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L'orologio segnò le 18:00, ed Erik non era ancora arrivato. Il dottor Swinn, impazientito dalla lunga attesa, tamburellò energicamente le dita sul tavolo. Fuori pioveva a dirotto, mentre il cielo nuvoloso si imbruniva sempre di più. Il dottor Swinn afferrò la sua penna e incominciò a rigirarsela tra le dita, sbuffando e fischiettando impazientemente.



Ad un tratto, sentì qualcuno salire le scale, e il cuore iniziò a battergli impazzito. Dalla fronte scese un rivolo di sudore e le mani incominciarono a tremargli. I passi si avvicinavano sempre di più, e quando i passi si fermarono dietro la porta, il fiato gli si bloccò in gola. La maniglia ruotò e la porta si aprì. Erik entrò in aula, e salutò il medico.



- B... buonasera. - balbettò Erik, intimorito. Il dottore lo accolse con un largo sorriso.

- Buonasera a te, caro Erik. - rispose cortesemente il dottore. Il dottor Swinn era uno dei migliori psicologi di tutta la zona, perché riusciva ad immergersi nei pensieri del paziente, e da lì riusciva ad estrarre e a dissipare tutti i problemi insiti nella mente del soggetto. Era amato dai suoi pazienti e non c'era persona più in gamba di lui.



Il ragazzo si sedette sulla sedia, posta davanti alla scrivania del dottore. Dopo essersi seduto, ci fu qualche secondo di silenzio, poi il dottore parlò.

- Bene, allora... come stai Erik? - domandò allegramente al ragazzo, dandogli una pacca sulla spalla.

- Male... - rispose Erik, con lo sguardo rivolto verso il basso. - Va tutto male. -

Il dottore inarcò le sopracciglia. - Come sarebbe a dire? Perché? Che cosa ti è successo? -

- La mia vita è una merda, una lurida merda. Tutto va da schifo. La scuola, le amicizie, la famiglia... tutto. - rispose Erik. Il dottore lo osservò, aveva il volto pallido, e gli occhi erano avvolti da due occhiaie violacee. Dai suoi capelli neri spettinati alcuni ciuffi scendevano sugli occhi. Pareva che il giovane non dormisse da giorni.


- Perché? Qual è il problema che ti affligge? - disse il dottore, preoccupato.

- E' la vita che mi affligge, questa vita del cazzo che sto vivendo. - rispose il ragazzo.

-Beh... parliamone! Sono qui per aiutarti! - lo incitò il dottore, adottando un tono allegro e confidenziale.

- Certe volte, mi chiedo quale sia lo scopo della mia esistenza.- disse Erik.

- Che cosa intendi dire? - domandò il dottore.



Erik emise un lungo sospiro, e poi parlò. - Ci ho riprovato, ieri sera.-



Il dottore aggrottò la fronte. Gli occhi, dietro le lenti degli occhiali, fissavano ininterrotamente il ragazzo. Ci fu qualche secondo di silenzio.

- Ma, non ne avevamo già parlato? Mi avevi detto che non lo avresti più fatto! Sei così giovane, perché buttare la tua vita così? - chiese il dottore ad Erik.

- Perché è una merda, ecco perché. - rispose Erik, turbato dalla domanda del dottore.

- Io non so... capisco che quando si è giovani si vivono sempre dei periodi in cui si è scontenti. Ma è una cosa passeggera, perché con la crescita si matura e si percepiscono le cose belle della vita. Te lo ripeto: sei giovane, non buttare la tua vita così! - esclamò il dottore.

- Lei non è nella mia situazione, come può capire? - domandò seccato il ragazzo.

- E' proprio per questo che ti voglio aiutare, voglio immedesimarmi nella tua situazione... e voglio risolvere i tuoi problemi. Tutti hanno dei problemi che non riescono a risolvere, spetta a me aiutare queste persone. - disse il dottore, sorridendo.

- Allora non sono la persona giusta da aiutare. - rispose ostinato il ragazzo.



Il dottore prese un block notes e scrisse alcune cose. Mentre scriveva, rassicurò il ragazzo.

- Tranquillo, riusciremo a trovare una soluzione. -



Il ragazzo continuava a guardare la scrivania, mentre la pioggia tamburellava sul vetro della finestra e l'orologio sulla parete ticchettava ininterrottamente.



Il dottore smise di scrivere.

-In famiglia come va? -

- Da schifo, mio padre non c'è mai la sera. E i miei fratelli stanno sempre per i fatti loro, senza preoccuparsi di nessuno. - disse il ragazzo.

- ...è a causa della morte di tua madre? - domandò il dottore.

- No, non è per quello. Anche se ci fosse stata lei, non sarebbe cambiato nulla, non sarebbe... - improvvisamente, una lacrima scese dalla guancia del ragazzo e il dottore ansimò.



- Cielo, mi dispiace. Non dovevo riparlarne. - si scusò il medico. La madre di Erik era morta in un incidente stradale, e la sua morte aveva sconvolto moltissimo il ragazzo.



Il giovane Erik si strofinò le guancie.



- Sembra quasi che a mio padre e ai miei fratelli non importi nulla. - disse Erik, balbettando.



- Non gliene frega niente di mia madre! - urlò il giovane, tirando un pugno sul tavolo.

Il giovane tremava... dai suoi occhi grondavano lacrime e rabbia.



- Non so, non ti conviene parlarne con loro? - chiese il dottore a Erik.

- E cosa servirebbe?? A niente!! Non è mai servito a niente!! Di me non gliene importa nulla!! - urlò il ragazzo.



- Tutte le volte che ho provato ad ammazzarmi... per porre fine alla mia lurida vita, a loro non gliene mai importato nulla!! Pensavo che se avessi incominciato con la pillola... mi sarebbe tornato su il morale. Dicevano che solo lì potevo buttare la mia depressione... non ci sarebbe stato altro! Nient'altro!! - Erik urlava e piangeva impazzito, mentre tempestava di pugni il tavolo.

Il dottore era lì... sconvolto, mentre il giovane piagnucolava come un bambino.



Erik era un ragazzo depresso... disturbato. Tipico di tanti giovani. Scontenti della loro vita, si buttano nel fumo, nell'alcol e nella droga... per poi condurre la propria esistenza alla più totale rovina.



E poi? Chi li deve aiutare? I genitori? I genitori fanno tutto il possibile per aiutarli.



Li sfamano... li accudiscono... li proteggono anche a costo della loro vita. E questi ragazzini come li ripagano? Li insultano, li minacciano, li sfottono e disobbediscono alle loro regole. Perché è proprio questo il bello dell'essere giovani: ribellarsi ai più grandi. Oh, ma questo lo credono loro...



- Mamma... perché mamma? Perché sei morta? Perché?? - strillò il ragazzo.




- L'hai lasciata morire... - sussurrò pacatamente il dottor Swinn.



Il ragazzo si pietrificò. Alzò lo sguardo. - Co... come? - domandò incredulo.



- L'hai lasciata morire... - ripetè l'uomo.



- C... chi? - il giovane non credeva alle proprie orecchie.



- Chi? Ma quell'emerita stronza di tua madre... chi se no? - rispose l'uomo.



Il dottore sbarrò gli occhi e sorrise, mostrando i denti. Il ragazzo spalancò la bocca in una smorfia d'orrore. Poi, balzò dalla sedia e si allontanò. Il dottore sapeva di aver fatto centro. Era il momento giusto per colpire fino in fondo quell'indifesa e squisita mente da cucciolo.



- Lo sai che a nessuno importa di te? Se tu sparissi nessuno piangerà la tua scomparsa. Anche tuo padre mi ha detto che di te non gliene importa niente. Anzi, una spina nel fianco in meno! Oh, mi spiace non avertele dette prima queste cose... ma sai, io sono qui per aiutare la gente. Se poi devo sopportare un emerito moccioso depresso come te, allora quello da aiutare sono io! Chi mi aiuta a me? -

Quelle del dottor Swinn non erano tutte menzogne, lui era davvero stanco. Stanco di una società di giovani svogliati, egoisti e buoni a nulla. Ha passato anni e anni a parlare con i giovani, a conoscere i loro banali problemi, e ad aiutarli. Aveva sempre fatto tutto il possibile per loro... e lo avevano sempre ringraziato in questo modo.



Come può capire lei? Cosa ne può sapere? Lei non sa come mi sento! Lei non capisce! Lei non è in grado! Lei... lei... lei...



Povero dottore... non ne poteva più dei problemi della gente. Pensate: uno psicologo che diventa misantropo. Nulla di più controverso.



Il ragazzo, spaventato, si precipitò alla porta. La aprì e scappò fuori, dimenticandosi di chiuderla. Il dottore, tranquillamente, uscì dalla porta ed urlò:



- Mi raccomando... una cosa veloce! Qui non c'è più niente per te! - il dottore si abbandonò ad una folle e maligna risata. Poi, tornò nella stanza. Si mise la giacca, ripose tutte le sue cose nella sua ventiquattrore. Uscì dalla stanza e chiuse la porta a chiave. Scese le scale e si incamminò verso l'uscita.



Il dottor Swinn sapeva che non c'era niente di cui preoccuparsi. Il ragazzo si sarebbe ammazzato, i parenti avrebbero pianto per giorni e giorni, li avrebbe spedito una lettera di condoglianze e avrebbe partecipato al funerale del ragazzo. Poi, sarebbe toccato al prossimo.



Era questo il suo modo di liberarsi degli adolescenti.

Fingeva di aiutarli, li ascoltava, e mentre loro parlavano... lui, come un bimbo curioso, rovistava nella loro mente... e poi, al momento giusto, li mostrava che volto aveva il Male. E dopo, i piccoli avrebbero fatto da sè... nulla di più semplice! Alle autorità il dottore avrebbe finto di essere sconvolto della loro morte, e come in un lampo, l'ambaradan sarebbe scomparso e la morte sarebbe stata dichiarata come semplice suicidio... fine della storia.



Il giorno dopo avrebbe avuto un colloquio con una giovane fanciulla. La giovane era tormentata dal rimorso di aver venduto i gioielli della madre e di essersi offerta a degli estranei... tutto ciò soltanto per racimolare soldi ed acquistare delle scarpe firmate e un cellulare di ultima generazione. Il dottore, mentre pensava alla ragazza e alla reazione che avrebbe avuto alla fine della tredicesima seduta, contrasse la bocca in un divertito e diabolico sorriso.



Aprì la porta, ad accoglierlo all'uscita il rumore incessante della pioggia. Prese il suo ombrello nero, lo aprì, e si incamminò... fischiettando allegramente.

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