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Sentite questo rumore? È lo scorrere del vento.


Soffia tra le case, ulula nei camini, sposta l’aria, prende il controllo delle nubi,

solleva nembi di nuvole; fa assumere loro le forme più belle e maestose: questi agglomerati di atomi, così evanescenti, sembrano da questa distanza degli enormi blocchi, enormi e pesantissimi, austeri e superbi; sono i pilastri del Cielo, e sembrano sorreggere la volta celeste.

Sono sul balcone. Guardo in alto. Il Cielo sfavilla abbagliante di una tonalità di azzurro pieno. Come mi sento infimo! Mi guardo attorno e vedo solo bellezza.


Bellezza e cattiveria. La cattiveria dell’Uomo.


Com’è sensuale la cattiveria! La sento scorrere negli sguardi delle persone, quando sono per strada. La percepisco nel tono di voce di ciascuno. Permea l’essenza di tutti quanti.

Anche le nuvole sono cattive… Ferme, immobili sopra di me, incombono minacciose con il loro sguardo etereo. Sembrano volersi sfracellare al suolo, ricoprirmi del loro candido manto, per poi soffocarmi.


Tutti sono cattivi. Tutti sono belli.


Tutto è bello. Tutto è cattivo. Tranne me: io non sono né cattivo né bello. Anzi, non sono bello proprio perché non sono cattivo. E non sono cattivo perché non sono sicuro di me.


Per tutta la mia vita, ho messo al primo posto gli altri. La mia indole insicura e timida me li ha sempre fatti servire. E io li ho serviti. Li ho ammirati. Ho ammirato i loro corpi talvolta alti e slanciati come gli alberi, talvolta bassi e tarchiati come le rocce sui pendii di una montagna. Ho sognato di fare sesso con tutti loro, maschi e femmine, indistintamente; di essere succube della loro magnifica violenza, della loro sete di potere, della loro spesso inconsapevole malvagità, della loro sublime indifferenza e insensibilità verso di me.

Possibile che tutto questo Male lo percepisca solo io? È mai possibile che gli altri non lo scorgano nel mezzo dei meandri dell’esistenza, nelle pieghe sottili e silenziose nascoste nella monotonia della vita quotidiana?

A quanto pare no; forse perché loro se ne sentono parte… magari addirittura senza saperlo. Sì, sono sicuro che la maggior parte degli esseri umani non si accorga di far parte della bellezza e della violenza del mondo.


È come se per loro solo gli animali nei documentari ne facessero parte. Ma l’Uomo è proprio un animale. E fa le stesse cose meravigliose che fanno tutti gli animali: spezza, spacca, corre, urla, grida, uccide, massacra, tortura, trucida, domina, cresce, si riproduce, ansima, respira, piange… muore.

Perché moriamo?


Me lo chiedo guardando verso il basso, nel baratro di venti metri che scorre tra me e il vuoto del suolo.

Forse, se c’è un dio, egli ha creato la Morte per darci un giusto riposo dopo la vita. Forse vivere per sempre è peggio di morire.


Oppure…


Mi passano per la mente dei ricordi… i miei cari che sono morti prima di me. Mi spaventa il fatto che nessuno di loro sembrasse avere paura della Morte.

Come facevano?! Come fanno le persone a vivere contente e tranquille ben sapendo che presto dovranno morire? Davvero si illudono così tanto che ci sia qualcosa dopo… così tanto da non avere paura? O invece è solo che davvero non temono il vuoto eterno del Nulla? Che la non-esistenza non angosci i loro cuori?


Bastardi. Li invidio profondamente. Come fanno a non avere terrore della Morte? Come mai solo io e pochi altri individui ne hanno paura? Come fanno loro a non pensare ogni giorno a quando moriranno? Li invidio e li ammiro al tempo stesso. È questo tipo di forza che loro hanno che mi eccita profondamente. Questa loro specie di menefreghismo. Questa loro impassibilità.


Certo, forse è solo apparenza. Forse anche loro, dentro al loro petto, temono la morte. Però già il riuscire a non darlo a vedere agli altri li rende enormi, maestosamente granitici ai miei occhi. E poi… e poi esistono anche persone che davvero non temono la morte. Non fanno tutti finta di non avere paura. Alcuni non ne hanno sul serio il terrore.


Questo pensiero mi atterrisce. Perché io non riesco a superare neanche il più futile dei timori, quando qualcuno riesce a semplicemente non avere alcuna paura di niente, nemmeno di morire?


Come sono inferiore! Eppure, al tempo stesso, mi sento anche superiore. Sembra un controsenso, una contraddizione, ma in realtà non lo è: loro sono forti, è vero, ma io sono intelligente e profondo.


Questa è una cosa che quei fottuti bellissimi bastardi degli esseri umani non hanno, di solito.


Se sono forti e non hanno paura, è merito dell’ignoranza. “L’ignoranza è forza”, come dice lo slogan del Partito in 1984. E a quanto pare è vero.


Ma adesso non c’è tempo da perdere. Sono su questo balcone per un motivo. È ora di farla finita con questi pensieri.

È ora di farla finita con tutto.


Una sottile pioggerella comincia a calare lentamente dal cielo… sembrano tante piccole lacrime che mi accarezzano il volto e mi fanno il solletico.


Come se un qualche dio piangesse per me, e provasse attraverso la sua commozione a farmi desistere da quello che molti, troppi vedono come un “gesto folle”.


Vorrei stare ancora qui ad ammirare la bellezza del mondo, ma non posso, perché la bellezza del mondo è la cosa più malvagia che esista, è la cosa che fa più male in assoluto: ammirarla non mi provoca vera felicità, ma solo commozione ed eccitazione. Ed entrambe sono droghe per il mio cervello… dalle quali deriva solo dolore. Solo pene indescrivibili.


Mi inarco sulla bassa e traballante recinzione del mio balcone. Dovrei lasciarmi cadere a testa in giù? Sì, sarebbe meglio di sì. E se non muoio? Se rimango paralizzato a vita, con qualcuna che mi cambia il pannolone, gli sguardi della gente che riflettono la frase “poveraccio” nei miei occhi, e una flebo perennemente attaccata al braccio? No… no, non succederà. Morirò. Ce la farò a morire. Se lo voglio fare davvero, posso farlo.


Tremo tutto, il mio corpo traballa completamente mentre mi accingo a dire addio all’amore non corrisposto del mondo. “I depressi amano la vita più di quanto non lo facciano le persone felici”, come disse qualcuno uno volta. A stento riesco a reggermi sulla ringhiera del balcone. Con la poca forza che ho nelle braccia, lo scavalco, e poi, quasi involontariamente, mi lascio cadere a testa in giù. Certo, dovevo immaginare che non avrei retto il peso del mio corpo, e che sarei scivolato subito.


Cado. Non pensavo che venti metri potessero trascorrere così in fretta. Non pensavo che venti metri potessero passare in due secondi. Soprattutto non venti metri intrisi di odio, rancore, paura, rabbia e terrore.


Non credevo neanche che fosse così facile compiere il gesto in sé… Si vede che se ne sei convinto, puoi farlo.


Eccomi sull’asfalto, nel cortile del miei vicini. Ecco il sangue, ecco il dolore.


La sottilissima pioggia continua a cadere, ma io non la sento addosso… la vedo solo scorrere sul terreno bagnato.


Se fossi bello, adesso, la scena sarebbe bellissima: un corpo perfetto, con una chiazza di sangue, e questa pioggia soave. Non esiterebbe morte più bella. Ma purtroppo non sono bello, e dunque neanche la mia morte lo è. Non sembro

Icaro che si è schiantato al suolo, ma solo un poveraccio che si è buttato.


Pazienza.


Aspetta… sento dei rumori…


La gente ha sentito il frastuono dell’impatto, e si sta affacciando aprendo le finestre. Nonostante io mi senta intorpidito e dolorante, non posso che avvampare dalla vergogna a pensare che tutti i miei vicini di casa mi stanno vedendo in questo stato. Io volevo morire solo con i miei pensieri, non circondato da umani bastardi, che non possono capire nulla della mia sofferenza interiore!


Suppongo che dovrò sopportare anche questo pur di morire… ma non importa.


Adesso diventerò polvere. Io non sentirò più niente. Il mio corpo sarà disfatto in parti sempre più piccole… diventerò solo materia ed energia. I miei atomi verranno catapultati nella Natura… diventeranno parti di ruscelli, montagne, altri animali… anche di quelle nuvole che osservo così tanto. Un giorno molto lontano, tra miliardi di anni, sarò anche nelle stelle, in spazio aperto, oltre le profondità del Cielo. Diventerò parte di uno di quei pilastri che sorreggono la volta celeste. Diventerò forza, forza pura, molto più bella di questi esserini che mi circondano, attraverso la cui ammirazione mi sono rovinato la vita.

Passano i minuti, la Morte tarda ad arrivare. Penso sia ora di finire il lavoro. E così, prendo dalla tasca interna della giacca il mio pugnale, la mia Morte dolceamara. Me lo pianto nel petto con le poche forze che mi rimangono, e devo ammettere che è una mossa molto difficile: dapprima mi puntello soltanto le costole, non riuscendo a bucare la pelle. Poi, piano piano, vi riesco, e a un certo punto finalmente il coltello penetra nella carne. Un’agonia molto più bruciante della precedente mi si gonfia come una fiamma nel diaframma. Con voce frammentata, prima di emettere l’ultimo respiro, penso: “Adesso sarò Eterno”.


Sentite questo rumore? È lo scorrere del vento.


Soffia tra le case, ulula nei camini, sposta l’aria, prende il controllo delle nubi, solleva nembi di nuvole; fa assumere loro le forme più belle e maestose: questi agglomerati di atomi, così evanescenti, sembrano da questa distanza degli enormi blocchi, enormi e pesantissimi, austeri e superbi; sono i pilastri del Cielo, e sembrano sorreggere la volta celeste.


Sentite questo rumore? È lo scorrere del vento.


Questo rumore sono io, ormai.


Sentite questo rumore, adesso? Sì… è lo scorrere del tempo!

Cumulonimbus-tav

Fotografia scattata da Tim Vasquez nel 1999

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