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Erano le quattro del pomeriggio quando uscii dall’università. Il sole non brillava più da giorni sulla antica e inamovibile capitale degli stati federati britannici. Ormai ero rimasto uno dei pochi a avere la possibilità di frequentare un corso così prestigioso. Dopo la grande guerra l’istruzione non importava più a nessuno, l’archeologia poi era stata riconosciuta come ‘’l’inutilità fatta scienza’’ dopo l’affermazione della cultura futurista del 2031 . Era impossibile non notarlo, nella mia scuola erano presenti solo un centinaio di persone quando nei suoi tempi passati, anche se mediocri rispetto a un passato ancora più lontano (2014 c.a) poteva contare anche duemila studenti. Fui costretto a cessare di riflettere quando di colpo mi sentii chiamare. ‘’Hei Edward non ti dimenticare di venire al pub questa sera!” Io guardai verso colui che mi chiamava. Un ragazzo leggermente più basso di me, sui diciannove anni e dai lunghi capelli neri. Quello era Cross, un altro dei pochi studenti del mio corso. Da prima non capii e lo guardai in maniera incredula. Lui ricambiò la mia sensazione mordendosi un labbro e non capendo a sua volta. Poi tutto tornò alla mente. ‘’Si certo, la festa per il passaggio, Certo!’’ Lui annuì e mi salutò con un gesto. Tutti i giorni era sempre uguale. La vista di quella piazzetta deprimente mi confortava perché sapevo che la giornata di studio era finita ma in realtà c’era ben poco da essere felici. Come ci si trovava dentro si sentiva il puzzo acre del gas si scarico e della plastica bruciata che saliva fino al cervello. Dove prima c’era una splendida capitale c’era solo cemento, cemento sporcato dal sangue di operai sottopagati. La speculazione immobiliare selvaggia e il futurismo di Stato avevano cancellato quel fiore che era cresciuto avvalendosi di tutti i campi artistici e culturali per piazzarsi tra le più belle città del mondo. Gran parte dei simboli del passato erano stati cancellati, pochi gli esempi di ‘’edifici pre-rivoluzionari’’ potevano venire in mente a un qualsiasi cittadino di quella città. Smisi di pensare a quelle cose, come diceva il leader Vladimir Lust ‘’il pensiero non è altro che un surrogato dell’azione’’. Io odiavo quelle parole ma non potevo farci niente, se avessi detto qualcosa a qualcuno sarei stato ucciso o accusato di follia e tradimento. Odiavo quel governo, odiavo il fatto di non potere essere libero. Mi feci strada tra le auto rese opache dallo smog e tra i palazzi grigi e maledettamente uguali fino a arrivare al mio vicolo: Un altro deprimente stabile giallastro mi si parò davanti. Era dove vivevo. Salii velocemente le scale procurando uno scricchiolio sinistro. Entrai in casa. In cuor mio quello era uno dei pochi posti della città che non trovavo troppo deprimente o invivibile. Avevo dipinto le pareti di un bianco etereo, avevo calcolato l’ubicazione dei mobili per rendere quel monolocale il più gradevole possibile. Mi tolsi le scarpe e aspettai il momento di uscire di nuovo per andare al night club dove mi aspettava Cross con l’allegra combriccola di ubriaconi suoi amici leggendo libri sulla ricerca archeologica in Mesopotamia. Aspettai per circa due ore continuando a leggere accanitamente, poi fu il punto di dire che era ora: mi alzai dal divanetto posando il tomo sul tavolo, dirigendomi allo specchio. Mi cambiai d’abito togliendomi il pesante giaccone di feltro nero e i pantaloni pesanti e grigi. Dicevano che il primo anno di università era il più pesante e probabilmente era vero. Rimirai il mio volto e pettinai i miei capelli corti color cenere. Uscii avviandomi sul posto, non avevo una macchina ma il luogo era piuttosto vicino. Bastava raggiungere il vecchio fiume di nome tamigi per poi varcare un ponte di marmo bianco ormai ingiallito dallo smog e dal passaggio dei pedoni. Dopo meno di un km mi ritrovai davanti al luogo. Una sorta di discoteca/pub. Conoscevo quel posto e lo odiavo profondamente. Era un ritrovo di drogati, violenti , ubriaconi e a volte accadevano stupri e risse in perfetta vista che nessuno aveva voglia di denunciare. Dio solo sa quanto odiassi quel posto. L'ultimo posto in cui vorrei festeggiare... Bofonchiai tra me e me. Entrai dentro la stanza. Era completamente vuota. Non c'era nessuno. Assolutamente nessuno a esclusione di una persona. Era una ragazza. Era alta poco meno di me, dimostrava circa sedici anni contro i miei diciannove. La sua figura era esile e apparentemente fragile. I suoi occhi erano di un azzurro incredibile, posseduto oramai da pochi mari di questo mondo corrotto dall'inquinamento e dal cemento. I suoi capelli erano bianchi come le nuvole vaporose che ormai erano solo un ricordo. Era vestita con una sorta di toga lunga fino ai piedi, di un bianco vaporoso esattamente come i suoi capelli. In me scattò qualcosa. Per un istante mi sembrò di avere un fuoco dentro. Dio, quanto era bella. Dopo qualche secondo di osservazione le feci una domanda. Scusa, sai dove sono finiti tutti? La ragazza continuava a fissare il niente. Io le ripetei la domanda, per la prima volta mi guardò. Mi sembrò che il fuoco dentro di me aumentasse ancora pervadendomi di quella bellezza selvaggia e inspiegabile. Si avvicinò a me e mi prese per mano. Il contatto con il suo corpo era qualcosa di paradisiaco. Mi guidò per il pub fino a uno sgabuzzino, i nostri passi risuonavano come i battiti del Big Ben che ancora si udivano timidamente per ricordare un passato ormai abbandonato. Io sorrisi innocentemente e le feci una domanda. Dove mi stai portando? La ragazza continuò fino a che non ci trovammo davanti alla porta dello stanzino. Io sorrisi, lei la aprì. Guardai. Una pila di cadaveri ammassati. Io caddi terrorizzato accucciandomi e cercando di non vomitare. Guardai meglio pentendomi subito dopo. Non sembravano stati uccisi da qualcosa di realmente esistente. Sembrava che quei corpi fossero stati straziati all'infinito, non era possibile che un essere umano avesse potuto fare qualcosa di simile: non erano stati uccisi da qualcosa di presente nella nostra concezione cosmica assai limitata, per la prima volta mi chiesi se quelli che noi abbiamo sempre identificato come demoni esistessero. Guidato da un raptus chiusi la porta con un calcio e un tonfo accompagnò la vista dei cadaveri fuori della mia visuale. La ragazza continuava a fissarmi mentre i miei occhi diventavano lucidi per le lacrime. Io la strattonai per un braccio. Cosa è successo?! Che diavolo è successo? Dimmelo! La ragazza non disse niente. Scappai via incespicando. Mi voltai; la ragazza rimaneva inchiodata lì dove era, se non voleva finire allo stesso modo doveva correre senza voltarsi e cercare di dimenticare, dimenticare tutto. Il demone era ancora li probabilmente, dovevo fuggire, dovevamo fuggire. Mi voltai e con uno scatto la presi in braccio di forza. Pesava quanto una piuma, non sarebbe arrivata ai sessanta chili neanche se avesse mangiato piombo per giorni. Lei non oppose resistenza rimanendo calma e lasciandosi trasportare da me. L'odore del sangue si sentiva anche dalla stanza principale. Finalmente dopo una corsa estenuante ci ritrovammo fuori. La nebbia stritolava la notte. Ricominciai a correre finché non mi trovai davanti a un lampione. La nebbia si diradò. Portavo ancora in braccio l'esile ragazza. Davanti a noi si estendeva il ponte e poi la salvezza. Continuai a correre mentre le braccia diventavano rigide e cominciavo a sentire davvero la fatica anche se l'adrenalina riusciva in qualche modo a farmi reggere il turbine di emozioni negative in cui ero finito. A metà del percorso caddi. Mi rialzai e guardai su cosa ero inciampato . Era un corpo. Teneva in mano un fucile. La sua testa era stata strappata e si trovava poco più in la. Quell'uomo era visibilmente appartenente al corpo dei G.U.A.R.D.S (la polizia speciale di Londra) e si capiva dall'abbigliamento. Giubbotto antiproiettile e casco bianco dotato di visiera. Rimasi li impalato per il terrore. Cosa era stato? Lì c'era davvero un entità che l'essere umano ha sempre temuto e negato? Una cosa era certa, quella cosa poteva massacrare un uomo armato senza sforzo. Sentii la ragazza stringersi a me e abbandonare la sua freddezza. Ricominciai a correre guidato dall'amore a prima vista. Finalmente mi ritrovai nel mio vicolo. Mi era sempre sembrato tanto deprimente e per la prima volta invece mi sembrava quasi bello. Mi infilai nel condominio mentre il buio mi assaliva di nuovo. Incespicai negli scalini cadendo e rischiando di farmi del male e fare del male a lei. Eccola finalmente: la porta di casa mia. La aprii e la richiusi accendendo contemporaneamente la luce. Corsi in camera e posai sul letto la ragazza. Sembrava addormentata. Mi sedetti e feci una lunga pausa per prendere fiato. Mi girai ancora. Lei era estremamente attraente ma al contempo mi inteneriva, era una sensazione magnetica, profonda e antica. La abbracciai lasciandomi cadere mentre iniziavo a piangere sommessamente. Sentii lei stringermi dolcemente. Era una sensazione splendida . Il contatto con la sua pelle era angelico, tanto da farmi dimenticare tutto. Ero davvero innamorato. L'unica cosa che mi importava era che lei mi ricambiasse, per me tutto scompariva nel niente. Le mie idee rivoluzionarie, il fatto di essere un archeologo in un mondo lanciato verso il futuro, cosa era successo dentro a quel pub: tutto scomparve. Mi addormentai guardando un tatuaggio collocato sulla sua spalla pallida Ishtar vi era scritto in un alfabeto che conoscevo appena. Mi svegliai con la ragazza senza nome in grembo. La accarezzai e mi preparai uscire. Me ne ero quasi dimenticato ma era il giorno: Una volta all'anno il leader Vladimir Lust teneva un lungo discorso agli studenti e a esclusione del discorso (obbligato) le scuole rimanevano chiuse. Mi alzai dal letto con un balzo guardando la ragazza con un sorriso ammaliato sul volto e regalandole una carezza prima di andarmene. Feci per andare a vestirmi ma sentii tirarmi. Lei mi aveva afferrato i pantaloni con le sue sottilissime mani. Sembrava impossibile ma il mio amore era così grande e inspiegabile che copriva tutto. A quest'ora se fossi stato solo in quella discoteca sarei stato probabilmente ricoverato in un ospedale psichiatrico. Cosa c'è? Lei mi guardò con i suoi occhi di un blu infinito e capii, capii come se avesse parlato alla mia anima. Voleva venire con me. Io ricambiai il suo sguardo e lei annuii con fare magnetico. Mi vestii come se fossi guidato da qualcosa più grande di me e uscii insieme a lei, che mi stringeva per un braccio. Forse lei provava davvero qualcosa per me, non sapevo niente di lei ma la amavo ugualmente. Come era possibile? La sede del discorso annuale si trovava a Bloomsbury Square. Finalmente ci trovammo li. Il chiasso degli studenti che ripetevano frasi che io odiavo come Viva Lust o viva il leader mi dava alla nausea. Ero schifato, finalmente il leader mi si rese visibile. Odiavo davvero quell'uomo, era uno schifoso, aveva condotto in un periodo buio quella città e quello stato un tempo gloriosi. La ragazza senza nome mi guardò intensamente. Passò un attimo. Un attimo soltanto, i suoi occhi brillarono ancora di più sfiorandomi l'anima con una bellezza divina. Mi voltai e intorno a me non c'era più niente di vivo. Tutto quello che lo circondava si limitava a una confusionaria e inconcepibile serie di corpi straziati in maniera oscena. Vladimir Lust era morto, il leader di quella nazione era morto. Capii. Capii chi aveva massacrato quelle persone, lasciai la ragazza e finii in terra lordandomi con il sangue che colava da ogni dove, lanciai un urlo che risuonò in tutta la piazza deserta. Dopo quell'urlo riuscii a riprendere fiato e a fare una domanda alla ragazza prima che lei mi conducesse all'inevitabile traguardo. Chi sei?! La ragazza si avvicinò lentamente mentre cercavo di fuggire scivolando sul sangue nero che gocciolava orribilmente dalle centinaia di cadaveri. Si avvicinò al mio orecchio con la bocca mentre io rimanevo bloccato dall'orrore più puro pensando che quello che mi avrebbe detto sarebbe stata l'ultima cosa che avrei sentito. Edward... Ti amo. Ho voluto la tua felicità, tutto ciò che odi adesso è morto. Quel posto dove voi andate, queste persone che odi, sono tutti morti , lo ho fatto per te. Sono passati millenni e gli uomini hanno smesso di pronunciare il mio nome, il nome di Ishtar. Tuttavia io sono sempre in cerca di qualcuno da rendere felice … Ci sono riuscita? In quel momento capii. Era successo tutto per colpa di qualcuno. Per colpa mia. Quella donna, quell'entità che in tempi antichi veniva venerata da popoli lontani aveva fatto tutto per rendermi felice. Sorrisi mentre sentivo il germe della follia entrarmi dentro come un virus infettivo e letale. Cominciai a ridere, non sapendo neanche il perché. Diventerò il dio di un nuovo mondo riforgiato secondo il mio volere, guiderò il pianeta verso un nuovo periodo di ordine con la dea Ishtar al mio fianco e con il suo potere al mio servizio. Solo un dubbio. Chi è il vero demone?


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