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Erano le 8 di mattina. Passeggiavo nella totale allegria, disoccupato, ma momentaneamente felice. La squadra del cuore aveva vinto la coppa nazionale a 25 anni di distanza dall’ultima. Fino a quel momento le soddisfazioni personali si erano rivelate ben poche, trovando quindi motivi di gioia e gaudio nei pochi interessi coltivati. Senza alcuna meta o obiettivi particolari camminavo lungo il ponte che con perfetto parallelismo seguiva il fiume Giakko. L’imponente struttura era concepita per consentire agli abitanti e ai turisti di ammirare il largo corso d’acqua, orgoglio del paese. Amavo ascoltare lo scrosciare di quelle acque che unito ai rari momenti di relax mentale era un vero piacere per i sensi. Quel piacere tuttavia non era destinato a durare. Un urlo improvviso aveva completamente sconnesso la mente dall’oasi di pace creata. Un uomo si dimenava nelle acque, sbattendo in maniera sgraziata le braccia. Il signore presentava dimensioni tutt’altro che modeste. Sembrava un grosso maiale, con le braccia grasse e tozze. Senz’altro non era un mio problema e niente avrebbe rovinato quell’inizio di giornata, pensavo. “Aiuto! Per Dio!” continuava a gridare. Nei paraggi non vi era nessun altro a parte me. Avevo pensato male. Era diventato un mio problema. Non so quale divinità mi avesse dato in quel momento la voglia di aiutare quell’uomo. In tutta sincerità non ero solito fregarmene del prossimo. Per quanto mi riguardava ognuno poteva perdere la vita come meglio credeva, ma non fu quello il caso. Scesi le scale di metallo che congiungevano la sommità del ponte con la riva del fiume. Sfilai i panni con comodità (ci mancava che dovessi avere delle ansie) rimanendo successivamente in mutande. L’impatto con l’acqua fu ovviamente drammatico. Il freddo improvviso penetrò violentemente nelle ossa. “Non agitarti coglione, sto arrivando!” gli gridavo avvicinandomi a lui. Il fiume si muoveva lento e questo permetteva al grosso omuncolo di rimanere fermo nello stesso punto. Trascinandolo per un braccio lo avvicinai alla riva, dalla quale, per mia fortuna, non era particolarmente distante.

Conte Artaris Ludvik II, così si era presentato. Mi invitò nella sua umile dimora. Era il minimo, a suo dire, offrirmi un soggiorno contornato dai più prelibati manicaretti. Una squadra dei più rinomati chef avrebbe soddisfatto ogni mio più recondito desiderio culinario. Accettai di buon grado il premio che mi spettava per l’ammirevole gesto eroico. Come fosse caduto in quelle acque non mi interessava. Abbozzò qualcosa riguardo dei malviventi che l’avevano derubato e poi gettato in acqua, ma riuscii ad interromperlo prima che completasse il suo travagliato racconto. Infine fummo lì, di fronte al maestoso cancello della ricca villa. Gargoyles di pietra, posti alle estremità dell’ingresso, ci scrutavano apparentemente incazzati. Una volta entrati, percorremmo una serie di pietre piane allineate che facevano strada verso la struttura. Le stesse dividevano in due parti uguali un maestoso giardino, con fiori di ogni genere e forma. Alcuni alberi di piccole dimensioni presentavano le chiome con un aspetto umanoide. Il giardiniere, raccontava Ludvik II, si dilettava a donare particolari forme alle entità verdi, piantate o seminate dal giardiniere stesso. Entrati nell’androne della villa ci vennero incontro la moglie e la figlia del conte. Due balene. Sarei riuscito a sentire l’odore di sugna, impregnato nelle loro vesti, ad un chilometro di distanza. “Vi presento la Contessa Gelsomina di Purchiania, mia moglie” recitò il goffo padrone di casa, mentre mi apprestavo per un baciamano tutt’altro che spontaneo. “Questa invece…” continuando le presentazioni, “…è la mia adorabile figlia, la Contessina Ermelinda”. Le donne erano praticamente identiche, non fosse stato per qualche ruga in più che segnava il viso flaccido della moglie del conte. Erano entrambe bionde, con una capigliatura riccia. Ermelinda presentava dei piccoli fiocchetti rosa che le raccoglievano i capelli in due ciuffi simili a corna. Quest’ultima poteva avere ad occhio e croce la mia età, una trentina d’anni. Vestiva un abito pomposo di colore fucsia che terminava con una vaporosa gonna ricamata con merletti vari. Il conte mi invitò a raggiungere quella che sarebbe stata la camera in cui avrei pernottato, assegnandomi al maggiordomo. La stanza continuava l’arredamento dell’intera villa. Le pareti interne della struttura erano coperte da una carta da parati bianca con strisce dorate. Mobili antichi in legno quercia ornavano gli interni, insieme ai quadri inquietanti, di diversa dimensione e forma, raffiguranti la figlia, la moglie, ed individui che data la stazza potevano essere loro antenati o comunque parenti. Sul letto erano posati gli indumenti che a malincuore avrei dovuto indossare per sedermi a tavola con la nobile famiglia. Una doccia fu d’obbligo e per mio immenso piacere avevo il bagno in camera. Una volta lavato, profumato (avevo a disposizione una vasta gamma di profumi ed erbe aromatizzate), imbellettato e vestito come un nobile d’altri tempi, mi apprestai a raggiungere l’allegra famiglia in sala da pranzo.

Eravamo in quattro, disposti ai lati di un massiccio tavolo di legno lungo probabilmente un paio di metri. Conte e contessa erano seduti alle estremità, mentre la contessina l’avevo praticamente davanti. Ermelinda mi guardava e sorrideva. Preso dall’imbarazzo (o dal ribrezzo), ad ogni suo sguardo tendevo ad abbassare gli occhi verso il piatto che avevo davanti. Il cameriere entrò con la prima portata. Alla mia destra, sul tovagliolo, erano distribuiti quattro forchette e quattro coltelli. I cucchiai, a quanto pare, non erano contemplati. Quattro era anche il numero dei bicchieri, dal più piccolo al più grande. La tovaglia su cui poggiava l’antiquariato (si trattava senz’altro di costosissimi piatti e bicchieri antichi) era in un tessuto simile alla seta, di un rosso particolarmente accesso, ma troppo spessa per essere costituita da tale materiale. Il primo ad essere servito fui io. Il cameriere posò sul mio piatto tre cubetti di carne che presentava come spezzatino, versando su ognuno di essi una salsina dalle sembianze sanguigne. Quando ogni membro del tavolo ebbe la propria porzione, un secondo cameriere si apprestò a versare del vino nei rispettivi calici. Al centro della tavola erano presenti una brocca con l’acqua e contenitori riempiti da succhi dalla dubbia provenienza. Il conte aprì le danze ringraziandomi ancora una volta per aver salvato la sua nobile e grassa vita con conseguente applauso offertomi da moglie e figlia. Calò il silenzio e ci apprestammo ad assaporare e godere delle prelibatezze che Ludvik II aveva proposto al sottoscritto come lauta ricompensa. La carne aveva una non comune consistenza ed uno strano sapore dolciastro. A primo impatto credevo di riconoscere del cinghiale in quel cubetto venoso, ma il retrogusto che questo lasciava in bocca ad ogni boccone sembrava suggerire qualcosa di completamente diverso. In ogni caso era un sapore non gradevolissimo. Rimasi a contemplare quella pietanza senza accorgermi dei tentativi di Ermelinda relativi alla conquista della mia attenzione. Era da almeno cinque minuti, dall’inizio del pranzo, che menava con dei piccoli calcetti il mio stinco onde attirarmi al suo sguardo. Ad ogni calcetto la guardavo perplesso e lei di risposta mi sorrideva. Calavo nuovamente lo sguardo sul piatto. Ancora calcetti, la guardavo e lei mi sorrideva. Potevo chiederle cosa volesse da me o semplicemente dirle di smetterla, invece di istinto tornavo a guardare il piatto fingendo che nulla stesse accadendo. La prima portata terminò con un calcione di Ermelinda, così forte, che la spontanea bestemmia uscente dalla mia bocca ruppe il silenzio. Seguì un momento di imbarazzo generale. Poi, il conte scoppiò in una fragorosa risata. “Devi aver conquistato il cuore di mia figlia!” disse divertito Ludvik II.

Stavo disteso sul letto quando notai, con una certa inquietudine, i due fori nel muro posti dinanzi a me. Erano distanti quanto due occhi rispetto al naso. L’idea che potessero servire per spiare l’ospite di turno faceva accapponare la pelle. Il pranzo si era rivelato piuttosto impegnativo. Una pesantezza colossale premeva il mio corpo contro il materasso. Alzarmi in quel momento sembrava un’impresa biblica. Le portate successive erano state a loro volta a base di carne. Rossa carne. Tutta con lo stesso sapore. Tra spiedini, cotolette e roast-beef non ci sarebbe stato spazio per i cultori dell’insalata. Le grigliate con gli amici non erano mai venute a mancare, così come le sbronze nelle migliori steak-house del quartiere. Eppure, mi sentivo violentato. Successivamente mi sarebbe toccata la cena in quanto il premio si estendeva fino alla mattina del giorno dopo, ma non ero più così convinto di volerlo riscuotere per intero. Come se non bastasse, la presenza di Ermelinda si dimostrava un incentivo in più per abbandonare quella villa. Decisi di alzarmi dal letto, vincendo la gravità che mi opprimeva e di salutare conte, contessa e contessina, delegando i più sinceri saluti a tutto il personale della dimora. Aperta la porta della camera, mi ritrovai la figura di Ludvik II dinanzi a me.

Mi fu fatta un’offerta, a detta del conte, a cui non potevo rifiutare (sembrava una voluta citazione tratta dal capolavoro di Mario Puzo, Il Padrino). La cotta che Ermelinda si era presa per il sottoscritto non era certo un mistero. Il colpo di fulmine in lei era stato devastante, quanto il pensiero di essere desiderato da quell’obbrobrio informe. La proposta di Ludvik II consisteva nel fidanzamento ufficiale con la figlia. Questo avrebbe garantito un’entrata fissa nelle mie tasche e l’eredità dell’intera struttura. Insomma, una ricchezza enorme a patto che mi fossi prostituito a tempo indeterminato per accontentare il sangue del suo stesso sangue. Non ero propriamente l’eticità fatta a persona. In quel momento, senza prendere reali impegni, proposi un periodo di prova. Il conte non fece problemi in quanto per lui l’importante era estendere la mia permanenza con la famiglia.

Erano oramai le 8 di sera. Mi sarebbe toccato il secondo round culinario. I miei intestini sembravano non aver digerito completamente il pranzo, per tanto decisi di rimanere nelle mie stanze. Una seconda doccia servì per riflettere ulteriormente sulla inaspettata proposta. Gli aspetti positivi erano apparentemente superiori a quelli negativi. Probabilmente avrei cambiato gusti sessuali ed alimentari, ma al contempo sarei diventato ricco come poche persone al mondo. Asciugati i gioielli di famiglia e rivestito a dovere scegliendo una delle opzioni presenti nel guardaroba, decisi di fare un giro nella villa. Il conte e chi per lui si erano limitati a mostrarmi la via per la sala da pranzo e quella che conduceva alla camera in cui avrei trascorso la notte, ma senza illustrare il resto della costosa abitazione. La famiglia era intenta a stuprare la propria cena, per cui sarebbe stata una buona occasione per girovagare lontano da occhi indiscreti. La villa si divideva in tre livelli, a cui andava aggiunto il piano terra, dedicato alla servitù. La camera in cui pernottavo era posta nel secondo, mentre nell’ultimo avrei trovato probabilmente la camera da letto dei coniugi e quella della contessina.

Il corridoio dell’ultimo piano cambiava drasticamente l’arredamento dell’abitazione. La carta da parati bianca con le strisce dorate era sostituita da una tappezzeria rossastra a tinta unica. Non vi erano quadri, non vi erano mensole. Lo spazio era vuoto. Solo le porte interrompevano la continuità delle pareti. Il pavimento, che fino a quel momento era caratterizzato da mattonelle in marmo, era ora in legno. Parquet inzozzato. La superficie su cui camminavo era appiccicosa. Ogni passo veniva preannunciato dal rumore che la suola emetteva staccandosi dalla mattonella. Una delle porte era solo socchiusa e sembrava aperta con l’unico intento di rivelare il contenuto della stanza che avrebbe dovuto custodire. Si trattava di una sorta di ripostiglio. Coppe, medaglie e riconoscenze di vario genere portavano inciso il nome del conte. Erano premi dedicati all’abilità di Ludvik II come nuotatore. Si era distinto sia nella pallanuoto che nello stile libero relativo ai cento metri. Si trattava di competizioni locali, tuttavia, fu inevitabile il turbinio di sospetti e perplessità riguardo un uomo che dodici ore prima si dimenava come una scrofa in calore nel fiume. Con una buona dose di punti interrogativi non volli esplorare altro in quella serata. Avevo raggiunto nuovamente il corridoio che portava alla mia stanza quando a quattro metri di distanza scopro Ermelinda, immobile e con gli occhi sbarrati rivolti verso di me. “Tutto bene?” mi chiese avvicinandosi al sottoscritto. Nella maniera più fredda possibile le diedi una risposta affermativa. Auguratele la buona notte rientrai in camera. Erano oramai le 9 di sera ed il crepuscolo aveva terminato la sua diffusione. Mi sentivo particolarmente provato. Una volta tappati i due buchi con della carta igienica, mi arresi al sonno. Con la stessa accortezza avevo chiuso anche la serratura della porta, dopo aver girato la chiave con più mandate.

Un forte rumore metallico, uno stridio, mi svegliò nel cuore della notte. La lancetta delle ore copriva il numero tre del piccolo vecchio orologio posto sul comodino. Il rumorio era continuo, intervallato da pochi secondi di pausa. Mi dava l’idea di una grossa lama che graffiava una superficie metallica. Allo stridio si aggiungevano dei deboli versi che iniziavo a notare una volta ripresomi dal brusco risveglio. I versi diventavano gemiti, addirittura pianti. Qualunque cosa stesse accadendo aveva luogo nella stanza sopra la mia. Il tutto durò una ventina di minuti, poi calò il silenzio. Una lotta interiore era contesa tra la curiosità di indagare sull’accaduto e la volontà di rimanere sotto le lenzuola. Alla fine vinse la seconda. Con una profonda inquietudine rimasi sveglio nelle ore successive. Ormai il sole era fuori dalla finestra a preannunciare il nuovo giorno. L’essermi addormentato alle 9 di sera o su di lì mi aiutò a combattere la sonnolenza che una notte insonne avrebbe comportato. Ero abbastanza lucido da capire che la permanenza in quella casa fosse giunta al termine. Non avevo borse e valigie con me. Mi sarebbe bastato salutare Ludvik II e famiglia, ringraziarli per l’ospitalità e declinare l’offerta fattami. Avrei detto senza scrupolo alcuno che la figlia non rientrava nei miei piani di donna ideale e che sarebbe stato crudele prenderla in giro. Non volevo rimanere un minuto di più nella villa.

“Non mi aspettavo un tuo rifiuto” disse il conte mostrandomi uno sguardo non particolarmente sorpreso. Mi dava del tu. Ormai ero un parente acquisito. “In qualità di mio salvatore ti avrei dato tutto, ma sei convinto della decisione che hai preso”. Ermelinda aveva le lacrime agli occhi e si nascondeva dietro la madre. Eravamo nell’androne ed il maggiordomo mi invitava a seguirlo verso l’uscita. Il rigoglioso giardino era ora davanti a me. La calda luce del sole regalò una calma improvvisa. Pregustavo l’idea di tornare alle passeggiate mattutine lungo il fiume Giakko, lasciando morire chiunque decidesse di annegare in quelle limpide acque. Ero stato trattato come un re, ma troppi erano gli elementi inquietanti. Il pranzo, le coppe del conte, lo stridio notturno ed Ermelinda. La contessina valeva da sola la fuga da quella famiglia. Via. Volevo volare lontano da lì. “Sono stato benissimo qui con voi. Ancora grazie!” dissi loro prima di mettere piede fuori dall’uscio del portone. “Arrivederci!”. Ero fuori, ma improvvisamente la luce diventò buio.

Avevo recuperato i sensi e lo capivo dal forte bruciore che si espandeva nella mia cervicale. In ritardo era tornata anche la vista. La sagoma che al risveglio non riuscivo ad identificare era quella del giardiniere. Stava seduto immobile dinanzi a me. Teneva stretta una pala, la stessa che con grande probabilità aveva usato per farmi crollare a terra. Un agguato in piena regola. Mi aveva atteso fuori in giardino, di lato al portone della villa. Ora, fottuto di paura, ero nudo, completamente. Muovermi era impossibile in quanto le caviglie e i polsi stavano tra loro strettamente legati. Un pezzo di stoffa, annodato dietro la nuca, mi teneva stretta la bocca. Stavo seduto su una sedia e ciò che mi circondava rasentava i limiti del possibile. Sangue e viscere erano sparse all’interno di una grossa sala. Mi venne spontaneo calare il cranio per assicurarmi che nulla di quello che vedevo fosse uscito dal mio corpo. Su piccoli binari, collegati tra mura parallele, erano ancorati dei ganci da macellaio. Alcuni cadaveri pendevano ed oscillavano lievemente da quest’ultimi. In pochi secondi riuscivo a fare il resoconto degli elementi li presenti. Su un grosso tavolo di metallo, posto al centro, c’era un busto privo di arti ed un quadricipite mozzato. Un’accetta era conficcata in quest’ultimo. Ceste e contenitori si distribuivano lungo le pareti. Il contenuto di questi non mi era chiaro, ma di sicuro non diverso da ciò che era sparso in giro. Un enorme frigorifero era posto in un angolo. “Pessima scelta ragazzo” esordì il giardiniere. “Ti saresti salvato se avessi ereditato i beni del conte”. Si alzò di scatto dalla sedia, per poi avvicinarsi ad una fila di ganci. Afferrandone uno, aveva allontanato gli altri da quest’ultimo. “Nulla di personale. Anzi, ti dirò. Non approvo il cannibalismo della famiglia. Sono vegetariano”. Era ora vicino al grande tavolo. Afferrò il busto e lo portò verso il frigorifero. “Il conte soffre di gravi scompensi cardiaci. Non vuole perdere quanto ha ottenuto in una vita intera. Vuole assicurarsi che qualcuno possa prendersi cura delle sue donne. Il matrimonio con la figlia è l’unico modo per giungere a tale scopo” terminò la frase sedendosi nuovamente di fronte a me. “Rifiutando l’offerta, saresti stato poco utile lontano dalla villa. Ora, assicurerai il pasto di una settimana”. Si rialzò nuovamente, piazzandosi dietro di me. Afferrò l’estremità della corda che legava i miei polsi e con un forte strattone fece gravare il mio corpo rovinosamente per terra. Le fredde mattonelle del pavimento furono in grado di anestetizzare gli effetti del repentino impatto. Mi trascinò verso il tavolo centrale, facendomi urtare con i fianchi i resti umani che ostacolavano lo spostamento. Non so quale miracolo divino mi diede in quel momento la forza per non vomitare (e con la bocca serrata gli scenari che si aprivano nella mente erano molteplici). Il giardiniere aveva una forza non indifferente nonostante la sua apparente magrezza. Mi sollevò da terra e mi stese sul tavolo centrale che fino a pochi secondi fa sosteneva il busto insanguinato. Il quadricipite era caduto per terra, con conseguente rumore metallico dovuto all’impatto dell’accetta conficcata in quel pezzo di coscia umana. “Ti saluto ragazzo. Il mio compito qui è finito”. Ormai vicino alla porta, aveva alluso all’imminente arrivo del macellaio.

La nuova ondata di freddo preannunciò il mio ritorno sul pavimento. Ruzzolai dal tavolo lasciandomi cadere nel lato in cui giaceva l’accetta. L’adrenalina fu una valida, validissima compagna. Afferrai con entrambe le mani quella che sarebbe diventata una potenziale arma di difesa. In meno di un minuto riuscii a liberare i piedi, poi, con gli stessi, bloccai la lama per sottrarre i polsi dalla prigionia. Qualcuno stava per avvicinarsi all’ingresso. Il rumore dei passi cresceva progressivamente. Mi spostai rapido verso uno degli angoli ciechi della stanza, piazzandomi successivamente al lato sinistro della porta. Un grosso individuo era appena entrato quando con la forza della disperazione mi avventai sul retro della sua nuca. La lama affondò nel cranio con inaspettata semplicità. Si rivelò più complesso rimuoverla dal neo cadavere. Il macellaio era un uomo grasso come il conte. Non persi troppo tempo a scrutare la sua carcassa. Cercai nella sala un ulteriore strumento ausiliario che potesse fare compagnia all’accetta. Fu così che una piccola motosega entrò a far parte dell’improvvisato equipaggiamento. La paura era stata sostituita dall’eccitazione. Uscito dalla sala, mi ritrovai nel corridoio appiccicoso dell’ultimo piano della villa. Avevo superato il piccolo scantinato che custodiva le coppe di Ludvik II, diretto verso le scale che conducevano alla parte intermedia della struttura. Non vi erano ostacoli durante la corsa. Dalle finestre i raggi solari filtravano con lieve potenza. Doveva essere l’ora di pranzo. Non c’era traccia del personale e della famiglia che con alta probabilità mangiava nella sala da pranzo.

Fuori. Ero in giardino di fronte l’ingresso della villa. Questa volta mi ero assicurato dell’eventuale presenza del giardiniere o di altro membro dello staff. La fila di mattonelle piane accompagnavano ora verso l’uscita, tra alberi umanoidi ed altre entità verdi dalla strana forma. Era tutto fin troppo bello e facile. Premevo più volte il tasto che azionava la piccola motosega per avere, come se non bastasse, una certezza in più sul suo corretto funzionamento. Ed eccolo lì, il giardiniere in tutto il suo splendore. Quel bastardo era uscito dalla casupola posta nella parte centrale dell’area, impugnando un fucile. “Cosa ne hai fatto del macellaio?” mi gridava avvicinandosi. Sparò un paio di proiettili nella mia direzione senza neanche sfiorarmi. Nel panico totale mi tuffai dietro la prima fila di piante dalla folta chioma. In quel momento realizzai un dettaglio tanto importante quanto banale. “Come avrei aperto il cancello?” mi chiedevo mentalmente. Il cancello era automatizzato e con alta probabilità solo una chiave avrebbe potuto aprirlo manualmente. Con il giardiniere alle calcagna e con l’unica via d’uscita sbarrata, iniziavo a rassegnarmi all’idea di una morte certa. Un proiettile penetrò nel polpaccio che tenevo maggiormente esposto. Il dolore fu tale da tenermi ancorato all’erba. Altri due colpi spappolarono entrambe le mie ginocchia. Il buio mi avvolse nuovamente.

Ripresi i sensi, ma meno lucido della prima volta. Agonizzante non distinguevo forme e colori. Il giardiniere si era avvicinato al sottoscritto nel tentativo di mostrarmi un oggetto non identificato. “La riesci a vedere questa?” disse il giardiniere con fare beffardo. “E’ la tua gamba!”. Il figlio di una buona donna mi aveva amputato la gamba destra all’altezza del ginocchio. “Vediamo, cosa stacco ora?”. Un dolore allucinante si aggiunse all’altezza dell’alluce del piede rimasto. Le urla che emettevo raggiunsero le orecchie della famiglia, passando attraverso il giardino. Ero nella casupola del giardiniere. “La prima gamba l’ho asportata di netto. La seconda te la tolgo pezzo per pezzo”. Non mi accorsi della terza sottrazione riperdendo nuovamente i sensi.

La giornalista era impallidita, ma ebbe la forza di pormi la domanda più immediata che potesse farmi. “Mi scusi, ma come è riuscito a sopravvivere? Voglio dire, è noto il nome della salvatrice, ma dopo un tale supplizio mi chiedo come lei abbia fatto a non morire dissanguato. Perdoni la franchezza”. Le risposi che Ermelinda aveva cauterizzato i moncherini con una lastra incandescente. Questa fu la versione che gli agenti di polizia ebbero l’accortezza di darmi. Quando riaprii gli occhi erano passati due giorni dall’eroico intervento con cui la contessina mi aveva salvato la vita. Chiamò l’ambulanza consentendo a chi di dovere di completare le mie disperate cure. Ora era in carcere insieme alla madre con l’accusa di omicidio plurimo. La stessa sorte sarebbe toccata a tutto il personale, complice degli orrori che avevano avuto luogo in quell’inferno terrestre. Le vittime erano state almeno cento e andavano sommate a quelle scomparse. Le ossa di alcuni erano state seppellite in giardino, sotto gli alberi dall’aspetto umanoide. Quella forma era stata pensata per ricordare i punti in cui i diversi cadaveri venivano sotterrati. Il conte Ludvik II era stato trovato morto davanti la casupola in giardino. Infarto, mi avevano riferito. Crepacuore, evidentemente. La ribellione della figlia l’aveva, probabilmente, afflitto al punto da lasciarci le penne. “E il giardiniere? Che fine aveva fatto?” chiedeva la giornalista preda della curiosità e dell’eccitazione. “Colpito a tradimento da Ermelinda. Un paio di cesoie gli erano state impiantate dietro la nuca. Le lame gli uscivano dalla bocca” le risposi. Ovviamente quelle erano informazioni che la polizia locale si era sentita in obbligo di darmi e che prossimamente avrei riascoltato a ripetizione sui canali nazionali e in tutte le stazioni radio. Sulle mie testimonianze la giornalista avrebbe probabilmente colto l’occasione per scrivere un nuovo libro. “Tratto da una storia vera”. Mi sarei ritrovato a leggere quella frase che fa tanto “Best Seller”. “L’uomo che accalappiava i potenziali mariti della figlia fingendosi in balia del fiume Giakko”. No, forse un titolo del genere sarebbe stato troppo lungo. Magari più sintetico e ad effetto poteva essere “Maison”, la casa, alludendo alla villa degli orrori.

La disabilità assicurò un’occupazione al sottoscritto. Lavoro a tempo indeterminato come bibliotecario presso l’università locale. Mi avvalsi in pratica di un diritto che spettava ai portatori di handicap. Non rinunciai alle passeggiate, grazie alla protesi che i compaesani avevano gentilmente donato. La gamba rimasta aveva perso qualche dito, ma la pianta del piede riusciva a reggere gran parte del corpo, mentre il ginocchio, seppur con qualche acciacco, si era miracolosamente ripreso dopo alcuni mesi. Mai come in quei giorni avevo saputo dare importanza alla vita. Sarebbe stato tutto perfetto, se il rumore metallico non avesse continuato a svegliarmi ogni santa notte.

Autore: Mirko "Ryoku" Onorato

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