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Quando quella sera fece ritorno a casa, era già tutto deciso. Doveva morire. Poi sarebbe toccato al chirurgo, amante della moglie. L'avrebbe fatto a pezzi. Sull'uscio lo accolse Giuditta che era bellissima. Per tanti, anche quelli ai quali non si era ancora concessa, la donna più bella di Napoli. Lui, con la vedova Guastamacchia era stato sposato tre anni. Matrimonio bianco: non aveva consumato alcunché. Se non le sue fantasie di diciannovenne frantumatesi sulla dura realtà: alla moglie ci pensava suo zio prete, che l'aveva fatto sposare proprio per coprire quella tresca.

Erano amanti da tanto, da prima che l'ex marito di Giuditta fosse giustiziato per truffa. Una passione che era continuata anche quando la ragazza aveva preso i voti ed era stata affidata alle monache del convento di Sant'Antonio alla Vicaria. La superiora era una loro silenziosa complice.

Ma ora, le cose sarebbero finalmente cambiate, lui aveva minacciato di denunciare la relazione condannando di fatto la donna alla forca, e Giuditta l'aveva richiamato a casa. Sarebbe finalmente stata sua. Questo, almeno, era quello che credeva lui, prima che sei braccia lo afferrassero e lo strangolassero. Il chirurgo, come previsto, ci mise meno di un'ora a farlo a pezzi. Come dicevamo, il dottore aveva una relazione con Giuditta, così come il barbiere, secondo complice dell'omicidio. Il terzo era il padre di lei.

Ma, proprio il barbiere, finì per rovinare tutto. Preso com'era dal premio che Giuditta gli aveva promesso e che i lettori possono facilmente immaginare, attraversò la via principale del paesino dimenticandosi del turno di guardia. Fu intercettato dal sorvegliante armato che, perquisendolo, gli ordinò di aprire la bisaccia. Ruzzolarono sull'erba la testa del giovane strangolato, e le sue mani ancora tese nel vano tentativo di difendersi. Il barbiere, dopo un duro interrogatorio, confessò tutto.

Giuditta, il padre e il prete, si diedero alla fuga, ma furono rintracciati sulla strada per Capodichino. Il processo condannò alla forca la ragazza e il padre, ma non il monaco. Lo zio prete, infatti, non aveva partecipato materialmente all'assassinio. Gli altri due imputati furono giustiziati. A Giuditta, dopo l'impiccagione, furono amputate la testa e le mani, messe in mostra sulle mura della Vicaria. Luogo che il fantasma della donna non ha mai abbandonato. Ogni 19 aprile, data dell' esecuzione, lo “spettro degli avvocati” si aggira urlando fra le strade della zona.

Storia 2

Quando i monaci videro l'uomo che, con passo incerto, saliva il tortuoso tragitto che conduceva al monastero di Sicignano degli Alburni, pensarono che non avrebbe superato la notte. Ugualmente, però, lo accolsero, così come voleva la legge di Dio, e gli diedero un letto. In realtà, a queste accortezze aggiunsero anche l'estrema unzione, due volte. L'uomo, però, sfuggì alla morte.

E, per ripagare il favore ricevuto, si offrì di svolgere alcuni lavori al monastero. Finì che prese anche i voti. La mattina la trascorreva in preghiera con i frati, mentre il pomeriggio svolgeva diversi lavori nei campi intorno al convento. Fu lì che vide una donna raccogliere delle erbe. Era vestita di pochi stracci, una contadina che abitava in paese, ma i suoi occhi profondi lo incantarono. Anche la donna rimase affascinata. Nel giro di qualche giorno si passò dalle parole ai fatti, i due furono presi da un amore travolgente. Ma il rapporto non passò inosservato. Gli altri monaci fecero giustizia.

Rinchiusero lui per farlo riflettere sui suoi peccati, e sottoposero lei a sevizie atroci per farla confessare e chiedere perdono. La giovane, dopo due giorni di torture, morì. L'uomo, qualche tempo dopo, fu invece ritenuto libero dal peccato e venne ricondotto nel monastero. Nel giro di un mese, cinque monaci morirono in circostanze accidentali. Di tanto in tanto, spariva anche qualcuno in paese. Il reggente, però, ignorava le denunce dei contadini ritenendole infondate. Fino a che una coppia di nobili si avventurò nel bosco, e fu sorpresa dalla pioggia. Chiesero ospitalità al monastero.

Fu l'ultima notte che i due giovani furono visti insieme. Fece ritorno al castello solo la carrozza che portava il cadavere dell'uomo con la testa fracassata. Il re decise di inviare le sue guardie al convento. Il monaco assassino fu scoperto e impiccato ad un albero nei pressi del monastero. Il suo spirito, però, non abbandonò quel luogo. Di tanto in tanto si registravano ancora inspiegabili sparizioni di giovani, e il paese per molto tempo venne abbandonato. Ancora oggi, c'è chi dice di vedere una figura incappucciata che si aggira nei pressi del monastero in cerca dello spirito dell'amata assassinata.

Storia 3

Il bambino nacque con la sventura sulle spalle, ben prima che la tisi lo consumasse. Era figlio di un amore maledetto che sfidava la giustizia di Dio. La madre del bimbo era, infatti, una ragazza costretta, come tante figlie di allora, a prendere i voti, perché i genitori non potevano mantenerla e non era reputata un buon partito. Lei ci aveva pure provato a servire il Signore, ma quando vide quel giovane così gentile e bello, il suo sentirsi donna ebbe la meglio. Si erano uniti una volta sola, ma quell'incontro fugace era bastato a piantare la vita. Le altre monache non ebbero cuore di infierire sulla giovane, ma la spinsero a dare via il neonato. Il bimbo fu affidato a dei contadini.

Quando venne alla luce, la sua salute si dimostrò subito cagionevole, e l'alimentazione davvero scarsa fece il resto. Si ammalò di tisi e morì prima di potersi affacciare alla maggiore età. I genitori adottivi portarono il cadavere proprio al monastero, affinché le spose del Signore gli dessero una degna sepoltura. Se ne occupò la vera madre del ragazzo, che seppellì il figlio sotto un albero che sorgeva dove ora c'è il sottopassaggio che collega viale Lincoln a viale Lincoln due a Caserta. A questo punto la cultura popolare racconta due epiloghi differenti. Il primo, più cruento, dice che la monaca si sarebbe impiccata sotto quell'albero intorno al quale il fantasma ancora si aggira.

L'altro finale racconta che la ragazza fece ritorno al monastero, recandosi ogni notte sotto l'albero dove giaceva il figlio. Un rito che continua ancora oggi, quando il fantasma torna in quel posto alla ricerca della tomba amata.

Storia 4

C'è chi dice che il leggendario noce delle streghe, sorga accanto al torrente di San Lupo, in provincia di Benevento. Un corso d'acqua conosciuto dagli abitanti del posto come il torrente delle Janare. Teatro di una terribile tragedia che da queste parti si sono tramandati di generazione in generazione. Una ragazzina, non ancora adolescente, spesso si avventurava lungo le sponde del torrente per andare a raccogliere dei fiori. Quando, una volta, fu notata da un uomo a cavallo proveniente dal vicino castello di Limata. L'uomo si invaghì di lei e, avvicinatosi, provò ad abusarne.

La ragazza riuscì a fuggire in paese. Il cavaliere, vedendosi rifiutare, raccontò a tutti che aveva visto la giovane compiere pratiche demoniache, mentre era sotto il controllo del maligno. Racconto che bastò ad aizzare il paese contro la piccola. Lei urlò, si dimenò, invocò la grazia di Dio e quella dell'uomo, mentre l'afferravano e poi la scaraventavano giù dal ponte. Il suo corpicino fu subito trascinato via dalla corrente. Ma lo spirito inquieto non abbandonò questa terra. Il fantasma, risvegliato da alcune streghe del posto, iniziò ad aggirarsi in cerca di vendetta. Scelta la sua vittima, la conduceva alla pazzia sconvolgendola con visioni atroci che la spingevano al suicidio. Spesso lanciandosi proprio dal ponte maledetto.

Ne fu vittima anche un parente del nobile di Limata che, attirato dalla visione del fantasma, si tuffò nel torrente per non fare mai più ritorno.

Storia 5

Quando il principe persiano giunse ad Avella, nessuno lo riconobbe. Dopotutto, anche con quei vestiti così preziosi che ne rivelavano le nobili origini, appariva come un giovane più che ventenne accompagnato da una ragazza molto bella e da qualche servo. Aveva però abbastanza oro e buon senso da farsi ascoltare, e perfino voler bene. Grazie ai giovani del posto riuscì a costruire, in meno di un anno, uno splendido castello. Finalmente il suo amore poteva vivere in pace.

Il ragazzo si era allontanato così tanto da casa, perché la sua famiglia e le leggi del tempo, gli impedivano di prendere in sposa la donna della quale si era innamorato. Lei era solo una contadina. Ma i ragazzi, si sa, per amore sono più forti di qualsiasi difficoltà. Così era stato anche per quei due giovani che avevano attraversato un intero continente per poter realizzare il proprio amore. Ma l'incanto conquistato, ci mise poco a sparire trasformandosi in tragedia. La ragazza, infatti, fu colpita da un male sconosciuto. Vennero chiamati i migliori medici, ma nessuno riuscì a curarla.

Morì due mesi dopo, straziando per sempre il cuore del principe che, disperato, decise di tornare a casa. Se ne andò di notte, per non farsi vedere dagli avellani che così calorosamente lo avevano ospitato. Ma, dopo pochi passi, un suono di lira e una voce attirarono la sua attenzione. Il ragazzo vide un ombra e la seguì, aveva riconosciuto la donna amata.

Poi cadde da cavallo, e prima di svenire, vide un panno sporco di sangue sul quale era scritto, “come in vita ci ameremo anche in morte”. Quando aprì gli occhi, il castello era stato sostituito da una distesa di tombe. Una era vuota. Lui capì e si lasciò cadere. Gli avellani, in onore di questo amore, per generazioni piantarono intorno al castello dei semi d'agave, volgarmente detta “a miria”, ossia l'invidia per un sentimento così raro come quello che animava i due giovani. E c'è chi giura che, alcune notti, si vedano ancora, attraverso le finestre del castello, delle ombre che passeggiano o cantano. Gli spiriti quei due amanti, che non seppero rinunciare alla loro passione impossibile, né in vita né in morte.

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