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Non sono uno scrittore né un reporter televisivo che racconta cazzate per intrattenere. Sono solo un uomo che ha visto alcune cose più degli altri, e me ne pento amaramente. Forse era tutto scritto, era segnato che dovesse capitare a me per un qualche motivo specifico, tuttora sconosciuto anche al sottoscritto. Ma non c'è tempo per le ipotesi, impugno questa penna col solo scopo di raccontarvi tutto quello che mi è capitato in questi anni di inferno. Non mi interessa che mi crediate o meno, voglio solo che questo messaggio arrivi in tutto il mondo per avvertirvi di una minaccia a livello globale.

Iniziò tutto circa cinque anni fa, quando con alcuni miei amici ci addentrammo presso un bosco della nostra città, classificato come uno di quei luoghi da non visitare assolutamente, colpa delle leggende che giravano su di esso. Noi, da scettici, evitammo di dare conto a quelle voci e entrammo senza esitazione per verificare cosa ci fosse all'interno, ed eventualmente sfatare quei miti che la gente raccontava su quel posto. Eravamo in cinque: io (mi chiamo Brandon), Robert, Trevor, Anna e, il più piccolo tra di noi, Frank. Inconsapevoli di quello che ci aspettasse, decidemmo di avventurarci nel bosco, una notte. Capiteci, ai ragazzi vengono in mente le peggiori idee, ma restano comunque ragazzi. Che colpa ne abbiamo se la nostra curiosità prevale sul buon senso? L'entrata era costituita da un cancello ricoperto di piante, che non veniva aperto da anni. Per poter entrare bisognava scavalcarlo. Dopo aver varcato l'ingresso, continuammo a seguire la strada che portava all'interno del vero e proprio bosco. Nulla di particolare, l'atmosfera inquietante c'era, colpa per la maggior parte della suggestione, nonostante fossimo scettici un po' di timore ce l'avevamo lo stesso. Mi sembra normale. Non trovammo nessuna setta satanica, nessun assassino. Niente di niente, finché Frank non notò una strana costruzione in lontananza. Quando andammo a verificare, trovammo uno strano veicolo somigliante ad un razzo. Non demmo molta importanza a dove potesse provenire, pensammo solo di provare a metterlo in funzione. Sembrava rotto. Era di una tecnologia abbastanza avanzata per i nostri tempi, così gli scattammo delle foto, credendo di aver fatto una qualche scoperta rivoluzionaria.

Mentre ci stavamo dirigendo all'uscita, sentimmo un rumore provenire dagli alberi. Ci immobilizzammo, guardandoci tra di noi. C'era qualcun altro, quella notte, con noi. Non sapevamo cosa fare, «E se fosse il proprietario di quel veicolo?», dissi. «Tagliamo la corda!». Iniziammo a correre, sparpagliandoci per il bosco. Inutile dire che ci perdemmo. Con me capitò Frank. Non era molto veloce, dovetti dargli la mano. Era impaurito, piangeva ripetutamente. «Non aver paura, nascondiamoci lì.» gli rassicurai, indicando una piccola casetta di fronte a noi. «H-ho paura, Brandon.» sussurrò con voce tremante. «Attendiamo un po' di tempo, userò il cellulare per chiamare gli altri tra qualche minuto.» gli spiegai. Mentre ci dirigevamo verso l'abitazione, con passo veloce e scaltro, sentimmo correre dietro di noi. In quel momento non ebbi nemmeno il coraggio di voltarmi, pensai solo a scappare più velocemente possibile, lasciando dietro di me il piccolo Frank. All'improvviso sentii un urlo assordante, e mi fermai. A terra c'erano soltanto gli abiti del mio povero amico, scomparso. Con la coda dell'occhio riuscii ad intravedere qualcuno correre velocemente. Da quel poco che vidi, mi resi conto che quella cosa non era umana. Il suo corpo aveva le sembianze di un umano, ma... aveva la coda e la pelle di un verde scuro. Ero veramente terrorizzato. Non sapevo dove mi trovassi né dove fossero i miei amici. Così provai a chiamarli. Non rispondeva nessuno.

Mi addentrai nuovamente nel bosco in cerca degli altri. Mi feci coraggio, dopotutto per uscire avrei dovuto comunque attraversarlo. Mentre camminavo cercando di non fare troppo rumore, sentii qualcuno sussurrare qualcosa, dietro di me: «Getta quel cellulare, nessuno deve sapere.» Così buttai il telefono a terra. «Chi sei? Anzi, cosa sei?» gli domandai, impaurito. «Sono una vostra creazione, generato in modo che la mia unica fonte vitale sia il vostro essere. Sono il frutto delle menti crudeli degli umani.» «Cosa hai fatto ai miei amici?» «Loro hanno contribuito alla mia realizzazione.» «Quale realizzazione?» «Non posso dirtelo. Ascoltami, se vuoi salva la vita dovrai contribuire anche tu.» «M-ma se p-per contribuire intendi-» «No,» interruppe la mia domanda. «il tuo compito sarà quello di portarmi dieci umani.» mi propose. Mettetevi nei miei panni, in quel momento volevo vivere, quindi accettai. «D'accordo.» esclamai, «Farò come hai chiesto.» «Non provare a scappare. Grazie ai tuoi amici ho ottenuto delle informazioni su di te. Posso trovarti in qualunque momento, prosciugando la tua povera famiglia e, infine, te stesso. Adesso voltati.» Mi girai con lentezza e lo vidi: un mostro umanoide, probabilmente alieno. Alla sua schiena aveva... qualcosa che assomigliava a delle ali, dove usciva una lunga coda con una punta alla sua estremità. La sua pelle variava dal verde scuro al verde chiaro e i suoi occhi... Dio. Rabbrividisco al sol pensiero. Aveva le sembianze di un insetto gigante. Si allontanò velocemente verso il bosco, scomparendo.

Dopo quella notte, ogni giorno portavo una vittima alla creatura. Mi sentivo suo complice, ma volevo vivere, cavolo... Al decimo giorno, la “cosa” si manifestò di nuovo davanti ai miei occhi. Di solito il mio compito era quello di far perdere la vittima nel bosco, per poi scappare. Ormai lo conoscevo a memoria. Ma lui non si faceva mai vedere, né mi mostrava come uccidesse. Solo il decimo giorno riuscii di nuovo a vederlo. Il suo corpo si era trasformato, perfezionando la propria forma. La vittima svenne quando lo vide, lasciandomi ancora una volta solo con quell'essere spregevole. «Grazie per aver contribuito alla mia realizzazione, ora puoi tornare a casa e goderti lo spettacolo.». Non capii molto, ma accettai il suo consiglio e tornai a casa, credendo di aver risolto il problema. Ma non fu così.

Dopo qualche giorno nella mia città si verificarono molti casi di sparizione, presso le abitazioni, i ristoranti, le scuole e le strade. Il mostro stava pian piano sterminando tutti i cittadini. Non riuscivo a dormire la notte, ero complice di una vera e propria strage e il senso di colpa mi assaliva di giorno in giorno. Finii in depressione, poi caddi nella droga e nell'alcol, tentando di annegare i miei scheletri nell'armadio.

Una notte non riuscivo a dormire, fermo in mezzo al letto con il timore che la creatura potesse farmi visita da un momento all'altro. Improvvisamente sentii un rumore provenire dalla stanza dei miei genitori, così andai a controllare. Come potete immaginare, quel mostro aveva preso la vita di mamma e papà. Mi inginocchiai e scoppiai a piangere. Ero l'artefice della morte di migliaia di persone, compresi i miei genitori. «PERCHÉ?! Perché lo hai fatto?! Ti ho dato una mano, potevi risparmiare almeno loro!» urlai con voce singhiozzante. Non ricevetti alcuna risposta.

È passato tantissimo tempo da quel giorno, e la strage non è cessata. Il mostro continua la sua scia di morti in tutta la nazione e temo che molto presto possa espandersi anche oltre. Adesso la mia città è isolata ed io sono all'interno della mia stanza a scrivere questo racconto, per inviare un messaggio in tutto il mondo. Io sono l'unico sopravvissuto.

Invio il messaggio, appoggio le spalle allo schienale della sedia e penso tra me e me: «Già, sono l'unico sopravvissuto.». Chiudo gli occhi, sospiro. Dietro di me, un sussurro... «Già, lo eri.»

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