Creepypasta Italia Wiki
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Mi ero preso a cuore quel caso. Sarà che al giorno d'oggi è difficile arrivare ad un limite simile tra follia e semplice allucinazione indotta da sostanze nocive. Si chiamava James, James Newport. Un nome comunque per un uomo comune, come mi raccontarono in seguito i suoi famigliari. Trent'anni, single, lavorava in un ufficio di Boston come impiegato di primo livello. Un uomo normalissimo, anzi, tanto normale da apparire quasi alieno nel mondo trasgressivo in cui viviamo. Era arrivato da noi urlando, non lasciandosi avvicinare da nessuno. Come al solito avviammo le solite procedure di contenimento, cercando di non causargli dolore alcuno. Già lì mi sarei dovuto accorgere che qualcosa non andava. Per quanto le strida e i gesti fossero quelle di un invasato nel pieno del suo raptus, gli occhi erano lucidi, sani. E terrorizzati. Una volta bloccato gli mettemmo una camicia di forza, che gli slegammo solo dopo averlo messo dentro una cella imbottita. Per il paziente è importante trovarsi subito in un ambiente accogliente, e in un'istituto d'igiene mentale asettico l'unico modo per confortarlo è dargli fiducia, che all'inizio consiste appunto nel mettergli una costrizione aperta, lasciandogli decidere da solo se tenerla o toglierla. Durante questo breve periodo mi misi in contatto con la sua famiglia, concordandomi per tenerlo gratuitamente per un periodo di osservazione. Una volta finito , tornai al vetro della porta della stanza di James. Si era messo nell'angolo più lontano della stanza, coprendosi il volto con la camicia, immobile. Bizzarro, pensai, pentendomi di cosa avevo detto. Quel pover'uomo contava su di me, e io dovevo svolgere al meglio il mio lavoro.

Otto mesi dopo, la mia fiducia si stava sgretolando precipitosamente. Nulla era cambiato, non c'era stato giovamento.Per otto mesi John era stato nell'angolo più remoto della stanza, coprendosi il volto con la camicia. Certo differiva dagli altri per alcuni dettagli.Ad esempio, parlava. Non aveva problemi a dialogare e componeva frasi di una complessità e struttura tali da farmi dubitare più volte che fosse affetto da qualcosa di più grave di un lieve disturbo. Che non avesse ingerito nulla di dannoso ce ne accorgemmo dopo la prima settimana, quando non si erano verificati sintomi particolari relativi ad alcool, droga o tabacco. Inoltre continuava a stare nella stessa posizione, quindi il problema era dentro di lui. Ormai eravamo amici, o almeno lui mi considerava tale. Io cercai di mantenere un rapporto più formale possibile, ma la sua...normalità?..mi rendeva difficile trattarlo come un paziente qualunque. Non ero abituato a tali eventi. Però devo ammettere che una sola cosa stonava nel comportamento comune di John: non era possibile entrare nella sua stanza. A qualunque ora, in ogni momento, chiunque girasse solo la maniglia veniva brutalmente aggredito. John non era di certo un atleta, ma aveva i suoi muscoli e in un caso io stesso rischiai di rompermi un braccio. Evidentemente dormiva poco e male, sempre in quello stato di nervosa eccitazione che lo coglieva sotto la sua stramaledetta camicia di forza. Dopo i primi mesi imparammo a passargli il cibo per la grata e non cercare più di aprire la porta. Le suppliche che emetteva tra i ringhi durante gli assalti erano troppo disperate per poter agire contrariamente.  Gli passavamo quotidianamente ogni genere di prodotto per tenere pulita la stanza, cosa che faceva meticolosamente quando non era guardato, mentre teneva aperta la finestra per mezz'ora ogni tre sotto il mio occhio vigile. Ho imparato a non fidarmi delle vecchie sbarre di questo edificio.

Otto mesi, otto mesi e non era accaduto nulla. I suoi genitori, per fortuna benestanti, continuavano a pagare, e nelle serate peggiori mi veniva da pensare a cosa sarebbe successo a James se gli assegni non sarebbero stati più pagati.Non potevo, non volevo pensarci.L'empatia che aveva sviluppato in me quel soggetto era sin troppo forte, e fu proprio essa la causa della sciagura che ci colpì una settimana dopo.

Mi avevano svegliato di colpo, il telefono squillava a pieno volume. Guardai l'orologio, gli occhi impastati di sonno.Le tre e mezza di mattina. Alzai la cornetta esitante, a certi orari le chiamate che ricevevo riguardavano solo il lavoro. "Newport sta mal!" esclamò frettolosa Cinthya, una delle infermiere del turno di notte"è caduto su un lato venti minuti fa e da allora non si muove. Ho provato ad aprire la porta, ma appena ho spinto la maniglia Newport mi ha urlato di non avvicinarmi. Dottore, se sentisse quella voce..." "Arrivo subito", tagliai corto. Mi vestii in fretta e uscii nella notte. Quando arrivai all'istituto ,erano passati quaranta minuti da quando James si era accasciato. Cinthya mi riferì che non era cambiato nulla, né la posizione, né il tono di voce. Decisi di andare di persona, ignorando una volta per tutte le fisime di quel pover'uomo. Doveva essere curato, e alla svelta. Mi avvicinai alla porta. Uno strano odore, simile a quello di carne decomposta, ma più dolciastro, stava filtrando dai buchi per l'aria. Il paziente era nel suo angolo, disteso sulla pancia. La camicia che lo copriva mi impediva di vedere il corpo, eccetto una mano protesa verso la porta e la cima della sua testa, coperta da lunghi capelli castani."JAMES!" gridai. Non c'era bisogno di alzare la voce, ma speravo che l'urgenza che stavo mettendo in essa lo spingesse a collaborare "Sto per entrare! Stai male e hai bisogno di me. Fidati, James, sono qui per te, fatti aiutare e andrà tutto bene.." "NON.ENTRARE!" sobbalzai. La voce era profonda, molto di più di quella abituale di James, ma anche rovinata, distrutta. Sembrava che gli si fossero disciolte le corde vocali, per poi riattaccarsi in nuovi schemi inquietanti. No, dovevo entrare.  La stanza era molto calda, la temperatura perfetta per evitare che il gelo autunnale desse problemi ai pazienti. Non c'era nulla dentro, solo James e la sua camicia, che non ha mai voluto pulire o togliere. Non avevo mai notato quanto era rimasta pulita, nonostante il tempo passato dall'ultima centrifuga... gliela tolsi dalla schiena, gettandola in un angolo. James emise un singhiozzo disperato. Lo voltai. Il volto era normale, nessun segno particolare, nessuna ecchimosi. Perfettamente sano. Poi notai una concavità nella maglia...la scostai. Nulla. Nulla era rimasto delle interiora di James Newport.Fegato, intestino, reni...tutto andato. un largo buco che tagliava l'ombelico in due permetteva di assistere a questo orrido spettacolo. Mettendogli una mano sul petto, sentii che polmoni e cuore erano ancora lì, funzionanti a malapena. "James!" gli presi il volto tra le mani, cullandolo lentamente"Che ti è successo??" "L-le larve..."sussurrò lui, la voce che ora sembrava quasi un fischio sussurrato "mi hanno infettato...non so cosa siano, da dove arrivino...ma non se ne sono mai andate..."si fermò per sputare uno spruzzo di sangue nero, denso. Era in bilico tra vita e morte, ed io ero troppo preso dal terrore e dalle sue parole per chiamare aiuto. "Sono cresciute, nutrendosi di...me...ho cercato di combattere, ma nulla funzionava.....così pensai di rinchiudermi...mettermi in quarantena....salvare tutti gli altri...." "Ci sei riuscito, James, ce l'hai fatta!" gridai, mentre le lacrime iniziavano a scendere di fronte a tanto coraggio ed umiltà, racchiusi in una persona così comune. Lui si mise a ridere, o meglio, a gracidare piano. "No...è stato tutto inutile...ho perso....abbiamo perso."

"Vede dottore, amico mio....quando ha aperto quella porta...quando ha preso la camicia e mi ha voltato, è stato infettato anche lei...e così tutti lo saranno. Siamo destinati a diventare....cibo per larve."

Paranoia
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