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C'era una volta un falegname di nome Borathor, un uomo grande e grosso con una folta barba nera sul suo viso, ma dal generoso e dolce animo. Borathor aveva una famiglia di cui prendersi cura, composta da sua moglie e dalle sue piccole bambine e così decise di trasferirsi fuori le mura della città di Ghalel, dove la vita era molto meno cara. Il falegname decise di spostarsi nella vicina foresta Grigia che, a differenza di quanto si possa pensare dal nome era tutt'altro che cupa o piena di malvagità. Borathor costruì con le sue stesse mani una magnifica casa in cui vivere con i suoi cari, completa di capanno degli attrezzi posto sul retro dell'abitazione dove avrebbe potuto eseguire gli ordini che gli venivano richiesti da viandanti, o, quando si recava in città per cercare lavoro, dal popolo di Ghalel. Il giovane uomo amava il suo lavoro, e fortunatamente col tempo la sua situazione economica migliorò, fino all'inizio dell'inverno.

Il rigido freddo della regione di Sovereign era famoso e temuto in tutto il reame Nordico del Regno di Mariethyl. Le carovane di mercanti erano molto meno frequenti per le vie della regione, le popolazioni si rinchiudevano in casa al caldo e passavano davvero poco tempo all'esterno, tra le strade delle città e, ovviamente, il lavoro del povero Borathor venne sempre meno. Un giorno il freddo era diventato insopportabile, un freddo pungente che penetrava dritto nelle ossa e gelava il sangue, e il giovane falegname fu costretto a sacrificare molti dei suoi lavori custoditi nel capanno e ad utilizzarli come legna da ardere per il camino. I giorni passavano, ma il freddo non cessava la sua avanzata, né tantomeno c'erano segni di innalzamento delle temperature. La povera famiglia era rimasta estraniata dagli eventi cittadini e non avrebbero avuto modo di entrare all'interno delle mura di Ghalel, la neve era troppo alta e il clima troppo rigido per permettere qualsiasi spostamento, e per di più, come se non bastasse, i cancelli della città erano rimasti bloccati dal ghiaccio che si era formato su di essi.

Alla povera famiglia restava ben poco cibo per sopravvivere, al massimo avrebbero potuto tirare avanti per un altro giorno o due. D'improvviso, verso il tardo pomeriggio sentirono bussare alla loro porta: era un vecchio viandante dalla lunga chioma grigia, un grosso cappuccio a punta nascondeva il viso di un uomo vissuto, incorniciato a sua volta da una folta barba lunga. Lo straniero reggeva tra le mani un grande bastone di legno sulla quale estremità era incastonata una preziosa gemma di colore rosso fuoco. Il vecchio chiese umilmente aiuto alla famigliola, domandò se egli potesse riposare da loro per qualche giorno, in attesa del calare delle temperature. Il cuore tenero di Borathor parlò per sé, non fece nemmeno finire la frase al viandante che subito lo accolse a braccia aperte nella sua umile dimora, chiedendogli perdono per il poco cibo che aveva da offrirgli, cibo che da lì a poco sarebbe finito.

Il vecchio, mosso dalla compassione, estrasse dalla sua sacca una pergamena, la srotolò e lesse una parola in una lingua a Borathor sconosciuta. Un enorme banchetto si materializzò sulla tavola della famiglia e, rimasti increduli da quella magia, si fecero raccontare dall'uomo chi fosse e cosa lo avesse portato in quella regione. Passate due ore a parlare della storia del vecchio e dopo essersi saziati, si recarono ognuno nelle proprie camere per riposare. Il mattino seguente Borathor ringraziò di cuore lo stregone, dicendogli che se non fosse stato per lui sarebbero rimasti senza cibo per chissà quanto tempo. Lo stregone, che non amava ricevere ringraziamenti o elogi, agitò la mano in aria esclamando "Off, haha, sciocchezze, mio caro, sciocchezze". La storia si ripeté per diversi giorni a seguire, e la moglie del falegname iniziò ad insospettirsi.

Ella, dentro di sé, pensava che tutti questi favori nei loro confronti da parte del vecchio dovessero poi essere ripagati in futuro. Decise di esternare la sua preoccupazione col marito, ma ad egli non importò più di tanto. La sua famiglia a quell'ora chissà in che condizioni si sarebbe trovata senza l'aiuto ricevuto, e a lui non importava che il bene dei suoi cari. Una notte la moglie del falegname si svegliò di scatto dopo un brutto incubo: sudava, tremava, e l'ansia per quello che il vecchio avrebbe poi chiesto in cambio si faceva sempre più angosciante. Si diresse nel capanno degli attrezzi e prese l'ascia taglialegna del marito, intenta a porre fine alla vita dello stregone. Ritornata in casa, si diresse di soppiatto nella camera dell'ospite, aprendo piano la porta e facendo attenzione a non farla cigolare più del dovuto. Giunta ai piedi del letto, si posizionò di lato al corpo ignaro della vittima e con un secco colpo staccò la testa allo stregone. La testa di questi rotolò sul freddo pavimento di legno della stanza, risvegliandosi. Lo stregone vide il suo capo mozzato dal resto del corpo ed emanò un urlo immondo. Borathor e le due bambine si recarono nella stanza degli ospiti, ritrovandosi davanti una scena orribile: sua moglie aveva appena decapitato il loro ospite e una pozza di sangue aveva ricoperto letto e pavimento nella stanza.

Poco prima di esalare l'ultimo respiro, lo stregone lanciò una maledizione contro la donna che l'avrebbe perseguitata per il resto della sua vita terrena e si sarebbe prolungata anche dopo la morte di ella. Pochi mesi dopo, la moglie di Borathor scomparve nel nulla ed il falegname, gli abitanti della città di Ghalel e di tutta la regione non furono mai in grado di trovarla. Si dice che molti l'abbiano vista, o almeno abbiano visto il suo spirito, vagare senza meta tra le vie della foresta Grigia piangendo e trasportando nelle sue mani un'ascia sporca di sangue.

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