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Ci risiamo.

Mi guardai il braccio sul quale troneggiava una chiazza, non più grande di un pollice, di colore verdastro. Non avevo alcuna memoria di come avevo fatto a procurarmi il livido, ma d’altronde non era né il primo né l’ultimo della cui formazione non avrò memoria.

Ancora assonnata, mi recai in cucina dove mio nonno stava già iniziando a preparare la cena. Si voltò per salutarmi e notò velocemente la mia nuova ecchimosi, subito mi chiese dove avessi sbattuto. Semplicemente risposi che, a parer mio, era saltato fuori dal nulla.

Con un sorriso divertito mi fissò e proferì queste semplici parole, che mi fecero gelare il sangue: “Non ti avrà mica toccata un morto?”.

Credo che la mia faccia preoccupata, forse diventata anche un po’ pallida, lo mise a sua volta in agitazione e decise di darmi una spiegazione più logica di ciò che mi aveva appena domandato. Avendo la sua età, mi raccontò che quando era lui un ragazzino i vecchi che abitavano nel suo paesino natale, al confine tra Toscana e Lazio, spesso gli ricordavano che se apparivano lividi di cui non ricordava il modo in cui se li si era fatti, molto probabilmente era perché un defunto, tornato sotto forma di non-morto, aveva cercato di afferrarlo, o di colpirlo, durante la giornata o la notte. Mi raccontò anche che, in paesi vicino a quello in cui era nato, si credeva nell’esistenza di streghe-vampiro. Spiegò che esse di giorno vivevano come normali persone, avevano un lavoro, una famiglia; ma appena calata la sera sgattaiolavano fuori dalle proprie case per ritrovarsi ed effettuare riti di chissà quale malvagità.

Oppure, cosa che mi fece raggelare il sangue, mi disse che andavano a caccia del loro cibo preferito: il sangue umano. Ogni volta che si cibavano di un umano e lo lasciavano in vita, esso presentava lividi e graffi di cui non aveva memoria. Non mi seppe dire come queste creature riuscissero ad entrare nelle case della povera gente, ma suppose che, forse, tramite alcuni riti e devozioni ai demoni, questi esseri riuscissero a varcare le soglie delle case senza molti problemi. Chiesi anche come fosse possibile che esse non svegliassero la persona dalla quale si cibavano o come facesse quest’ultima a non accorgersi di niente, ma anche questa domanda rimase quasi senza risposta. Disse che, probabilmente, somministravano al malcapitato un intruglio, a suo dire, di erbe facendo finire la persona in uno stato di trance. Questo spiegava anche il fatto che, al loro risveglio, non ricordassero nulla.

Il suo sguardo ad un tratto si fece più cupo. Spiegò che queste streghe-vampiro si potevano riconoscere da una vistosa peluria soprattutto sulle gambe, proprio a causa di ciò quegli esseri erano soliti portare costantemente pantaloni o gonne lunghe in modo da coprirsi, anche d’estate.

A spezzare quel momento carico di tensione fu la mia cara nonna che, con un sorriso strano e un luccichio particolare negli occhi, entrò in cucina esibendo una nuova e lunga sottana color rosa antico. - Spero di non aver interrotto niente - disse riferita a mio nonno. Non ricordo di averle mai sentito quel tono di voce così… scocciato e tremendamente irritato.

Nel modo più pacato possibile mio nonno la invitò gentilmente ad andarsene inventandosi, sul momento, che delle sue amiche avevano chiamato e avevano chiesto di lei. Non se lo fece ripetere due volte: sgattaiolò via, ma non senza prima darmi un bacio sulla fronte e prendere alcuni barattoli in cui erano sbriciolate alcune foglie di diverse piante.

A quel punto mio nonno scosse la testa e capii subito che nella sua mente erano annidata ancora le dicerie che mi stava narrando: probabilmente stava cercando di convincersi, e convincere me, che erano solo leggende senza fondamenta e dettate dalle superstizioni dell’epoca. Non potei far altro che sorridergli poco convinta e tornai a sbrigare la mie faccende.

Ci ripensai a tutto il giorno, però, e mi domandai quanti lividi erano effettivamente apparsi sulla mia pelle in modo misterioso in tutti questi anni… Cosa diavolo avevo lì in fronte? Corsi in bagno per specchiarmi e lo vidi: un livido giallognolo aveva fatto la sua comparsa proprio dove mia nonna mi aveva scoccato il suo amorevole bacio. O almeno credevo fosse amorevole… E che doveva farci con quei barattoli?

Mi sentii mancare di colpo. Dovetti sedermi per riprendere un attimo fiato e il solo pensiero di ciò che mi avesse detto fosse vero mi fece sentire male. I pensieri non potevano far altro che concentrarsi sulla figura di mia nonna. Entrambi, mi raccontavano spesso che non si erano conosciuti nello stesso paese. Si conobbero quando mio nonno fece il militare e fu costretto a spostarsi in un paesino non molto distante dal suo luogo natale. Fu lì che la conobbe.

Inoltre, cosa che mi fece accapponare la pelle, non ricordavo affatto di averla vista un solo giorno con gonne o pantaloni corti, che lasciassero vedere almeno un pezzo di gamba. Nemmeno d’estate si faceva vedere con abiti più leggeri e d’inverno ne approfittava per restare il più coperta possibile, sostenendo di aver freddo.

Non avevo mai fatto caso ai suoi spostamenti di notte, ma mi bastò lo sguardo assente di mio nonno durante il racconto per farmi capire che quelle parole erano vere e non solo frutto di antiche leggende.

Avrei voluto fuggire il più lontano possibile da lì: se un giorno mi avesse uccisa privandomi totalmente del mio sangue? Non glielo avrei permesso e non riuscivo a concepire come mio nonno le permettesse di vivere. Come poteva sopportare tutto questo? Afferrai rapidamente il mio telefono e il mio portafogli, poi mi affrettai ad andare in cucina a salutare con dispiacere il mio caro nonno.

- Diventerò come lei? -
Non erano le parole più giuste da dire, ma uscirono senza che io potessi tenerle a freno.

Posò i suoi occhi su di me, tristi ma al tempo stesso sollevati. Non mi disse nulla, scosse semplicemente la testa. Contemplò la mia persona per qualche altra manciata di secondi, forse aveva capito che quello era un addio più che un “torno subito”. Non tentò in alcun modo di fermarmi, semplicemente sorrise e mi fece cenno con la testa di andarmene.

Da quel giorno sul mio corpo il numero di lividi che apparivano sulla mia pelle, senza che io me li fossi effettivamente procurati, diminuì di molto.

Tuttavia mi sentì in colpa nel venire a conoscenza che, qualche giorno dopo la mia fuga da quella casa, mio nonno morì. Dissero che non si spiegava come mai il suo corpo fosse pieno di tumefazioni e graffi e, soprattutto, non riuscivano a capire perché il sangue nel suo corpo fosse quasi totalmente assente.

Io il motivo lo conoscevo bene e probabilmente si era arrabbiata molto quando lo sentì raccontarmi quella verità su di lei.

Non obbligandomi a restare mi aveva salvato la vita, ma il terrore di poter diventare come lei mi angosciava ancora.

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