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«…e con il compimento dei diciannove anni, questa istituzione riconosce a Cody Smith l’ingresso a pieno titolo nel mondo civile, nel mondo degli adulti responsabili di se stessi e del loro ruolo nella società. Cody, ci auguriamo che l’istruzione che ti abbiamo aiutato a conseguire ti sia di aiuto nella tua vita fuori da questo istituto, e ricorda che l’Orfanotrofio di St. Joseph sarà sempre la casa che ti ha cresciuto e dove potrai trovare consiglio, pur essendo ora libero di fare le tue scelte…»

Quante belle parole che sa spendere il direttore Ford. Quanta ipocrisia. Sembra mi stiano congedando con onore, invece tutta questa pomposità è per ricordarmi che adesso sono maggiorenne e mi buttano fuori dall’orfanotrofio, ora non sarò più un peso morto sulle spalle di chi manda avanti questo porcile. Come se il mio mantenimento vi fosse costato tanto!

Ma non ti preoccupare, caro il mio Carretto Ford. Ah giusto, ti sei sempre voluto far chiamare “signor direttore”. Puah. Signore. Un insulso ometto, ormai più basso di me, con così pochi capelli che è possibile contarli, e la vocetta stridula! Chissà quanto ti sarai sentito appagato, dopo gli scherzi che madre Natura ti ha fatto, a prenderti la tua rivincita su di noi, i tuoi “protetti” e “alunni”, le tue vittime indifese. Almeno non sono stato indifeso, io. Per tutti i dispetti che facevo a te e alla gentaglia della tua risma, mi hai dovuto piegare chiudendomi nella soffitta non so più quante volte. Ah ah! La soffitta! Io ho visto ben altra soffitta, Carretto mio, e ti assicuro che dopo essere riusciti a sfuggire a Felicity ben due volte, le soffitte del mondo reale sembrano suite extra lusso.

E non te l’ho mai data la soddisfazione di farti sapere che nelle ombre io Felicity la vedevo ancora, con quella fottuta camicia da notte fradicia e i capelli neri appiccicati al viso, che nascondevano a malapena gli occhi iniettati di sangue. E la bocca spalancata. Io, nella soffitta del St. Joseph, non ho mai urlato.

Non ho paura degli spazi chiusi come te, Carretto Ford.

Deepersleep dorm

Sarebbe una magra consolazione ora, chiamarti così davanti a tutti, con il soprannome che usavamo al dormitorio F alle tue spalle io e Timmy fino a due mesi fa, prima che uscisse.

Timmy era l’ultimo amico che mi restava qui dentro. Gli altri erano usciti già tutti. Adottati, oppure maggiorenni prima di me. Confesso che li ho odiati per un attimo, ogni volta che scoprivo che una famiglia avesse deciso di offrire una casa, e l’opportunità di una vita normale, a uno di loro. Ma l’odio è stato solo momentaneo. No, si trattava solo di invidia. Nel profondo ero felice per loro. Sono felice per tutti voi, ragazzi, casomai un giorno dovessi trascrivere questi pensieri e vi capitasse di leggerli. Mi siete mancati, mi mancate tuttora, ma vi auguro solo il meglio. Anche a te, Big Toby, speriamo che i tuoi nuovi genitori non ti abbiano messo troppo in castigo per tutta la cioccolata che sei capace di mangiarti!

Ma che dico, ti avranno riempito di cioccolata… fuori di qui…

Il tempo trascorso all’orfanotrofio è stato ...difficile. E più esso passava, più gli amici diminuivano. E i centimetri di statura aumentavano. Ho odiato la pubertà. Ho odiato quell’anno in cui sono cresciuto così velocemente di statura, che ho smesso di sembrare un bimbetto innocuo e ho cominciato a somigliare a un giovane uomo. Già, aveva ragione Danny. Qui i bambini commuovono e le famiglie li adottano volentieri. Quelli che sembrano già adulti no, non sono abbastanza carini, i possibili genitori si spaventano, si chiedono ‘oh mio Dio, cosa farò ora per mantenere questo ragazzo? Chissà quante pretese potrà mai avere! No no, meglio un piccolo marmocchietto alto un metro sì e no dalle guanciotte tenere!’. Guardate che i marmocchi crescono e diventano grossi, eh. E il mondo reale li porta ad avere richieste su richieste. Chissà Tommy quante macchine vi avrà pregato di comprargli, e ora forse sta per guidarne una vera. Io non avrei saputo nemmeno cosa domandare, solo un po’ di affetto.

E invece, che cosa mi è toccato? Stare qui. Dove i miei pochi amici non potevano difendermi. Dove non sapevo se aver paura di crescere o desiderare che succedesse. Perché da piccoli si è più dolci e più adottabili… sì, ma si cade anche vittima dei ragazzi più grandi. Quelli come Randy del dormitorio E. Se penso a quando mi metteva sotto il banco degli attrezzi nel laboratorio, per poi prendermi a calci… godeva nel vedermi piangere di dolore, e alla fine mi chiudeva dentro quel laboratorio, in trappola come un animale. Che soddisfazione quando sono diventato anch’io alto quanto lui. Anche se lui ormai era uscito, ero fiero di non essere più un nanerottolo, e quelli che erano rimasti non mi chiamavano più Cody dei Peluche.

Avrei soltanto voluto che Randy e quelli come lui fossero gli unici pericoli che il St. Joseph potesse nascondere, ma almeno era un passo avanti. Peccato che non potevo diventare più grande degli insegnanti, o degli inservienti.

Magari mi sarei risparmiato le punizioni, chiuso in quell’aula, da solo. Perché ve l’assicuro, provare e riprovare a svolgere i propri compiti praticamente al buio è qualcosa di angoscioso. E a rendere le cose più odiose c’era quella dannata testa di cervo appesa alla parete, appena oltre la porta. Ogni volta che qualcuno entrava per sorvegliarmi, un raggio di luce la raggiungeva illuminandone gli occhi di un bagliore agghiacciante. Almeno, ricordo che provavo questo quando li vedevo luccicare nel buio, dopo essere stato riportato al St. Joseph, in seguito alla mia …fuga. Mi mancano quei tre mesi in cui sono stato lontano, in cui per la prima volta sono stato adulto!

Deepersleep hidden

Nascosto

Sono riuscito a fuggire dall’orfanotrofio per tre mesi, lontano da questo posto. Tre fottuti mesi, e non li ho trascorsi a spassarmela. In quei tre mesi mi ero rifugiato in un edificio abbandonato che sembrava una specie di casa degli orrori. Ricordava fin troppo l’orfanotrofio, in realtà. Era una specie di versione macabra del St. Joseph, distorta dall’immaginazione di un bambino di 9 anni ormai traumatizzato.

Un bambino che quando ancora era all’orfanotrofio, la notte aveva tanta paura di sentire quel fottuto campanello nell’atrio. Drin drin, c’è l’inserviente Bertrand che fa le pulizie, va in giro con il suo naso rosso da ubriacone che lo fa sembrare un clown cattivo. Drin drin, l’inserviente Bertrand è solo e vorrebbe che qualcuno dei ragazzi gli facesse compagnia. Drin drin, dai Cody, se fai il bravo ti restituirò la tua tigre di pezza. Drin drin, ora però l’inserviente Bertrand ha tanta voglia di giocare al domatore di animali feroci. Drin drin  stupida bestia, mettiti gattoni se non vuoi che ti faccia diventare il naso rosso come il mio.

Non me l’hai fatto, il naso rosso, figlio di puttana. Però mi hai mandato all’ospedale, quella notte che giocavo con te  e sono caduto sullo spigolo della scrivania, svenendo. Mi hanno raccontato di avermi portato di corsa all’ospedale, che avevo subìto un forte trauma cranico. Ed è stato proprio durante la permanenza all’ospedale che sono fuggito. Mi sono rifugiato nella mia casa degli orrori. Identica a questa, ma almeno ero padrone di me stesso. Cosa facevo? Mi nascondevo. Il mio posto preferito erano le condotte di scarico. Al buio. Al riparo dagli abitanti di quel posto, quelle sagome lugubri… Non ero stato il solo a cercare rifugio in quel luogo; qualcuno che ci era passato prima, e che lo conosceva meglio di me, mi aveva detto che quegli strani figuri si fanno chiamare Popolo delle Ombre. Ma evitarli era quasi… divertente. Era una sfida. Fino a quando non è arrivato quell’idiota. Lui non scappava, si era solamente perso mentre era alla ricerca di qualcosa. Non ho capito cosa cercasse, e nemmeno mi interessava. Arriva, non sa cosa diavolo fare, non sa dove si trova, né come uscirne. Cosa diamine ne so di come puoi uscire? Nemmeno so come sei entrato nel mio incubo, brutto imbecille. Ti ho anche aiutato, augurandoti mentalmente di andare al diavolo. Di scavare nel profondo… già, dove quel posto da incubo diventava talmente strano e dispersivo, che nemmeno il Popolo delle Ombre vi mette piede. Ma a te non poteva bastare andare a infilarti nell’abisso. Mi dovevi fare… un regalo. Avresti potuto tenertelo. Mi hai condannato, condannato alla maledizione più orribile che potessi immaginare. Mi hai condannato a lasciare il mio rifugio, a tornare nell’orfanotrofio. Mi hai condannato a vivere la mia vita! Ma stai tranquillo, perché so come restituirti il tuo dono.

Basta recriminare. Che distratto che sono, mi sono perso tutta la cantilena di Carretto Ford. Ora mi prenderà a frustate davanti a tutti come faceva in passato? Ah no, non può più. Sono adulto, ora. Però lo ha visto, che l’ho ignorato. Ecco, mi tende la mano ma mi guarda storto. Fammi pensare, devo rispondergli qualcosa che non si dimentichi facilmente.

«Direttore Ford, lascio la sua istituzione con un misto di gioia e di disagio, per la vita che mi attende fuori e per gli anni trascorsi qui, e lei sicuramente sa cosa ho provato tra queste mura. Auguro a lei e al resto del personale tutto ciò che meritate.». La mia mano è ferma mentre dico queste parole. Ford ha un sussulto, forse agli altri sarà sfuggito, ma io ho sentito distintamente lo strattone trasmesso dalla sua mano. Nemmeno quando nascondevo nel palmo un cicalino elettrico saltavi così, brutto rospo.

E dopo alcuni saluti agli sventurati che rimangono all’istituto, saluti che saranno sembrati freddi come il ghiaccio, ecco che me ne vado. Sono dieci dannati anni che aspetto questo momento.

No, della libertà non me ne frega nulla. Ho una cosa da fare, fuori di qui. Una persona da trovare.

Una persona che ho conosciuto quando avevo solo nove anni e che non ho neppure incontrato dal vivo. Ma che voglio... ringraziare, per tutto quello che ha fatto per me!

Non ero scappato veramente, mi ero rifugiato nel mio coma. E in quel coma, avevo raggiunto il Mondo dell’Incubo. Non è facile entrarci, e una volta dentro, è ancor più difficile uscirne. Ci sono riuscito io, che ero in coma. Ci sono riusciti anche altri, in passato. Ci è riuscita anche quella pazza di Felicity, che nel mondo reale ha tentato il suicidio ed è “uscita dal suo corpo”, così mi hanno riferito: mi hanno detto che in passato parlava ancora, nascosta nella “soffitta” illusoria della casa nel Mondo dell’Ombra, prima di limitarsi a gorgogliare.

E alla fine ci sei riuscito anche tu, pazzoide senza nome. Tu che volevi sperimentare l’emozione di avere un “sogno lucido”, di essere padrone del tuo sogno. Sciocco! È il modo più facile per finire imprigionati dal Mondo dell’Ombra, che ironia per uno che voleva “sognare in libertà”. E una volta dentro, cercavi un modo per scappare dall’incubo, per svegliarti. E ti sei sentito in dovere di svegliare me.

Mentre cercavo di sfuggire dalla mia realtà dell’orfanotrofio, dalla mia vita di squallore, hai recuperato la mia tigre di pezza, nascosta nel buio, nascosta dentro di me. Hai ricordato al mio inconscio chi ero, e dove mi trovavo veramente. Una luce mi ha risucchiato dal mio nascondiglio, e mi sono ritrovato di nuovo in quell’ospedale, di nuovo moccioso, e in balia dei miei aguzzini.

Deepersleep news

Quella tigre di pezza era il mio giocattolo preferito, non riuscivo a dormire senza. Ma dal giorno in cui mi sono svegliato, l’ho odiata. E ha cominciato a popolare i miei incubi, ma non era la sola.

Quello che non sai, brutto idiota, è che dal Mondo dell’Incubo non ci si stacca mai veramente. Una volta che ci sei stato, ti lega. Ti avvolge, e ti entra dentro, fin nell’anima.

Per notti intere ho visto anche loro, il Popolo delle Ombre, gli abitanti dell’Incubo. Per giorni, mesi… anni… Mi hanno perseguitato anche nel mondo reale, nelle mie notti agitate, vedevo le loro sagome nere, in cui l’unica cosa che si distingue sono quegli occhi luminosi, spalancati, vuoti. Facevano paura… Ma io ormai non ho più paura di nulla.

Non ne avevo nemmeno quel giorno, quando facevo a gara con Willy per stabilire chi tratteneva il fiato più a lungo, nella vasca della fontana. Quel giorno che mi è mancato il fiato, nell’acqua, e sono svenuto, mi hanno raggiunto ancora …e mi hanno parlato. Mi hanno promesso di lasciarmi vivere la vita più normale che può spettare a uno come me, che l’inferno se lo porta dentro, di lasciarmi in pace. In cambio… cosa potranno mai volere creature simili? Semplice, vogliono te. Mentre eri nel Mondo dell’Incubo ne hai ucciso uno… ricordi? E come ti detto quando mi hai trovato, ora vogliono fartela pagare. E voglio fartela pagare anch’io.

Ah, ora sei cambiato, mi hanno detto che sei venuto fuori da quel pozzo della malora, con un’altra faccia. Hai scoperto il trucco del Popolo delle Ombre, sei diventato uno di loro, e poi sei uscito dall’incubo come fanno loro. Hai trovato un altro viandante sperduto; uno di quelli che cercano il sogno lucido e si ritrovano prigionieri dei loro incubi, o di incubi che neppure gli appartengono; o peggio, qualcuno che si trovava in coma, in un letto d’ospedale …com’ero io. Lo hai sopraffatto, impedendogli di svegliarsi, e hai preso possesso del suo corpo. Hai proprio imparato ad approfittare dei più deboli.

Sei un essere spregevole. E al tuo risveglio, probabilmente, non ti sarai neppure ricordato della tua esperienza. Sarai del tutto ignaro del male che mi hai fatto, e del crimine che hai commesso. Hai dimenticato. Beh, io no! Ti troverò, ti costringerò ad accettare le conseguenze delle tue azioni. E poi ti farò del male, fino a farti svenire. E allora saprò che sei in trappola.

Nei tuoi incubi più profondi.

Per sempre.

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