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Sento i passi di mio padre svanire fuori dal castello e corro alla finestra della mia stanza, per osservare la carrozza venire inghiottita dalla fitta cortina di pioggia.

Una folgore rischiara l’orizzonte, illuminando per pochi secondi il paese di Montebello.

Deve essere un posto incredibile, con tutta quella gente, le case e con le stradine che si intersecano tra le abitazione addossate l’una all’altra. Purtroppo tutto quello che so sul paese lo so dai racconti dei miei genitori. Sapete, io non posso recarmici. Mia madre non vuole.

Loro hanno paura di me.

Perché sono albina.

Mi chiamano figlia del diavolo.

Ma il mio nome è Adelina e sono figlia di Uguccione di Montebello, anche  se spesso i servi mi chiamano Azzurrina. 

Mia madre ha provato a tingermi i capelli e la tinta è andata via, lasciando una delicata sfumatura di azzurro, ecco il perché del  nomignolo.

La pioggia fuori continua a cadere, fitta. Non ho paura dei temporali, mi fanno sentire bene. 

Mi allontano dal davanzale e raccolgo la mia palla.

Incomincio a calciarla per i corridoi di questo maniero, che è sia la mia casa sia la mia prigione.

I miei passi solitari e la mia risata da bambina rimbombano nei corridoi precedendomi, mentre la palla rotola sui freddi pavimenti  piastrellati.

Due guardie mi lanciano un’occhiata distratta. Mio padre vuole che Domenico e Ruggero mi sorveglino, perché dice che ci sono persone cattive che vogliono farmi del male.

Perché sono albina.

Mi distraggo a guardare una falena che volteggia nell’ aria e la palla sfugge al mio controllo. 

Rotola, rotola, rotola.

Rotola verso la ghiacciaia e non la fermo in tempo.

Io la osservo ,mentre scivola giù, sempre più giù, lontano da me.

Sento i suoi soffici rimbalzi perdersi nell' oscurità.

Deglutisco.

Fisso il buio, titubante.

Non dovrei scendere lì da sola. Mio padre non vuole, dice che è pericoloso.

Non mi dice perché è pericoloso, dice solo che non devo andarci.

Chissà mai cosa ci potrà mai essere là in fondo.

Chiudo gli occhi e faccio un respiro.

Farò in fretta.

Le guardie stanno parlando tra di loro, non si accorgeranno mai che io sono scesa nella ghiacciaia.

Questione di due secondi.

Vado e torno.

Comincio a scendere.

Un passo.

Poi un altro.

Poi un altro ancora e davanti a me solo il buio.

Non sono più sicura di voler continuare.

Il panico si fa strada nella mia testa.

Veloce, inarrestabile e cattivo, come il soffio di vento nella bufera.

Ora torno su.

Basta.

Ho paura del buio.

Non voglio sapere cosa c’è là sotto.

Non voglio disubbidire a mio padre.

Sto per girarmi e per risalire verso la luce.

Ma qualcosa attrae la mia attenzione.

La mia palla!

Non è rotolata così in basso come temevo, è lì, ai piedi della rampa.

Devo fare in fretta.

Voglio la mia palla.

Faccio i gradini di corsa, hop, hop, hop, come il cavallo da guerra di mio padre.

Poi mi giro e risalgo altrettanto velocemente. 

Ma quando sono a metà rampa mi blocco.

C’è una voce che mi chiama.

“Azzurrina” dice, “Azzurrina, vieni qua”.

E’ una voce dolce e soffice, come un fiocco di neve che volteggia verso il suolo.

Mi piace la neve e mi piace pure questa voce.

E’ morbida come la voce di mia madre, ma è più zuccherosa e attraente.

Lentamente mi giro e scendo di nuovo, come ipnotizzata.

Devo capire a chi appartiene quella voce.

Ora sta cantando la nenia che mi canta mia madre quando ho paura di quelli che mi vogliono uccidere.

“Azzurrina, piccola, vieni giù…”

“Madre, siete voi?” domando all’ oscurità.

La voce comincia a ridacchiare, ora non mi piace più, è una voce cattiva che si avvicina e io arretro, ho paura.

Poi il silenzio.

E qualcosa si avvicina a me.

“MAMMAAAA!!!!”

Ed è il buio.

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