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Dal diario di Jake Sato:

Datato: 11 maggio 2019

Ho sempre cercato di capire razionalmente come siamo finiti fino a qui. Cos’è stato ad averci condotto per questa strada? Perché la vita si è rivelata essere così? Quando lo faccio, la mia mente ritorna sempre a quel giorno d’estate in Scozia. Tutto iniziò da lì, come una vena esplosa; i nostri tempi più felici troncati nel passato, e nessun’altro luogo dove andare se non questo sporco presente.

Nel 1977, mia moglie, Jenna, ed io vidimo qualcosa che nessuno di noi due riuscì a concepire. Ci cambiò per sempre.

Al tempo, alloggiammo per una settimana in un piccolo villaggio scozzese chiamato Aberfoyle. Era un luogo pittoresco, circondato da dolci declivi, boschi e laghi. Dal nostro hotel potevamo osservare il lussureggiante paesaggio scozzese, qualcosa che Jenna voleva fare sin da quando era bambina. Sua madre era scozzese, e nonostante fosse venuta a mancare quando mia moglie era molto giovane, Jenna aveva sempre sentito un profondo legame con quel paese. Era una sorta di casa dello spirito.

Era affascinata da esso. Gli ampi spazi di verde e di roccia; acque azzurre e limpide, neve, pioggia, vento, raggi di sole che fendevano le nuvole se si era fortunati. Era la manifestazione del mondo naturale. Più di tutto, Jenna amava i pochi ricordi che aveva di sua madre raccontarle storie sulla Scozia. Era un luogo simbolico per lei e la sua famiglia, e quella spinta a volerlo vedere con i propri occhi non fece che crescere di anno in anno.

Io avevo passato la mia infanzia in un piccolo paese del Midwest. Ne avevo avuto abbastanza di natura, e da adulto preferii le strade di Boston; tuttavia, quando mia moglie compì trent’anni, sapevo che un viaggio oltre l’Atlantico sarebbe stato il miglior regalo. Quando le rivelai dove saremmo andati, ne era stata così felice.

Aberfoyle era poco più di una strada principale al tempo, con il nostro hotel – beh, dico “hotel”, ma era più un Bed and Breakfast – che si trovava in una delle rare, vuote viuzze laterali. La notte ogni cosa chiudeva eccetto un solitario pub, permettendoci di goderci il relativo silenzio e l’oscurità delle colline e foreste intorno a noi.

La prima sera lì cenammo in un piccolo ristorante. Quella notte portò la sua buona dose di sorprese. La prima fu quando sorpresi Jenna con un braccialetto d’argento con inciso un messaggio adeguatamente sdolcinato nella parte interna. Ma non fu lì che l’inaspettato finì. Jenna a quel punto rivelò la più grande sorpresa di tutte – era incinta del nostro primo figlio.

Avevamo tentato per oltre un anno e avevamo iniziato a preoccuparci che qualcosa non andasse, per cui sentire che era incinta fu travolgente. Celebrammo – Jenna con del succo d’arancia, io con dello scotch.

Il giorno seguente mi pulsava la testa, e chiesi di restare nei pressi dell’hotel anziché procedere con la nostra visita pianificata a Glasgow. Jenna rimase un po’ delusa, ma quando arrivò mezzogiorno il mio mal di testa si alleviò un po’ e suggerii di fare un giro in campagna come compromesso. La sera prima, un uomo del posto mi aveva parlato di un percorso panoramico attraverso la Queen Elizabeth Forest. Suonava perfetto, e a poca distanza in macchina. Se avessi dovuto sboccare, se non altro non lo avrei fatto di fronte ad altre persone.

Jenna era entusiasta di uscire e fare un giro, per cui guidai per circa una ventina di minuti da Aberfoyle e parcheggiai l’auto in un parcheggio di fortuna nella foresta. Era in quel punto che il percorso iniziava, e si poteva proseguire nell’esplorazione solo a piedi. Quando scendemmo dall’auto, l’odore dei pini era dolce e quell’aria fresca mi fece sentire molto meglio.

Nonostante ci fosse stato detto che come luogo fosse diventato di quei tempi più popolare, quel giorno non vedemmo altre macchine sulla strada per andare nella foresta, e il parcheggio stesso era vuoto. Il sole era alto nel cielo, e mentre ci dirigevamo a piedi verso quello che doveva essere un rilassante percorso nella foresta, ricordo di aver sorriso a Jenna. Era così bella.

Una bacheca delle informazioni di legno mostrava il percorso che stavamo per compiere. Data la sua condizione, non volevo che Jenna si sforzasse eccessivamente, quindi prendemmo il sentiero segnato di verde, il che significava fosse quello più facile e meno faticoso.

E lo fu, per un po’. Il sentiero serpeggiava tra sprazzi di alberi di pino ed era chiaramente stato utilizzato molteplici volte prima di noi. Era pittoresco, e ad ogni passo capivo come mai Jenna fosse così felice di visitare quel luogo. C’è qualcosa di indubbiamente necessario nell’allontanarsi dal mondo per perdersi nella natura. È come se noi avessimo ancora la nostra parte primordiale, che viene alimentata dalla rigogliosa vegetazione.

Lungo la passeggiata sul sentiero sterrato, iniziammo a discutere di come avremmo chiamato il bambino se fosse stato maschio, o se fosse stata femmina. Fu allora che realizzammo di non essere soli. Di fronte a noi, un giovane ragazzino uscì dagli alberi e si fermò sul sentiero a circa cinquanta iarde di distanza, fissandoci e basta. Sembrava avere otto o nove anni circa. Essendo un’area isolata, avrebbe dovuto essere inquietante come situazione, ma a lasciarmi sconcertato sul momento fu il fatto che il ragazzino fosse nudo.

Il sole splendeva sulla sua pelle, e il suo pallido colorito era in contrasto con il verde della foresta. Cosa si fa in una situazione simile? Erano gli anni Settanta e, nonostante c’erano costanti voci sulle terribili cose che avvenivano dietro una porta di casa, ce ne voleva ancora di tempo prima che la gente accettasse il fatto che molti bambini venissero abusati o maltrattati.

In ogni caso, il turbamento per quella visione venne presto sostituito da preoccupazione per il bambino. Jenna accelerò il passo e urlò un ‘ciao’, ma qualcosa mi spinse immediatamente ad afferrarle la mano e a fermarla dal raggiungere il ragazzino.

Chiesi a Jenna di stare ferma, non solo per lei ma anche per il bene del nostro figlio non ancora nato. L’ultima cosa che volevo era che una situazione stressante influenzasse la gravidanza. Con riluttanza, rimase dov’era, mentre io avanzai verso il ragazzino.

Man mano che mi avvicinavo, mi resi conto di quanto pallido ed emaciato lui fosse, come se fosse stato recluso da qualche parte, malnutrito e lontano dalla luce per diverso tempo.

“Stai bene?” chiesi. “Dove sono i tuoi genitori?”

Mi guardò e basta, la pelle sotto ai suoi occhi era più scura rispetto al resto del volto. Con cautela, mi avvicinai con le braccia aperte per non spaventarlo. “Lascia che ti aiutiamo. Magari ti possiamo portare dalla polizia, o aiutarti a ritrovare i tuoi genitori.”

Più mi avvicinavo, più mi sentivo incerto della situazione. C’era qualcosa che proprio non andava con quel ragazzino. Mi aspettavo che indietreggiasse o mostrasse qualche sorta di timore, ma non lo fece. Anzi, ero sicuro che un momentaneo sorrisetto avesse fatto capolino sul suo volto prima di ritornare alla solita, impassibile espressione di prima.

Arrivai ad essere dritto davanti a lui.

Gli chiesi: “Come ti chiami?”

Ancora, non disse nulla, ma ora mi stava fissando intensamente negli occhi, e quello sguardo non  manifestava altro se non minaccia.

Il ragazzino quindi allungò la sua mano destra e toccò il centro del mio petto. Il tocco delle due dita mi rese insicuro. Mi voltai indietro per guardare Jenna in fondo al sentiero e chiederle cosa avrei dovuto fare. Non appena mi girai sentii un fruscio, e quando tornai a guardare il ragazzino davanti a me, lui non era più lì.

Seguii il fruscio con l’orecchio procedere a lato del sentiero. Il terreno si abbassava in una leggera discesa. Lì, gli alberi e i cespugli formavano una fitta rete di foglie e rami. Sembravano difficili da attraversare, e immaginai che la nuda pelle del ragazzino dovesse essersi graffiata e tagliata correndo tra di essi. Era così buio tra gli alberi; un disordine aggrovigliato di verde.

Aspettando un momento, ascoltai. Non c’era altro se non l’occasionale scricchiolio di un ramo che ondeggiava sotto la gentile brezza. Sopra, il sole splendeva direttamente sul sentiero, ma solo pochi passi più avanti sarei stato inghiottito dall’oscurità della foresta. Quella differenza di luminosità era vivida nella mia mente, e nonostante volessi aiutare quel bambino, ogni cosa di quella situazione mi aveva reso diffidente.

Non vedendo alcun segno del ragazzino, tornai da Jenna. Mi chiese dove fosse. Le risposi che non lo sapevo, e le dissi come era scomparso nella foresta non appena mi ero girato. Jenna sembrò impallidire, e mi rivolse uno sguardo che conoscevo fin troppo bene. Lo avevo visto solo un paio di volte negli ultimi anni – aveva qualcosa in mente, e aveva bisogno di dirla.

Jenna mi guardò dritto negli occhi e disse: “Non ho visto quel ragazzino lasciare il percorso.”

Insistette col dire che era come se lui fosse semplicemente svanito. Un momento era lì, quello successivo era scomparso. Mi ritrovai in una situazione complicata. Ciò accadde molto tempo prima che nascessero i comuni cellulari. Uno di noi doveva avvertire le autorità del fatto che c’era un ragazzino abbandonato nel bosco, che correva nudo come mamma l’aveva fatto.

Considerando quanto profonda e fitta fosse la porzione di foresta intorno a noi, poteva facilmente cadere e sbattere la testa su una roccia o, più tardi, morire di ipotermia con l’arrivo della notte. C’era una sola cosa che potevamo fare: uno di noi sarebbe rimasto lì nel caso il ragazzino avesse avuto bisogno di aiuto, mentre l’altro avrebbe fatto ritorno alla macchina e guidato fino ad Aberfoyle, per dare l’allarme.

Senza alcun dubbio sarei rimasto io nella foresta, ma non mi sembrava giusto lasciare fosse Jenna a tornare alla macchina da sola. Anche se non fosse stata incinta, non mi sarebbe andato bene. Tuttavia, Jenna aveva sempre avuto una forza di volontà più forte della mia, e nonostante volessi provare a tirar fuori il tipico ‘marito forte’ di quell’epoca, lei era quasi sempre immune a tale idea.

Jenna insistette nel voler ripercorrere a ritroso il sentiero e perché io cercassi di ritrovare il bambino, senza però allontanarmi troppo. Sarebbe ritornata il più presto possibile con degli aiuti. Le dissi di suonare il clacson quando sarebbe partita dal parcheggio, in modo che io potessi sapere che era tornata alla macchina senza problemi. Mi diede un bacio sulla guancia e si diresse nella direzione dalla quale eravamo venuti. La osservai finché non scomparve dalla mia vista.

Nonostante avessi passato gli ultimi dieci anni vivendo a Boston, ero cresciuto nel Midwest, per cui le escursioni nei boschi non mi erano estranee – ma questa era diversa. C’era qualcosa che non andava in quel lungo tratto di percorso. Era fiancheggiato da alberi di pino così vicini tra loro che la foresta era buia come il crepuscolo dopo un solo passo dentro di essa – ed era qualcosa che non avevo alcuna intenzione di fare.

La linea degli alberi era un muro impenetrabile per me. Tuttavia, osservai intensamente oltre di essa alla ricerca del più piccolo segno di vita. Ero certo che, poiché non avevo sentito nessuno muoversi lì intorno, il ragazzino dovesse ancora trovarsi vicino. Avrebbe fatto troppo rumore se si fosse mosso in quel terreno ingombro e accidentato.

Aveva un che di solitario quel luogo. No… non solitudine, ma isolamento. Era come un braccio tagliato via dal corpo del mondo. Tali ambienti riempiono la mente di paranoia, e mentre pensavo alla desolata atmosfera del luogo mantenni gli occhi a lato del sentiero, da dove il ragazzino era comparso.

La mia immaginazione prese il sopravvento. Iniziai a pensare al ragazzino, perso nel bosco. Pensai a come ci fosse finito in quella situazione. E tali pensieri erano troppo cupi per rimuginarci sopra. Cercai di pensare ad una spiegazione più semplice. Probabilmente c’era un lago nelle vicinanze e ci stava nuotando con degli amici. Gli avevano preso i vestiti per scherzo e aveva quindi seguito il sentiero per cercare di tornare in città.

Sì, poteva avere senso. Doveva essere successo qualcosa del genere. Ma come mai non mi aveva parlato? Inoltre, la sua pelle: era insolitamente pallida, e pure quell’ombra di un sorriso sul suo volto, mi caricavano di dubbi al solo pensiero.

Durante la mia sorveglianza, mi chiesi come mai Jenna non avesse suonato il clacson dell’auto una volta partita dal parcheggio. Ero sicuro che dovesse ormai essere arrivata a quel punto. Fu allora che mi sembrò di vedere un movimento. Non sapevo se fosse un cervo o il ragazzino smarrito stesso.

Lentamente, misi un passo oltre il bordo del sentiero e sbirciai dentro la foresta. La quiete del luogo sostituì ogni rumore, e rimasi all’erta per ogni segno di movimento. Ero così concentrato che non ebbi il tempo di reagire al reale pericolo. Qualcosa uscì dalla boscaglia dietro di me, in velocità. Ebbi a malapena il tempo di girarmi, e quando lo feci qualcosa di grande e bianco mise le sue mani su di me.

Mi spinse via dal sentiero, e io caddi giù dalla discesa, tra gli alberi e i cespugli, ed un violento dolore mi annebbiò la vista. Un ramo di aghi di pino graffiò il mio occhio sinistro, rendendomelo cieco.

L’istinto prese il sopravvento e fuggii addentrandomi tra gli alberi, i rami scricchiolavano e mi pungolavano mentre correvo. Sangue e lacrime colarono dal mio occhio sinistro ferito, e quando mi guardai per un momento dietro di me con quello destro vidi, in piedi nel tratto di sentiero illuminato da sole, due persone che brillavano sotto al sole estivo.

Entrambe le figure avanzarono verso dove ero io, e cercai rapidamente di nascondermi nel tagliente abbraccio di un grande albero di pino, ma era palese riuscissero a vedermi in qualche modo. Fu in quel momento che sentii in lontananza il rumore di un clacson. Un senso di sollievo diluì la mia adrenalina. Potevo se non altro esser lieto che Jenna avesse fatto ritorno alla macchina senza incidenti. E se tutto fosse andato bene, sarebbe uscita dalla foresta, lontana dai miei aggressori.

L’uomo e la donna mi fissarono attraverso gli alberi, il loro sguardo cupo e maligno. Addirittura arrabbiato. Quando lui e la donna si avvicinarono a dove mi trovavo, m’impanicai e raccolsi una roccia ricoperta di muschio dal terreno ai miei piedi. Era l’unico modo per proteggermi.

Li osservai, prevedendo I loro movimenti, attendendo che loro attaccassero. La donna parlò all’uomo, e le sue parole non erano simili a nulla che avessi sentito prima di allora. Non era solo la lingua a confondermi, ma dubito che un essere umano possa produrre suoni del genere. Di sfondo alle parole c’era un insolito rumore. Ogni parola portava con sé un respiro, come se una tempesta rinchiusa, ingrandendosi, facesse pressione per passare in uno spazio ristretto. L’uomo rispose con una più bassa, ma ugualmente ‘ariosa’ voce.

Eravamo lì, ad aspettare. Non capivo il loro linguaggio, ma sapevo che intendevano farmi del male, e per la prima volta il pensiero che non sarei mai riuscito a lasciare vivo quella foresta s’insinuò nella mia mente.

Quando l’uomo finalmente barcollò fino a dove stavo, il mio cuore iniziò ad accelerare. Se il suono di Jenna premere il clacson mi aveva fatto sentire sollevato, la seconda volta che lo fece mi mise tensione. Quando il clacson suonò per la terza, e poi un’ultima quarta volta, capii che qualcosa di terribile era successo. Jenna aveva bisogno di aiuto.

Non c’era tempo per il dialogo. Quelle persone, chiunque esse fossero, avevano senza dubbio fatto del male quel ragazzino che avevamo incontrato, e ora erano fortemente determinate a fare del male me e mia moglie. Chissà quanti di loro ci fossero. Dovevo tornare da Jenna e assicurarmi che stesse bene.

L’uomo continuò ad avanzare, i rami di pino si spezzavano contro la sua pelle. Quando mi raggiunse, balzai in avanti e agitai la roccia nella mia mano con tutta la mia forza. Quando impattò con la sua testa, ero certo di averlo ucciso. Qualcosa si ruppe nel suo cranio. Il sangue sprizzò su di me, e lui barcollò cercando di tornare sul sentiero.

Non dimenticherò mai il penetrante, inumano grido che la donna lanciò quando ci chinò per aiutare il suo sanguinante compagno. Il volto bianco pallido dell’uomo era stato distrutto dall’attacco, i suoi connotati erano ora un lembo di pelle che penzolava al lato della sua testa.

La donna si alzò per aggredirmi, e sconcertato da ciò che avevo fatto, corsi verso il sentiero percorrendolo a ritroso. Guardandomi dietro con l’occhio buono, riuscii a vedere come lei fosse ancora con il corpo moscio dell’uomo, per cui mi concentrai esclusivamente sul raggiungere Jenna.

Quando arrivai al parcheggio, non sono certo di cosa vidi prima. La portiera dell’auto era aperta e Jenna giaceva al posto di guida. Una piccola, figura bianco pallido era curva su di lei, e stava facendo qualcosa.

Quando corsi alla macchina, la figura, che ora riuscivo a vedere essere il ragazzino che avevamo incontrato, lanciò un grido e teneva tra le mani una massa sanguinosa. Era troppo tardi. Il ragazzino scorrazzò via nella foresta, ma quando raggiunse l’erba alta, poco prima della linea degli alberi, si fermò. Accucciandosi, si voltò e mi fissò, la sua bianca pelle macchiata del rosso del sangue di mia moglie.

Non mi importava se sarei morto. Presi un profondo respiro e mi voltai per guardare cosa avesse fatto a mia moglie. Lei era seduta al posto di guida, gli occhi vitrei, ma non capii. Mi guardava stordita, sorridendo.

Non c’era sangue. Non vedevo alcuna ferita allo scoperto.

“Ho sognato nostro figlio,” disse. Dopodiché, perse i sensi.

Tirai fuori dal posto di guida il suo corpo, ancora espirante, e la feci distendere delicatamente sui sedili posteriori. Stava parlando a sé stessa, mormorando qualcosa, come se si trovasse in un profondo e confuso sogno.

Il mio unico pensiero era di portarla in un ospedale. Salii in macchina, sbattei la portiera per chiuderla. Nel mentre il ragazzino ricoperto di sangue stringeva a sé qualcosa tra le mani e mi guardò da oltre l’erba alta. Ma non era più solo. L’uomo e la donna che avevo incontrato sul sentiero erano con lui, e il volto dell’uomo, sebbene avesse una cicatrice lungo la guancia, sembrava essere stato ricucito assieme.

Osservarono in silenzio mentre io guidai fuori dal parcheggio, e me ne andai con l’inquieto presagio che mi avessero permesso di andarmene.

Janna si riprese in un ospedale locale, e con mia totale sorpresa e gioia il bambino era ancora vivo e vegeto nel suo grembo. Parlammo con la polizia locale. Ovviamente nessuno ci credette, e perché avrebbero dovuto? Non c’era un solo graffio su Jenna, e stranamente persino il sangue che era sprizzato su di me durante la mia lotta sul sentiero della foresta era svanito, come inchiostro simpatico.

Quando chiesi a Jenna cosa fosse successo al parcheggio, mi disse che tutto quello che si ricordava era un bagliore bianco sul parabrezza, come se qualcosa fosse saltato sul cofano della macchina. Dopodiché, nulla. Ma mi disse di aver sognato un bambino piangere.

Mesi dopo, tornati a Boston, Jenna diede alla luce nostro figlio. Era bellissimo. Fummo felici… per alcuni giorni. Con nostro orrore, solo poco dopo averlo portato a casa, la sua pelle iniziò a cambiar colore, come del cibo che va a male a causa dell’aria. La sua pelle si scuriva mentre lui piangeva per la sua vita. Chiamammo il 911, ma era troppo tardi.

Smise di respirare tra le braccia di Jenna. Fummo travolti da un dolore che non so descrivere, vedendo il nostro bel bambino con la pelle del colore della muffa e i suoi occhi ghiacciati aperti ad osservarci.

Sentimmo i paramedici entrare in casa nostra al piano di sotto, ma prima che ci raggiungessero un miracolo avvenne. Improvvisamente, nostro figlio ritornò a respirare di nuovo. I suoi occhi vagarono in giro, e la sua pelle tornò al suo originale e sano colorito. Tuttavia il cambiamento non si fermò lì, e divenne sempre più pallido, finché, senza alcun dubbio, non ci ritrovammo a guardare un bambino della foresta.

Dopodiché, davanti ai nostri stessi occhi, e lo giurerò fino al mio ultimo respiro, nostro figlio iniziò a svanire, così come il sangue era evaporato dai miei vestiti. Quando anche l’ultima traccia di lui scomparve, liberò la risata di un bambino ben più grande dei suoi pochi giorni. Quella risata si spostò per la stanza, e poi fuori dalla finestra più vicina, svanendo nel nulla.

Se non fosse stato per i paramedici, che videro loro stessi quell’ultimo momento, la polizia avrebbe pensato che ci fossimo sbarazzati del corpo del nostro stesso figlio. Non era mai stato nostro figlio. Era della foresta, e sono certo che sia lì che vive ora. Perso in un mare di verde.

E cosa ne era del nostro figlio? Era stato preso dal corpo di Jenna nella foresta? Possibile che vivesse anche lui lì? Questa possibilità mi perseguita, così come i ricordi che finalmente ho espresso a parole.

Jenna ed io siamo rimasti sposati, nonostante abbiamo giurato, dopo quel giorno, di non avere un altro bambino. Forse gli effetti di ciò che abbiamo incontrato nella foresta sono ancora presenti nei nostri corpi. Chissà cosa avremmo portato in questo mondo.

– Jake Sato, 11 maggio 2019


[Autore originale: Michael Whitehouse | Traduzione di Moka ]

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