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Lì fuori era proprio buio e freddo, l’umidità gli era entrata nelle ossa facendogli dolere tutto il corpo, ormai si sentiva un rottame. Edgar non era mai stato un uomo paziente, ma dover attendere alla fermata dell’autobus per tornare a casa con quel gelo era veramente inaccettabile, soprattutto quando disponeva di una bella macchina con autista. Qualcuno doveva pagarla cara, appena arrivato a casa avrebbe dovuto ricordarsi di fare una chiamata a David per licenziarlo in tronco. Non sapeva nemmeno con precisione a che ora sarebbe arrivato il bus, sia perché in generale non usava i mezzi pubblici, sia perché stava andando verso la sua nuova casa. Nuova casa, non ricordava nemmeno perché aveva lasciato quella vecchia, ma sapeva che non era stata una sua decisione. Bah, sarà stata una delle mie ex-mogli. Al Diavolo gli avvocati. Pensò soffiandosi nelle mani per cercare un po’di calore.

Dopo un tempo che a lui parve infinito finalmente l’autobus arrivò. Un’altra chiamata che doveva fare era all’azienda dei trasporti per far passare un brutto quarto d’ora a qualcuno. Sorridendo salì i gradini e timbrò il biglietto che aveva in tasca. L’autista era seduto al posto di guida senza alcun tipo di illuminazione. Era così tanto buio che Ed non riuscì a vederlo assolutamente, ne avvertiva la presenza e poteva distinguerne la sagoma, ma basta. Sbuffando si voltò e cercò un posto libero che non fosse vicino a uno di quei pezzenti che erano sull’autobus insieme a lui. Le facce delle persone lì erano tutte sconsolate, sembravano tutti appena tornati da un funerale e a Edgar facevano solo pena e ribrezzo. Iniziò a camminare verso il fondo dove aveva visto un sedile isolato e, appena si fu messo a sedere, il mezzo partì.

La strada scorreva veloce fuori dal finestrino e Edgar si mise a fissare il vuoto. Passarono davanti al vialetto della casa in cui viveva da bambino e ripensò alla sera del ballo di fine anno del liceo. Sorrise richiamando alla mente il momento in cui era riuscito a far licenziare e arrestare il bidello addossandogli la colpa dell’aggressione a Marcy Grayson. Era stato così semplice: era bastato far bere la ragazza fino a renderla inerme per poi portarla nel locale caldaie insieme ad alcuni amici a volto coperto passandosi la tuta del bidello in modo che le rimanesse in mente. Che bella serata.

La via successiva gli era familiare, ma non riuscì a riconoscerla subito, gli ci vollero alcuni minuti, ma alla fine ci riuscì: non aveva capito immediatamente perché ormai quella strada era un po’diversa. Era strano, ma vista di sera sembrava ancora lo schifoso quartiere pieno di immigrati con quel patetico orfanotrofio e il centro per i giovani. Gli ci erano volute molte settimane per ungere le persone giuste e avere i documenti necessari per avere il permesso di buttare giù quelle gabbie di pulciosi e costruire dei bellissimi condomini di lusso per le persone giuste. La faccia delle suore dell’orfanotrofio quando aveva portato loro l’avviso di sfratto era stata veramente impagabile.

Dopo ancora vide la sua vecchia casa, quella in cui aveva vissuto con la sua prima moglie. Meredith. Che donna insulsa era diventata. All’inizio la rispettava anche, l’aveva sposata più che altro per i soldi della sua famiglia, ma almeno per i primi anni era stata una donna vagamente forte e di classe. Purtroppo dopo poco aveva rivelato la sua vera natura di perdente. Gli faceva ribrezzo il solo pensiero, se poi pensava che uno dei suoi figli aveva nel suo sangue i geni di quella donna, che vergogna. Ancora una volta l’alcool gli era stato un amico essenziale. Dopo averla fatta ubriacare aveva pagato quello che puliva la piscina, per cui sapeva che la moglie aveva un debole, per andarci a letto. Aveva programmato tutto alla perfezione facendolo accadere nel salotto dove avevano istallato una telecamera per controllare la tata. Tanti cari saluti all’accordo prematrimoniale e benvenuti tre milioni di dollari accompagnati dalla libertà.

Ad un certo punto l’autobus fece la prima fermata e solo tre persone andarono verso l’uscita, avevano il volto contratto, come se avessero la nausea e stessero tentando di trattenersi, ma sembravano sollevati di scendere. A quella fermata c’erano almeno cinque persone che aspettavano, ma non salirono sul loro autobus; avevano il volto felice, in pace e rimasero praticamente immobili senza nemmeno guardare il mezzo che era lì fermo. Mentre erano in sosta, un altro pullman si fermò davanti al loro proveniente dalle direzione opposta e le persone in attesa salirono. Il mezzo era diverso da quello su cui era Edgar: alla guida c’era un vecchio ben illuminato, in effetti c’era luce per tutto l’abitacolo, i sedili sembravano comode poltrone e la gente aveva un volto molto rilassato e allegro. Doveva proprio fare una telefonata di reclamo, non potevano trattarlo così, anche lui voleva e pretendeva un autobus di prima classe, o qualunque cosa fosse l’altro pullman.

La corsa riprese e Edgar sperò di arrivare presto alla sua nuova casa. Guardando fuori dal finestrino vide ancora una volta qualcosa di familiare: la strada in cui aveva posseduto l’appartamento per i suoi incontri con le prostitute. L’aveva dovuto vendere dopo il fatto di Amber. Come era bella Amber, pensò Avrà avuto appena diciotto anni. La giovane era stata la sua preferita per un periodo, finché Edgar non l’aveva strangolata a mani nude una sera mentre stavano facendo del sesso violento. Spesso si eccitava ancora ripensando a quando aveva visto la vita scivolarle via dagli occhi mentre con le mani le stringeva la pallida e delicata gola. Prima di chiamare i suoi ragazzi per ripulire il tutto si era acceso una sigaretta ed era rimasto per quasi un’ora a guardare il cadavere.

Tutti i posti che stavano passando avevano dei richiami per ricordi che Edgar considerava cari. Passarono la banca dove aveva firmato l’assegno per comprare le casi popolari che aveva poi fatto demolire, il palazzo dove aveva corrotto il comitato per la sicurezza ambientale per falsare dei dati e permettergli di costruire un centro commerciale su un terreno contaminato da metalli pesanti, il manicomio in cui aveva fatto ricoverare la sua terza moglie per sbarazzarsene, la casa di cura scadente dove aveva mandato i suoi genitori per poter vendere la casa di famiglia, l’agenzia che aveva contattato per far adottare uno dei sui figli appena aveva scoperto che era ritardato… Una vita vissuta pienamente. Pensò l’uomo.

Il percorso durò abbastanza a lungo e i ricordi erano sempre più recenti finché non arrivarono davanti alla sede della sua società, dove aveva il suo bell’ufficio con i mobili in mogano e gli tornò alla mente quello che era successo. Quella mattina era andato a lavoro e tutto era come sempre, ma dopo pranzo era arrivato un ragazzo che aveva superato la sua segretaria e aveva fatto irruzione nella sua stanza mentre lui si stava rilassando giocando a golf per interni, uno stereotipo che Edgar amava perpetrare. Aveva immediatamente chiesto al ragazzo chi fosse, e lui, come risposta, aveva tirato fuori una pistola e gli aveva sparato tre colpi al petto. Sudando freddo e aumentando la respirazione si portò una mano al torace e sentì la maglietta umida, guardò le dita tentando di mettere a fuoco usando la scarsa luce dei lampioni e vide il suo sangue che in quella situazione sembrava nero. Il terrore lo colse. Cosa stava accadendo?

L’autobus si fermò e l’autista accese le luci al neon, scese dal suo sedile e si mostrò ai passeggeri in tutto il suo orrendo aspetto. Il suo viso era come se non avesse pelle, un ammasso di tendini e muscoli marroni, gli occhi senza palpebre, due fori per le narici e un ammasso di zanne aguzze senza labbra. Non indossava vestiti, ma la parte inferiore del suo corpo aveva le sembianze di un animale, ricordava un satiro dal manto rosso. Lentamente la sua mano andò fino al microfono che era vicino al volante e lo portò alla bocca sogghignante muovendo velocemente lo sguardo tra i passeggeri. La sua voce era stranamente calda e suadente, ma il solo sentirla rendeva tristi e malinconici. «Buona sera. Grazie per aver viaggiato con me sulla linea 666. Mi auguro che abbiate apprezzato il giro e mi scuso se la fermata in via del Purgatorio è durata più del previsto. Questa è l’ultima fermata, vi auguro un felice ed eterno soggiorno all’inferno.»

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