si sarebbe persa con il vento.

«Che sei venuto a fare quaggiù? Ti ci ha mandato lei

Riuscì solo a fare sì con la testa. E fu a quel punto che il barattolo gli scivolò dalla mano, finendo a terra e frantumandosi. Alcune schegge gli arrivarono sulla gamba, ma chissà perché non provò per nulla dolore. Poi sua madre chiese a gran voce: «Cosa si è rotto Joe?»

«Niente.» Fissò suo padre. «Io…»

«Oh, non preoccuparti» lo zittì lui. «So che stai vivendo un periodo molto difficile. Tua madre non ti lascia in pace, eh?» Era vero. Ogni cosa che succedeva in casa era colpa sua, e allora meritava una punizione… esemplare. «Certo che non è un granché come persona, dico bene? Senti, perché non ti avvicini a me? Giuro che non ti farò male.»

Decise di fidarsi. Si avvicinò, calpestando i cocci di vetro. Dietro di lui prese a lasciare una scia di sangue. Non c’era nulla di sbagliato, rifletté. Aveva sempre temuto la cantina, ma adesso… adesso che suo padre era lì… adesso che non c’era più alcuna puzza… sembrava un luogo meraviglioso. Soprattutto perché non c’era sua madre. Sua madre, che lo abbracciava così forte da fargli male. Sua madre, che adorava sgranocchiare strano cibo che alle volte parlava. Sua madre, che non si rifletteva negli specchi. Sua madre, che un anno prima aveva tagliato la gola al marito sotto gli occhi inorriditi di suo figlio.

La mano di papà afferrò quella di Joe. Si venne a creare una sintonia perfetta, tra i due. D’incanto tutto scomparve. Problemi, mamma, buio: niente esisteva più. Era stato tutto cancellato dalla faccia della terra. «Joe?! Cosa diavolo stai facendo! Vieni sopra!»

No. Non lo avrebbe mai fatto.

«Ti voglio bene, papà.» Poi scoppiò a ridere e fu una risata sinistra.

Suo padre lo spinse a sé. «Ti voglio bene anch’io, figliolo.»

«JOE?! CHE FINE HAI FATTO? TORNA O TI UCCIDO!!!»

Nessuno udì quella voce.

L’uomo indietreggiò, portandosi il bambino appresso.

E Joe scomparve per sempre nell’oscurità di quella cantina.

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